Torino
A qualche mese dalle elezioni
di
Claudio
Canarutto
Non
vorrei essere accusato di essere noioso.
Ma
alcune considerazioni elementari riguardo la vicenda che contrappone il Rabbino
Capo dr. Somekh ed una parte consistente della nostra Comunità, non mi sembra
siano state, almeno esplicitamente, fatte.
Attorno
a questo problema si sono tenute le recenti elezioni della primavera scorsa.
Tutti
hanno chiaramente capito quali erano le posizioni delle liste in campo: due pro
Rabbino, due contro.
Fra
queste ultime quella del Presidente uscente che ha ottenuto oltre il 55% dei
voti, e che naturalmente e giustamente è stato rieletto.
L’altra
lista contraria ha visto eletti, se non erro, otto dei suoi nove candidati, fra
cui quattro ottennero più voti del primo eletto fra i candidati favorevoli al
Rabbino.
In
totale nel nuovo Consiglio sono stati eletti nove membri contrari al Rabbino e
quattro favorevoli.
Lo
svolgimento delle elezioni, cui ha partecipato il 66% del corpo elettorale, è
stato ordinato e tranquillo, senza contestazioni di sorta.
Pertanto
il risultato delle elezioni è chiaro ed ineludibile: la grande maggioranza
della Comunità di Torino ha espresso democraticamente la sua volontà di
cambiare il Rabbino.
Il
Presidente ed il Consiglio, consci delle loro responsabilità umane, si sono
preoccupati di suggerire e favorire delle dignitose alternative all’incarico
fin qui sostenuto, ma tutte sono state sdegnosamente rifiutate dal Rabbino,
quasi la sua fosse una investitura da organi insindacabili, quali in uso in
chiese maggioritarie del mondo che ci circonda.
La
nostra tradizione ci impone di onorare e sostenere i nostri Maestri.
Evidentemente
quelli che riteniamo tali.
Se
uno non è più apprezzato in una Comunità ha certamente il diritto di
rivolgersi ad un’altra, nella fiducia di ottenervi maggiore ascolto e proprio
riconoscimento.
Sembra
che la dignità personale dovrebbe consigliare questo comportamento, piuttosto
che arroccarsi a perniciosi e penosi appigli legali, che ottengono l’unico
effetto di alienare, a chi vi si affida, ancor più la stima della Comunità, e
lacerare l’unità della stessa.
La
minoranza ha il dovere di accettare la volontà della maggioranza
democraticamente espressa.
Ogni
ostacolo frapposto, non può che essere fonte di ulteriori discussioni,
irrigidimenti, incomprensioni.
La
minoranza che aspira a diventare nuovamente maggioranza efficiente, deve
inchinarsi al diritto della maggioranza attuale ad attuare il suo programma.
Altrimenti
sarà causa ella stessa di indebite lacerazioni e scalzerà il suo stesso
diritto di operare, ove ridiventasse maggioranza.
Altrimenti
che valore hanno i pareri dei più?
Se
questa situazione non si sana seguendo le leggi della democrazia, saremo oggetto
di scherno dai veri democratici e non avremo diritto di protestare e difenderci
per chi agisse contro di noi con metodi antidemocratici.
Stiamo
forse ritornando ai tempi, quando il Capo aveva sempre ragione e guai gravi
sopravvenivano, a coloro che osavano pensare con la loro testa e propugnavano la
democrazia?
Attualmente,
purtroppo, la volontà espressa dalla maggioranza della Comunità è conculcata
e resa nulla dalla minoranza e dallo stesso interessato che frappone ostacoli
inconcepibili alle aspettative liberamente e chiaramente espresse dalla
maggioranza Comunitaria.
In
ogni caso mi sembra necessario proporre con forza in ogni sede Ebraica
competente l’annullamento, con effetto immediato, di ogni disposizione
incostituzionale, che possa configurarsi, se male impiegata, come
giustificazione per il non adempimento della volontà della maggioranza
liberamente espressa.
Se
effettivamente esistono dei cavilli, nelle norme della nostra Unione,
intimamente antidemocratici, si facciano rapidamente sparire.
Coloro
tra noi, che hanno lottato nella loro vita per il trionfo della democrazia, e
sono dotti nelle leggi civili ed esperti in quelle comunitarie, ci aiutino a
realizzarla compiutamente al nostro interno, in tutti gli Enti, in tutti gli
atti, in tutti i momenti della nostra vita di Ebrei.
Claudio
Canarutto
Ottobre
2007
Le regole e i cavilli
Le
osservazioni di Claudio Canarutto sono commoventi e infondate.
Sono
commoventi perché non si può rimanere insensibili di fronte all’appello
rivolto a “coloro fra noi che hanno lottato nella loro vita per il trionfo
della democrazia e sono edotti nelle leggi civili ed esperti in quelle
comunitarie” affinché “ci aiutino a realizzarla compiutamente al nostro
interno, in tutti gli enti, in tutti gli atti, in tutti i momenti della nostra
vita di Ebrei”.
Ma
sono infondate al momento in cui confondono le regole della democrazia con “la
volontà espressa dalla maggioranza della
Comunità”. Questa volontà che sarebbe “conculcata dalla minoranza e
dallo stesso interessato che frappone ostacoli inconcepibili alle aspettative
liberamente e chiaramente espresse dalla maggioranza comunitaria”.
La
democrazia è fondata su regole liberamente accettate. Maggioranza e minoranza
sono tenute a rispettare quelle regole: le regole sono proprio quei cavilli che
a Claudio non piacciono. Se ad un certo momento le regole non piacciono più si
può anche deliberare di cambiarle, ma, fino a che non siano cambiate, si
dovranno rispettare.
La
storia e l’esperienza insegnano che ci sono delle deliberazioni che, anche se
prese a maggioranza, non sono per questo espressioni di democrazia: qualche
esempio? Le leggi
ad personam sia favorevoli che punitive.
L’ebraismo
non ha mai gradito le leggi
ad personam. Secondo i nostri Maestri le
condizioni formali perché un provvedimento possa essere vincolante sono due:
l’emanazione da parte di una autorità legittima (e cioè liberamente
accettata) e il carattere generale della norma. La norma (legge o provvedimento amministrativo) deve
essere eguale per tutti; non può considerarsi valido e vincolante un
provvedimento fatto solo per uno o per alcuni soggetti. Sul tema sono state
scritte pagine risolutive dal Colorni (Legge ebraica e leggi locali, Giuffré Editore, Milano 1945); sullo stesso tema mi permetto pure di
rinviare al mio scritto Ebraismo italiano e problemi di libertà religiosa
in AA.VV., Teoria e prassi delle libertà di religione
(Il Mulino, Bologna 1975, in particolare pagg.712-717).
Nel
caso di specie, i “cavilli” contestati da Claudio Canarutto sono volti a
tutelare un lavoratore dipendente che difficilmente potrebbe trovare un impiego
sostitutivo quando fosse licenziato. È una tutela che non ha niente di
eccezionale: basti osservare che il titolare della cattedra rabbinica ha la
stessa tutela del titolare della cattedra universitaria. Essa pone un limite ai
poteri della maggioranza volto a tutelare i diritti di una minoranza: la
democrazia è fatta anche di questo.
Guido
Fubini