Su Israele

 

 

La cultura: idrante o benzina sul fuoco?

di

David Terracini

 

 

Due iniziative culturali su Israele e Palestina con finalità antitetiche: quella dell’Università di Torino ed il FestivalStoria del prof. d’Orsi

   

 

Il 25 settembre due Università di Gerusalemme tentano a Torino un terreno di incontro neutrale per costruire un Medio Oriente di pace. Il 13 ottobre a Savigliano una tavola rotonda del FestivalStoria semina l’odio anti-israeliano senza consentire alcuna replica.

“Prospettive di cooperazione tra l’Università degli Studi di Torino e le due Università di Gerusalemme, per aiutare a costruire un Medio Oriente di pace”. Con questo titolo si è svolto nello storico palazzo dell’Ateneo torinese, il 25 settembre 2007, l’incontro tra il Rettore dell’Università Ebraica di Gerusalemme e il Vice Rettore dell’Università Palestinese di al-Quds (la Gerusalemme araba). All’incontro hanno partecipato il Magnifico Rettore di Torino, prof. Ezio Pelizzetti, i rappresentanti del Sindaco, dell’Amministrazione provinciale e di quella regionale, ed i presidi di diverse facoltà torinesi.

Purtroppo il convegno si è svolto mentre andava in macchina il numero scorso di Ha-Keillah, e pertanto ci scusiamo con i lettori per il ritardo col quale viene pubblicato questo servizio. Qui di seguito sono riportati, in sintesi, gli interventi dei rappresentanti dei due Atenei di Gerusalemme.

 

Prof. Haim D. Rabinowitch, Rettore dell’Università Ebraica di Gerusalemme.

“L’Università Ebraica di Gerusalemme fu fondata nel 1925, su iniziativa di grandi scienziati ebrei di tutto il mondo, come Albert Einstein, con principi di apertura nei confronti di tutti i docenti e gli studenti meritevoli, senza distinzioni di razza, di religione, di censo, di nazionalità. Consta di sette facoltà, è universalmente riconosciuta tra le migliori del mondo, e tiene rapporti con diverse Università del Medio Oriente, come le Università di al-Quds (l’Università araba di Gerusalemme), del Marocco, dell’Egitto, della Giordania e anche con quelle palestinesi di Bir Zeit, di Betlemme, di Hebron, Gaza ecc . In seguito alla realizzazione del muro attorno a Gerusalemme, diversi accademici dell’Università Ebraica di Gerusalemme hanno fatto ricorso davanti alla Corte Suprema d’Israele contro il divieto agli studenti palestinesi, disposto dal Ministero della Difesa, di frequentare la loro Università, ed hanno vinto la causa. L’Università Araba di al-Quds collabora con diverse università di Israele. In particolare con la nostra Università sono in corso programmi di collaborazione nel campo della medicina, dell’agraria, delle scienze naturali della giurisprudenza, delle scienze sociali. Ora, proprio in contraddizione con questo principio di collaborazione scientifica universale, qualche tempo fa alcune Università inglesi hanno promosso il boicottaggio nei confronti delle Università israeliane e dei suoi studiosi. Il principio della libera circolazione delle idee e dell’insegnamento, fissato per la prima volta nella Costituzione prussiana del 1850, è alla base dello sviluppo della conoscenza. Noi siamo convinti che la censura su basi politiche, religiose, nazionali o su altre basi è premessa della fine della scienza”.

 

Prof. Said Zeedani, Vice Rettore dell’Università Araba di Gerusalemme

“L’Università di al-Quds, o Università Araba di Gerusalemme, è un’ente pubblico ma non statale: ciò significa che riceve alcuni finanziamenti e programmi dall’Autorità Palestinese, ma non dipende solo da essa. Il consiglio di Amministrazione dell’Università di al-Quds è oggi presieduto da Abu Ala Ahmad Korè, già Primo Ministro palestinese. Compito del Consiglio di Amministrazione è la nomina del Rettore e l’accettazione dei docenti proposti. Il Rettore dell’Università al-Quds oggi è Sali Nusseibeh. L’Università, fondata nel 1993, ha sede ad Abu Dis, ad est di Gerusalemme, in direzione di Gerico, ma diversi uffici amministrativi, come il Rettorato, sono nella Gerusalemme est, come pure il collegio femminile. Le ragazze sono il 51% degli studenti, che per il 40% provengono da Gerusalemme est, e per il 60% dalla Cisgiordania. La costruzione del muro, orrenda barriera tra Gerusalemme e Abu Dis, ha creato gravissimi problemi agli studenti, sia in termini di tempo impiegato sia di spese sostenute per raggiungere l’Università.

La nostra Università è composta da 11 facoltà. I diplomi della nostra Università (forse a causa del nome di Università Araba) non sono riconosciuti da Israele, che invece riconosce i diplomi di altre università palestinesi, per cui i nostri studenti hanno difficoltà a trovare lavoro a Gerusalemme est. In collaborazione con Università italiane ed israeliane abbiamo istituito un Museo della Matematica ed uno della Scienza. Abbiamo in corso progetti di collaborazione con Università degli Stati Uniti, del Canada, ed in Europa con Università spagnole, tedesche, francesi. In Italia, collaboriamo con le Università di Bari, di Trento, con la Sapienza di Roma e con quella di Torino. Con l’Università ebraica di Gerusalemme abbiamo istituito la Biblioteca virtuale della Città e con diversi Istituti di Ricerca israeliani abbiamo in corso studi in comune.

Alcuni intellettuali palestinesi boicottano qualsiasi iniziativa di collaborazione con gli istituti universitari o di ricerca israeliani, a causa dell’interruzione delle trattative di pace, delle restrizioni cui da sette anni è sottoposto il popolo palestinese ed a causa delle gravi violazioni dei diritti umani commesse dal governo israeliano nei territori occupati. L’Università di al-Quds non è di questa opinione. Riteniamo che la cooperazione in campo accademico sia conveniente sia in termini culturali sia in termini economici, e che prima o poi, tra cinque o dieci anni, la pace prevarrà: non c’è altro futuro. Apprezziamo l’azione della Ministra per l’Istruzione israeliana, già capofila nelle trattative di pace coi palestinesi, come apprezziamo le iniziative dell’Università ebraica di Gerusalemme per abolire le restrizioni poste ai nostri studenti di medicina di fare pratica negli ospedali israeliani. Ma siamo sognatori, e siamo convinti che il futuro può cambiare non solo grazie all’opera dei politici, ma anche grazie a quella dei sognatori”.

 

Fin qui, in sintesi, gli interventi dei due Rettori di Gerusalemme. Di tutt’altro sapore la tavola rotonda dal titolo Etnos e religione: il caso di Israele che si è svolta a Savigliano il 13 ottobre al Teatro Milanollo, nell’ambito della III edizione di FestivalStoria, quest’anno dedicata al razzismo, sotto la direzione dal prof. Angelo d’Orsi, docente di storia del pensiero politico all’Università di Torino. Qui di seguito riportiamo la sintesi degli interventi.

Presentando la serata clou del FestivalStoria, il prof. Angelo d’Orsi, direttore del Festival, ha dichiarato che le inquietudini suscitate dal tema erano ingiustificate, perché il convegno aveva dimostrato la brutalità del razzismo antisemita e perché i relatori di questa sera avrebbero tenuto le passioni laicamente lontane dalla ricerca scientifica.

Mimmo Càndito, giornalista de La Stampa, moderatore della tavola rotonda, ha presentato il palestinese Omar Barghouti come commentatore politico indipendente, coreografo, laureato in etica presso l’Università di Tel Aviv.

Omar Barghouti, citando diverse fonti di saggi ebrei dei secoli passati, ha cercato di dimostrare che la religione ebraica considera i turchi, i neri ed i nomadi inferiori alle scimmie. Ha sostenuto che il cocktail velenoso di nazionalismo fanatico, colonialismo e fondamentalismo religioso rende Israele il più fedele émulo del fascismo razzista del secolo scorso, e ciò è dimostrato dalle continue vessazioni cui sottopone il popolo palestinese: il muro che imprigiona milioni di palestinesi, gli omicidi mirati, le stragi di civili, le restrizioni economiche e politiche. Mentre dopo l’11 settembre il fondamentalismo religioso musulmano ed anche quello cristiano sono stati sottoposti ad un esame critico approfondito da parte dei mass-media, nulla si è detto del fondamentalismo ebraico, che tanta parte ha avuto nei disastri che Israele ha compiuto in Medio Oriente. Nella prospettiva della realizzazione di uno stato laico aperto a tutte le fedi, Barghouti ha sostenuto che occorre lottare contro i fondamentalismi di tutte le religioni, e lottare perché i perseguitati di oggi non perdano la loro umanità, trasformandosi in persecutori di domani.

Quanti, tra i presenti, hanno notato che il palestinese Barghouti ha sostenuto i suoi studi universitari nello Stato razzista di Israele, che i suoi scritti in Israele vengono stampati, e che la maggior parte delle critiche da lui formulate nei confronti del comportamento razzista dello Stato sono tratte da scritti di ebrei israeliani? Non essendoci stato alcun contraddittorio durante la serata, il pubblico avrà pensato che i pareri dei saggi religiosi ebrei citati da Barghouti sono come i pareri del Papa, che non ammettono alcuna critica o discussione, e questa immagine è esattamente l’opposto del fondamento dell’ebraismo, che è la discussione. Ma, sostengono d’Orsi e Càndito, qui si è trattato in modo laico e scientifico di fatti, astraendosi dalle passioni...

Michel Warshawski, direttore del Centro di Informazione Alternativa di Gerusalemme, si è chiesto come mai quando si tratta di Israele o del mondo ebraico si pretende sempre che ci sia equilibrio tra le tesi in campo, mentre questo non accade quando si tratta, per esempio, di ecologia francese. (Trascurabile, evidentemente, per lui, il fatto che in Israele ci sia la guerra). Si è anche chiesto perché la vittoria di Hamas è stata così problematica per l’Europa e non lo è stato il grande sviluppo recente dei partiti religiosi israeliani. (Trascurabile, evidentemente, per lui, il fatto che Hamas, che predica la distruzione dello Stato d’Israele, ha ottenuto la maggioranza, mentre i partiti religiosi israeliani sono frantumati e minoritari). Il sionismo, ha detto Warshawski, è nato da un lato come movimento laico e anzi antireligioso tipico di fine ’800, teso a creare da un lato uno stato etnico sulle ceneri dei grandi imperi, dall’altro lato è frutto del colonialismo, e non ha nessuna relazione con l’ebraismo né con la storia ebraica (evidentemente anche i pogrom, le millenarie persecuzioni antiebraiche e l’aspirazione religiosa al ritorno alla terra degli avi, secondo lui, possono tranquillamente essere rimossi dalla storia). Ma il fallimento del secolarismo sia in ambito israeliano sia in ambito palestinese ha portato, secondo lui, alla pericolosa dilatazione dell’orizzonte temporale dei due movimenti d’opinione, coinvolti ora in uno scontro di civiltà.

Gideon Levy, giornalista israeliano di Haarez e portavoce di Shimon Peres tra il 1978 e il 1982, ha ricordato come l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza è durata due terzi della vita dello Stato d’Israele, pertanto ormai ne fa parte inscindibile. È vero che Israele è l’unico paese democratico nel Medio Oriente, ma lo è solo con gli ebrei, in una situazione di occupazione militare brutale di cui gli israeliani non sanno e non vogliono sapere nulla. Ma cosa trasforma delle persone civili in autentici mostri, quando vengono messe a guardia dei check point delle zone occupate? Il fatto che i palestinesi non vengano considerati esseri umani, ma peggio delle bestie. Fino alla seconda intifada, prima del 2000, israeliani e palestinesi si mescolavano e transitavano dai territori occupati ad Israele e viceversa. Oggi gli unici palestinesi visti dagli israeliani sono i kamikaze e gli unici israeliani visti dai palestinesi sono i soldati brutali dell’occupazione. Gideon Levy ha sostenuto che mentre il popolo palestinese aspira alla pace, gli israeliani vorrebbero vedere sparito il popolo palestinese, ed il muro è un esempio di cancellazione visiva di un intero popolo, per dare la sensazione che Israele è stata costruita su una terra senza popolo da un popolo senza terra. Nulla può giustificare un’occupazione illegittima ed inumana durata quarant’anni. L’occupazione deve cessare subito, senza condizioni. Dopo si potrà parlare di pace. Tutti siamo corresponsabili di quanto avviene nei territori occupati. “ Il soldato al checkpoint agisce in nome mio” ha dichiarato Gideon Levy. Per questo ha detto di sentirsi, in qualche modo, un patriota israeliano, opponendosi alle sue angherie.

Perché in questo convegno non si è detta una parola sull’espulsione di centinaia di migliaia di ebrei dai paesi islamici? Perchè nessuno ha detto una parola sui propositi dei palestinesi integralisti di buttare gli israeliani a mare? Perché il popolo palestinese è stato presentato come un’unica massa perseguitata da Israele, e sono state volutamente ignorate le lotte, le faide, la corruzione e le stragi intestine che seminano la morte? Perché si è sorvolato sulle stragi effettuate dai kamikaze in Israele, che sono la vera origine del muro?

Catrin Ormestad è una giovane giornalista svedese che ha in corso di pubblicazione un libro sull’occupazione di Gaza. Israele, ha sostenuto, è una democrazia anomala che non consente, per esempio, che i terreni siano venduti a non ebrei, che sono al più tollerati. Il caso dei beduini è esemplare per dimostrare il fondamento religioso e razziale dello Stato di Israele: i beduini, che hanno sempre manifestato lealtà nei confronti dello Stato, sono stati trattati come cittadini di seconda classe, e i diritti all’assistenza, alla casa, all’istruzione, garantiti agli altri sono loro negati. Tuttavia la Ormestad esita a definire Israele uno stato colonialista paragonabile al Sudafrica, perché ciò aprirebbe impossibili speranze di sparizione dello stato, analogamente alla sparizione degli stati coloniali in tutto il mondo. Inoltre in origine lo stato sionista tendeva ad escludere lo sfruttamento dei palestinesi come mano d’opera, all’opposto di quanto operato dai colonialisti. Inoltre occorre distinguere lo Stato di Israele, ove gli arabi israeliani sono cittadini a tutti gli effetti e hanno i loro rappresentanti in parlamento, dai territori occupati. Considerare Israele uno stato colonialista come il Sudafrica è troppo indulgente nei confronti del primo. Le brutalità che ho visto a Gaza che si perpetrano da troppi anni, ha detto la Ormestad, fanno credere che non abbiano paragoni con quanto sia avvenuto in Sudafrica.

(Ho riascoltato la registrazione più volte, ma debbo confermare le contraddizioni delle affermazioni della Ormestad)

Alcuni soci dellAssociazione Italia-Israele di Cuneo hanno chiesto che fosse aperto un contraddittorio sulle tesi a senso unico della serata, lamentando la scarsa scientificità del convegno, finanziato peraltro da amministrazioni pubbliche ed enti bancari. Mimmo Càndito ha risposto che il convegno non prevedeva contraddittorio. La serata era concepita come una tavola rotonda. Lui stesso si era rammaricato che non ci fosse facoltà di replica, ma questa sera, ha dichiarato, sono stati presentati fatti incontrovertibili, pur tenendo conto della complessità del mondo israeliano.

A coronamento della serata, fuori del teatro, sono stati distribuiti volantini con l’appello per il boicottaggio accademico e culturale di Israele, firmato da diverse associazioni culturali palestinesi, e con l’appello a boicottare l’edizione 2008 della Fiera Internazionale del Libro di Torino, se Israele ne sarà al centro. Non stupisce che un appello di questo genere nasca a latere di questo convegno. L’invito a boicottare la cultura e la circolazione delle idee non poteva venire che da un luogo ove proprio il confronto delle idee e la discussione sono state bandite, in un’atmosfera contraria a qualsiasi tentativo di colloquio o di pacificazione su temi così infuocati.

 David Terracini