Torino
Limitare
le tensioni interne
per un bene più grande
di
Beppe
Segre
Credo
che tutti noi dobbiamo evitare di drammatizzare ulteriormente una crisi già
troppo lacerante, sforzarci di parlare poco e confrontarci con ogni persona con
volto sereno, così come ci insegna Shammai, e giudicare tutti dal lato buono,
come esorta Jehoshua figlio di Perachià. Avevamo anche provato a riflettere,
nella stesura del Programma Elettorale, sul fatto che “L’obiettivo più importante per il prossimo periodo è costituito
dalla rappacificazione di una Comunità divisa e lacerata. Secondo i mistici
ebraici è dovere primario dell’uomo operare per il Tikun Olam, la riparazione
ed il miglioramento del mondo; anche nel contesto della nostra Comunità
crediamo che sia dovere di tutti impegnarsi per superare le divisioni, gli
sgarbi e le tensioni che possono essersi creati, per permetterci di vivere
insieme in armonia e di operare proficuamente come comunità ebraica”.
Peccato,
finora nessuno c’è riuscito. Ci riproviamo?
Dobbiamo
essere convinti che tutti cerchiamo di operare per il bene della Comunità, che
stiamo polemizzando perché la visione della Comunità e dell’Ebraismo non è
omogenea tra di noi, ma dobbiamo comunque essere convinti della buona fede e
della sincerità delle altre componenti comunitarie. È dunque da esprimere
apprezzamento e stima sincera per l’impegno del Presidente, dei Consiglieri e
di tutti i volontari che si impegnano con la loro azione di tutti i giorni.
Nello
stesso modo, è doveroso, a mio parere, esprimere al Direttore ed alla Redazione
di HaKeillah, rivista importante, pur nella povertà dei mezzi finanziari,
conosciuta ed apprezzata in Italia ed in Israele, l’apprezzamento per la
qualità intellettuale del giornale e – nonostante qualche eventuale incidente
e qualche possibile forma di miglioramento - il sostanziale equilibrio che
denota ogni numero della pubblicazione.
Rispetto
ed ammirazione per le persone non possono essere però disgiunti dal dibattito,
anche duro, sulla politica e sui fatti: cosa ci hanno insegnato 60 anni di Fgei
e 30 di Gruppo di Studi, se no? La stima verso le persone deve sempre essere ben
presente, ma, nello stesso tempo, è dovere di ciascuno di noi denunciare ed
opporsi – nelle forme della democrazia e dell’educazione - ad una politica
che si ritenga sbagliata.
Ad
esempio leggo, sul Notiziario di Ottobre, i principi a cui la nostra Scuola si
ispira nella sua attività didattica quotidiana: “educazione alla democrazia, al rispetto, all’uguaglianza, allo
sviluppo del senso critico, al rispetto di se stessi e degli altri, ad una
formazione seria e qualificata”. E basta. Ebbene se questi, e solo questi,
fossero gli obiettivi delle Scuole Colonna e Finzi ed Emanuele Artom, ebbene,
come nonno, non vedo il motivo di portare lì tra qualche anno il mio nipotino,
attraversare la città, cercare posteggio nel traffico di San Salvario, e pagare
l’iscrizione, quando lo stesso servizio lo trovo, gratis, alla scuola
elementare Michele Coppino, ad un isolato da casa. E come iscritto alla Comunità
mi darei da fare – se la Scuola Ebraica puntasse ad insegnare solo la
democrazia e l’antifascismo, ma non la lingua ebraica, la Torà, la tefillà,
l’etica ebraica - per cercare di far chiudere questa scuola: perché mai
dovrei pagare le tasse comunitarie per un servizio certo importante e
fondamentale ma che può essere reperito nella stessa misura in tante altre
scuole?
In
che cosa la nostra è diversa da tutte le altre scuole? Nel programma del Gruppo
di Studi avevamo scritto testualmente: “La
scuola dovrà continuare a mantenere il livello di qualità attuale, positivo ed
innovativo, ma con una più forte caratterizzazione ebraica. Riteniamo infatti
che l’insegnamento dell’ebraismo e della lingua ebraica costituisca la
particolarità ed il valore della scuola e possa pertanto attrarre anche
studenti non ebrei”. E per l’affermazione di questi principi dobbiamo
democraticamente darci da fare, se le iniziative del Consiglio ci sembrano
insufficienti.
E
in risposta a chi propone la sospensione delle attività di HaKeillah per
lasciar decantare le tensioni, rispondo che questa sarebbe una grande sconfitta
per tutti.
Della
Comunità di Torino, dobbiamo continuare a discutere, perché è la nostra
società e la nostra vita.
E
perché la voce di HaKeillah è importante. Nel corso dell’ultimo anno abbiamo
assistito al vergognoso Convegno di revisionisti e negazionisti presso
l’Università di Teramo, ai proclami anti-israeliani provenienti dalle
Università, al fiorire di siti revisionisti e antisemiti, agli attacchi alla
laicità dello Stato e delle istituzioni, nell’estate sono andate in prima
pagina le accuse alla “lobby
ebraico-radical chic” che ha formulato un importante prelato, ed a
novembre si è costituita una nuova forza politica che, tra centinaia di braccia
alzate nel saluto romano, non ha vergogna ad affermare i suoi collegamenti con
il fascismo storico.
Che
continui a vivere ed operare un giornale impegnato nella riflessione della
storia, per una visione progressista della società, per la conoscenza della
realtà israeliana e palestinese sulla linea della pace, e per confrontarci sui
valori della tradizione ebraica, è troppo importante.
E
magari, nel prossimo numero, potremmo pubblicare un appello per Gilad Shalit,
Ehud Goldwasser, e Eldad Regev, di cui non si sa nulla da un anno e mezzo,
neppure se sono stati uccisi, oppure se sopravvivono, in qualche grotta o in
qualche pozzo, in condizioni terribili ed inimmaginabili. E poi andare a
distribuirlo davanti alle scuole e alle fabbriche.
Non
sarà HaKeillah a far paura a Hassan Nasrallah, certo, ma abbiamo il dovere di
far sentire alle famiglie dei tre ragazzi rapiti, ed a tutti gli israeliani, che
non sono soli, che gli ebrei italiani sono solidali con la loro angoscia. Ed
esercitare ogni forma di pressione sulle forze politiche e sull’opinione
pubblica, affinché possano essere applicate le Convenzioni di Ginevra in favore
dei prigionieri, e la Croce Rossa Internazionale possa almeno verificare le loro
condizioni.
Sui
grandi temi ideali, non possiamo non essere uniti.
E
di lavoro ne abbiamo, purtroppo, tanto da fare ….
Beppe
Segre