Israele
Addio giustizia sociale
di
Con
amarezza rileggo testi di decenni addietro riguardanti lo Stato ebraico nel suo
complesso e nelle sue specifiche forme di organizzazione, sul “miracolo”
della “fusione delle diaspore”. Negli anni della guerra fredda Israele
veniva presentato come modello di società basata su forti ideali di solidarietà
sociale, impegnato in una incessante opera di costruzione materiale e
spirituale, nonostante l’ostilità del mondo circostante: una terza via tra il
dirigismo sovietico (“socialista”) e il libero mercato capitalistico basato
sull’individualismo e il profitto. Da tutto il mondo si veniva a Sion per
studiare in loco istituzioni originali quali erano le colonie a base
collettivistica, i villaggi cooperativi, la grande Confederazione del Lavoro, la
Histadrut, sindacato e secondo potere, economico e sociale, ad un tempo. Il
settore privato, nella agricoltura e nell’industria, la finanza, erano
imbrigliati dal partito egemone, espressione delle prime alyoth, da quel MAPAI
troppo spesso criticato, a posteriori, per le sue deficienze o le sue
“ipocrisie”. Certo, in prospettiva, gli storici e i sociologi della seconda
e terza generazione, hanno analizzato quanto si celava dietro la facciata,
“sgozzando le vacche sacre”, per dirla nel politichese locale, denunciando
il paternalismo elitario dei padri fondatori, la degenerazione dei figli, una
certa retorica che è venuta a coprire azioni al limite, o oltre il limite,
della moralità pubblica a danno del bene collettivo. Il ribaltone politico del
’77, pur nella sua rilevanza storica, non è stato che una tappa di questo
stesso processo, al di là delle etichette ideologiche e politiche. Per molto
tempo la nuova leadership della destra nazionalista e “liberale” si è
appoggiata ai settori in precedenza al governo, nonostante le accese dispute e
le contese personalistiche. Aggiungo che questo stato di fatto sussiste a
tutt’oggi, pur nell’ascesa della “Seconda Israele”, degli Ebrei
provenienti dai paesi islamici, la grande riserva elettorale del Likud. Ma a
poco a poco, sia tramite coalizioni di destra, o di “unità nazionale” con i
laburisti ridotti a fungere da partner, si è verificato un cambiamento che ha
trasformato il Paese nella sua essenza e nelle sue caratteristiche. Se vogliamo
fissare date dobbiamo risalire agli anni ottanta. L’Histadruth, con la
costituzione del Servizio Sanitario Nazionale (storicamente, altrove, atto di
sinistra) è stata radicalmente ridimensionata, in quanto in precedenza la
maggioranza dei suoi membri era affiliata solo per beneficiare della sua
particolare Cassa Malattie, divenuta ora organismo di esecuzione di una legge
statale. La crisi economica ha intaccato a fondo la sua particolarità di più
grande datore di lavoro, costringendola a passare a mani private società e
industrie che costituivano il nerbo della sua potenza fin dagli albori dell’Yishuv.
I kibbuzim, il fiore all’occhiello della società, fronteggiando da un lato
difficoltà finanziarie e dall’altro la richiesta da parte dei propri membri
di una sempre maggiore autonomia individuale, hanno in gran parte annacquato il
collettivismo originario, perdendo quella carica di socialità che li
caratterizzava. I dislivelli sociali sono ai massimi livelli mondiali tra i
paesi sviluppati. Si può obiettare che nel contesto della globalizzazione
Israele non fa eccezione! Ma si sottovaluta che le condizioni socioeconomiche
israeliane fanno coincidere il livello delle entrate e dell’occupazione con le
etnie. La statistica sociale sulla povertà, tema scottante che regolarmente
scuote l’opinione pubblica, pour l’espace d’un matin, ci rivela cifre da
capogiro. Se la disoccupazione è più o meno intorno al 9%, analizzando i dati
constatiamo che almeno il 30% degli occupati non arrivano alla fine del mese. La
piramide sociale vede al vertice una classe ristretta di imprenditori,
finanzieri e dirigenti con entrate a livello quasi americano, strettamente
legate alla leadership politica, una grande classe media per lo più occupata
nel terziario e un proletariato impiegato nella agricoltura, nella industria e
nell’edilizia, sempre più composto da lavoratori stranieri (i Palestinesi,
dopo l’Intifada, sono stati in gran parte esclusi). A parte poi la
problematica del mondo degli ultraortodossi, finora sostenitori dello Studio
della Torà per gli uomini e del lavoro per la donna, che, nonostante un
cambiamento costante verso un’idea di produttivizzazione, allarga le fasce
disagiate.
Il
neo-liberalismo, alla Milton Friedman e alla Thatcher, ha smantellato in gran
parte il Welfare State. Si è tornati, in un certo verso, alla solidarietà
ebraica della diaspora. Fioriscono, al posto dell’iniziativa statale, imprese
private che provvedono, su base di volontariato e di beneficenza, o meglio di
Zedakà, alle esigenze elementari di migliaia di disagiati con mense, col
dispensare vestiario e oggetti di prima necessità e servizi sanitari.
Non
esiste un vero e proprio Partito Socialdemocratico, che basi concretamente la
sua lotta politica e la propria ideologia su una distribuzione equa del capitale
sociale. La causa è da riscontrare prima di tutto nel contesto geopolitico.
Moshè Dayan dichiarò che Israele non ha la possibilità di brandire
contemporaneamente due bandiere, quella della sicurezza per la sua stessa
sopravvivenza e il vessillo della equità sociale, per gli oneri che la difesa
impone nel bilancio pubblico e privato.
Sta
di fatto che se anche abbiamo partiti di tradizione laburista o socialista,
“sinistra” nell’accezione dell’Israele 2007 è al massimo una
connotazione di posizione circa l’impostazione ideologica e politica al
riguardo del conflitto israelo-palestinese e arabo. Di fatto, la filosofia
neo-liberista sulle privatizzazioni, la limitazione dell’intervento statale
nell’economia e la libera iniziativa, è attualmente trasversale nelle
maggiori forze politiche, con accentuazioni, spesso verbali, e consensi in sede
parlamentare.
La
responsabilità, la partecipazione e il coinvolgimento, per non parlare della
sensibilità ebraica, impone all’analista di esporre i problemi dell’ora in
Israele e nel mondo, anche a costo di fraintendimenti e critiche, sperando che
l’informazione non solo corretta diventi strumento di identità attiva per un
avvenire migliore.
Reuvèn Ravenna
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novembre 2007 – 23 chesvan 5768