Su Israele

 

 

Perché non lo firmiamo

di

H.K.

 

Alcune osservazioni proposte dall’appello ci paiono certo condivisibili. In particolare quelle relative alle penose condizioni di vita in cui versano i palestinesi di Gaza per le responsabilità di Israele, quelle sulla sproporzione tra i morti dell’una e dall’altra parte, che è effettivamente inquietante. Ma tutti questi dati appaiono decontestualizzati rispetto alla reale situazione complessiva, rispetto a quello che era e a quello che è divenuta Gaza, certo anche per colpa di Israele. L’enunciazione di cifre e notizie è inoltre accompagnata dalla tipica posizione di certa sinistra che si pone nell’ottica di stabilire, con ideologica certezza, chi va considerato come amico e chi va considerato come nemico, chi è depositario del bene e chi del male.

In questa demonizzazione d’Israele in quanto stato e in questa vittimizzazione dei palestinesi in quanto popolazione sta una prima aporia, perché i due termini non sono omologhi. Basta infatti sostituire il popolo palestinese, che sicuramente soffre più di quello israeliano e subisce gravi ingiustizie, con le sue organizzazioni statuali – radicali, estremiste, più o meno dedite al terrorismo e alla sua esaltazione e giustificazione – per rendersi conto che l’equazione non funziona e perde, se riportata a una corretta comparazione tra stato e stato e tra popolazione e popolazione, buona parte della sua verità.

La stessa aporia si rivela nel non mettere questa volta sullo stesso piano il lancio di migliaia di missili da Gaza su città israeliane e la dichiarazione “allarmante” di una possibile vasta operazione militare per stroncarlo: nell’appello si è “allarmati” e si chiama a raccolta l’opinione pubblica, gruppi pacifisti e stato italiano per scongiurare solo l’ipotetica eventualità dell’attacco israeliano e non la realtà quotidiana del lancio di missili su Israele.

A questo riguardo l’appello si chiede come sia possibile che le sofisticate apparecchiatureelettroniche che controllano Gaza non siano in grado di neutralizzare i lanciatori di missili, e insinua il dubbio che il fatto non sia casuale: ma non è in grado di motivarlo seriamente.

L’appello afferma poi che esiste una violenza e una ferocia crescente contro i palestinesi messa in atto dal governo israeliano, e ipotizza per un verso che essa sia volta a sabotare una conferenza di pace (signficativamente virgolettata) e per l’altro lato che essa sia attribuibile a una politica governativa prona al neocolonialismo imperante, favorita da una società ferita, indebolita e ripiegata su se stessa. Tutto ciò non tiene conto che non è il neocolonialismo a sorreggere le scelte, giuste o sbagliate che siano, del governo israeliano, ma piuttosto le condizioni di perenne insicurezza in cui vive il paese, l’accerchiamento da parte di potenze e organizzazioni radicalmente ostili che deve subire e le pubbliche ripetute dichiarazioni, anche autorevoli, di coloro che mirano alla sua distruzione; soprattutto, infine, quell’intrico di odio, di violenza, di ingiustizia, di morte e di insensatezza da parte degli uni e degli altri.

Per cui, in questo non più districabile intreccio di torti e ragioni ci pare impossibile assumere una delle due parti come detentrice di ogni ragione di giustizia e di verità.

L’appello considera come ricatto e come spauracchio (e quindi in definitiva come timore irrealistico) il rischio dell’estinzione d’Israele. A noi pare invece che questa ipotesi contenga, purtroppo, una buona dose di realismo.

Il fatto che non siamo d’accordo con questo appello e che non lo sottoscriviamo non significa per altro che sottovalutiamo la gravità della situazione e dei temi che essa solleva. Mai, del resto, lo abbiamo fatto in passato, proprio perché si tratta di argomenti e di aspetti centrali nella storia stessa di Ha Keillah.

HK