Israele
Antisemitismo
di
Gustavo Jona
Come
ogni anno, subito dopo l’inizio dell’anno scolastico appaiono nei giornali
israeliani articoli sul comportamento “poco corretto” da parte di
istituzioni religiose ortodosse (1) (molto ortodosse) nei confronti di ragazze
provenienti da famiglie sefardite. Lo stesso vale per i ragazzi: ci sono
Yeshivot che non ammettono ragazzi di origine sefardita. Esami di ammissioni
molto severi con l’unico scopo di poter trovare ragioni (scuse) per non
ammetterle nelle suddette scuole, onde conservare i pregi della “razza”
ashkenazita, mentre non sono esaminate cognizioni scolastiche e qualità
intellettuali.
La
cosa mi ha dato sempre molto fastidio, per due ragioni: prima di tutto perché,
strano ma vero, odio ogni tipo di discriminazione per motivi di religione, razza
e sesso; in secondo in quanto sefardita orgoglioso. Quest’anno però sono
riusciti a portare la cosa ad un livello intollerabile. In una di quelle scuole
hanno segnato con il gesso una linea di separazione nei corridoi: da un lato
ragazze sefardite, dall’altro ashkenazite; i periodi di ricreazione nel
cortile sono naturalmente in tempi differenti per evitare contaminazione
razziale, per cui è del tutto naturale che le classi siano separate.
Essendo
ben lungi dall’appartenere all’ortodossia ashkenazita, anche quest’anno
avrei mangiato il rospo (oddio, non è kasher!), però lo spunto di scriverne a
proposito mi è venuto dal titolo di
un’intervista pubblicato su “La
Stampa” da Adin Steinsaltz, con il titolo Gli
antisemiti sono malati di mente. Sarà probabilmente la prima e forse anche
l’ultima volta che condivido il pensiero del Rabbino Steinsaltz (ortodosso),
benché diretto in tutt’altre direzioni, mi piacerebbe però sapere la sua
opinione sul comportamento dei suoi fratelli ortodossi per quanto riguarda la
discriminazione di ragazze e ragazzi la cui unica colpa è di essere nati in
famiglie sefardite, osservanti però sefardite.
Se
questo non è antisemitismo della peggior specie, allora probabilmente io non so
cosa sia antisemitismo. Dato che lo considero antisemitismo e della peggior
specie, mi chiedo con quale diritto rinfacciamo ai goim il loro comportamento
verso di noi: chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Tutto
questo avviene in un paese che ha certamente avuto, nella sua storia di
accoglienza di centinaia di migliaia di nuovi immigranti, periodi di attrito tra
ashkenaziti e sefarditi; oggi dopo sessant’anni dalla fondazione dello Stato
d’Israele, il problema è completamente scomparso, tranne, come abbiamo visto,
in alcuni entourage di padroni della “vera opinione”.
A
dire il vero forse l’unica differenza che ancora esiste è la presenza di
Sinagoghe di rito ashkenazita e di rito spagnolo, anche questo un fatto
temporaneo, in quanto è sempre più diffuso il rito israeliano, che certamente
dominerà la scena in alcune decine di anni.
Naturalmente
c’è sempre il problema etimologico: “opinione retta o vera”; l’unica
opinione vera è quella della Legge, e non vedo come una minoranza possa
pretendere di avere l’opinione giusta, specialmente comportandosi come sopra
descritto.
A
completamento di quanto sopra scritto, in questi ultimi giorni è scoppiato un
nuovo scandalo, quando in una scuola religiosa di Petah Tiqwa, bambini di
famiglie etiopiche sono stati messi in una classe separata (solo per quattro
bambini) naturalmente con tempi di ricreazione differenti. Questa scuola, che
non è statale, riceve però tutte le sovvenzioni delle altre scuole pubbliche.
E
se prima si parlava di antisemitismo qui sono riusciti ad aggiungerci anche
razzismo.
Gustavo
Jona
Haifa,
6 Dicembre 2007
(1) Secondo
il vocabolario Garzanti: dal tardo latino
orthodo0
xu
(m), dal greco orthodoxos, composto di ortho “ retto, vero” e doxa
“opinione”