Memorie

 

 

Esperienze giovanili nel dopoguerra

di

Roberto Bassi

 

 

 

Na’ar haiti, vegam zakanti... velo raiti un chamor con i guanti! (ero giovane,sono diventato vecchio... ma non ho mai visto un asino con i guanti!) A quattordici anni aderii a Venezia al Brit haZofim. L’esperienza degli scout era per noi inebriante. Imparammo a conoscere le prime canzoni dello scoutismo mondiale, ma sopratutto quelle ebraiche. Il distintivo degli Zofim, che serbo ancora, era qualche cosa di enorme fascino. Non avevamo il denaro per comprarci le tipiche divise, ma simulavamo in tutto e per tutto il modo di comportarsi dei confratelli di tutto il mondo. E poi il poter arrivare a casa un’ora più tardi, senza grandi rimbrotti da parte dei genitori, e il conoscere la promiscuità – del tutto innocente – con tante graziose zofot...

A quindici anni, affidato ai genitori di una bella bimba, che ha due anni più di me, partecipo al primo campeggio ebraico del dopoguerra. Sono a Pedraces, in Val Badia, e incontro per la prima volta un centinaio di giovani ebrei scatenati. Ricordo le prime canzoni imparate al campeggio, organizzato in una villa (si chiama Villa Teresa, ma viene subito tradotta in Villa Tirza) ma debordante negli alberghi dei dintorni. Nessuno si aspettava una simile affluenza di gioventù ebraica: gite, canti, chiacchierate a non finire.... e poi, ogni settimana, lo Shofar haChamorim, il giornale parlato semi scherzoso. “La Villa Teresa giacea tra l’erbetta, e vispa e sorpresa, qual sorte l’aspetta? Ancor non sapea, tra giubili e canti, che accoglier dovea gli ebrei campeggianti...” Il seguito, cantato sull’aria della Vispa Teresa, non lo ricordo più. Ma di tutte le canzoni di quegli anni ricordo solo la prima strofa. L’anno successivo, ci ritroviamo in numero ancor maggiore, a Misurina. Del lungo soggiorno fatto nel grande albergo sul lago ho molti, vivacissimi ricordi. Il sabato mattina, si legge il Sefer all’aperto, su un piccolo imbarcadero in legno prospiciente l’albergo, e chi ci spiega la parashà è Max Varadi. La guerra fredda è già in atto, e le polemiche sono già innescate anche tra noi. Gli amici che aderiscono al PCI sono molto duri, e danno a me, militante nel PSI, dopo una fugacissima puntata nella Gioventù del Partito d’Azione, del socialtraditore. Non riesco a vedere in Stalin la salvezza e la vita; il mio spirito critico si ribella. Tuttavia ho dei momenti di angoscia... e se avessero ragione loro?

Perché eravamo in tanti a Misurina? Questa canzoncina – penso sempre tratta dallo Shofar haChamorim – ci spiega in poche righe chi eravamo: “Io son monoteista, kasher voglio mangiare...io invece son sionista, in Erez voglio andare, ed ivi lavorare per la ricostruzion... io invece cerco moglie, tu cerchi un buon marito...” Personalmente la cosa che mi dava maggior piacere è che fossimo tutti uguali e si potesse parlare di tutto e di più, senza che qualcuno potesse discriminarci in quanto ebrei. Se uno di noi era restio nell’offrire un caffè, gli si poteva dare dell’ebreaccio, scherzosamente, senza remora alcuna. Questa sensazione meravigliosa l’ho avuta sempre, in tutti i campeggi successivi, nei nostri vari raduni e congressi, e l’ho ancora, quando mi ritrovo tra amici ebrei, in assenza di “altri” che possano in qualche modo giudicarci.

Nel marzo 1948, il bisogno di ritrovarci tra di noi è così sentito che i CoCo (Comitati Coordinatori) dei vari gruppi giovanili indicono un raduno a Firenze, che ci vede di nuovo in grande numero. Sarà da lì che nascerà la prima FGEI. Questa foto, per chi ha buona memoria, rappresenta il fior fiore dell’ebraismo italiano e tutti quei giovani che avrebbero, negli anni a venire, costituito l’ossatura delle Comunità italiane. È sempre in quel periodo che le delibere delle Nazioni Unite divengono realtà. In maggio nasce Israele. Difficile descrivere che cosa, quell’avvenimento, significò per noi tutti.

Da tempo opera in Italia il movimento HeChaluz. Vi aderiscono i giovani ebrei che hanno deciso di realizzarsi nell’ideale sionista, e di prepararsi all’alià. Nel 1948 è in funzione una haksharà, Tel Broshim , situata a Cevoli, non lontano da Pontedera. Qui un ristretto gruppo di ebrei lavorano manualmente, studiano l’ebraico e discutono i testi classici del sionismo e del socialismo. Non mi pare sia più ora di chiacchiere, seppur piacevolissime e, accompagnate da tutti quei momenti gradevoli propri di un gruppo di giovani che vivono una esperienza comune. Ho diciassette anni, mio padre si garantisce contro una mia possibile alià, allertando la locale stazione dei carabinieri. Ne sono informato dalla dirigenza del gruppo, che risponde per me.

Passata l’ubriacatura della nascita di Israele, riprendiamo la vita normale della FGEI, con una lunga serie di campeggi estivi. Ricordo Campodolcino (l’anno in cui presi la maturità classica) e poi Pian della Mussa, San Vito di Cadore, Cogolo di Peio, Macugnaga, Pieve di Livinallongo, La Villa in Val Badia, e vari incontri in occasione dei Congressi FGEI, giornate di studio e balli in diverse città d’Italia.

Ormai chi vuole trasferirsi in Israele può farlo. Io stesso vi trascorrerò il 1950, rientrando nel tardo autunno, in tempo per iscrivermi a Medicina. Nei campeggi (ai quali ormai partecipo solo per pochi giorni) si canta:” Noi siamo i veri sionisti, in Erez non ci hanno mai visti, ma amiamo tanto Israele, la terra del latte e del miele. Alià, per gli altri alià!”

Nel 1952 vengo eletto per la prima volta (ho ventun anni) nel consiglio della FGEI: il segretario generale è Fernando Piperno. Resterò in consiglio fino al 1955, sotto la guida di Elio D’Angeli. La situazione mondiale si evolve. Nel 1952 il nostro dibattito interno è dominato dal processo ai Rosenberg da un lato, dall’affare Slansky dall’altro. La guerra fredda è sempre più feroce. Le polemiche tra noi sono durissime. Dobbiamo trovare dei punti di aggregazione, che ci permettano di non essere totalmente risucchiati dalle virulente contrapposizioni tra i due blocchi. Il punto di aggregazione che permise alla FGEI di vivere in quegli anni e per molti altri ancora, fu il binomio ebraismo-antifascismo. Ebraismo non è più realizzazione sionistica in senso chaluzistico (o lo è solo per alcuni singoli) o come trasferimento in Israele, ma è un ritorno alle tradizioni ebraiche in senso lato. Solo pochi, anche qui, ripresero la rigida osservanza delle mitzwot.

L’antifascismo – siamo tutti usciti dalla bufera della Shoah – è invece un punto fermo, dal quale non si scappa. Vi siano alle spalle esperienze personali o familiari legate alle brigate Garibaldi o a gruppi socialisti e di Giustizia e Libertà, l’antifascismo è la piattaforma comune di noi tutti. Se un presidente dell’Unione avesse accompagnato un esponente dell’MSI (cosa allora del tutto impensabile) in un viaggio in Israele, penso l’avremmo, tutti d’accordo, preso a calci nel sedere.

 Fu in quel periodo che si decise di dar vita a una iniziativa di raccolta di documentazione relativa alle persecuzioni antisemite in Italia ed al contributo degli ebrei alla Resistenza: ne fu incaricato Sergio Liberovici. Sergio lavorò per un anno: poté raccogliere abbastanza poco, ma non fu certo incoraggiato dalle Comunità ebraiche: Sergio era già noto come musicista, ma ancor più come militante del PCI. Nell’atmosfera dell’epoca, questa sua militanza non ci aiutava di certo. Fu così che nel 1954, dopo accanite discussioni, Liberovici rinunziò – con una lunga lettera di commiato – all’incarico.

Questo incarico venne affidato a me. Le posizioni tradizionaliste che venivano dalla mia famiglia, i miei legami anche personali con Israele (avevo un fratello membro di un kibbuz datì, Sde Eliahu), le mie posizioni politiche (militavo da tempo nella Federazione giovanile socialista) e, spero, la fama di onestà intellettuale e di impegno personale che avevo già conquistato in seno alla FGEI, portarono a una larga convergenza sul mio nome. Fu così, che, senza troppi indugi, arrivammo alla creazione del Centro di documentazione ebraica contemporanea – Sezione italiana.

Mi si consenta qui di ricordare alcune persone: in primis il colonnello Massimo Adolfo Vitale, presidente del Comitato ricerche deportati ebrei (CRDE), uomo di alta levatura morale, con il quale ebbi il privilegio di collaborare a lungo, e i primi consiglieri del CDEC, Enzo Levy, Aldo Luzzatto, Raffaele Jona (tutti scomparsi) Elio D’Angeli, Guido Di Veroli, Silvia Geschmay. Ma non è questa la sede per raccontare la storia del CDEC, che creai e diressi con duro lavoro a Venezia, per alcuni anni. Mi è parso solo giusto ricordarne la nascita, che lo stesso CDEC ebbe a “dimenticare” molti anni dopo, perchè rappresenta (e, personalmente, ne sono molto fiero) la più importante realizzazione di quello spirito portato avanti dalla FGEI nel nome degli ideali di ebraismo e antifascismo.

Penso che gli storici avranno il loro da fare a studiare questo periodo. Personalmente sono solo un libro di storia vivente dell’ebraismo italiano, quello giovanile, di cui abbiamo parlato oggi, e quello degli anni successivi, in seno all’Unione delle Comunità.

Roberto Bassi