Memoria

 

 

Raccontare una storia

per salvare gli uomini

di

David Grossman

 

 

David Grossman ha aperto quest’anno il festival della letteratura a Berlino con un intervento centrato su temi di forte contenuto e tensione morale. Egli non è stato reticente sulla storia dei rapporti tra Germania e Israele e tra ebrei e tedeschi, difficili in passato e oggi filtrati, egli dice, attraverso le lame affilate del tempo e della memoria. Egli rivendica, come ebreo e come israeliano, il suo status di figlio di sopravvissuti e traccia il percorso di una normalità che si è trasformata senza traumi dalla partecipazione un tempo a uno sterminio di massa a una realtà dominata oggi dai mass media che, parimenti, svuotano l’uomo e lo tramutano in un soggetto eterodiretto dominato dall’estraneità dell’odio e della paura, perduto all’individualità e alla responsabilità.

Riportiamo qui alcuni stralci del suo intervento, ma prima vorremmo trascrivere un passo del recente libro di Al Gore, The Assault on Reason, totalmente sintonico con il discorso di Grossman e con le sue paure sulle sorti del mondo.

Dice Al Gore: “Le nazioni hanno successo o falliscono e mostrano il loro carattere in base al modo in cui sfidano l’ignoto e affrontano la paura. E molto dipende dalla qualità della loro leadership. Se i leader sfruttano la paura per condurre “il branco” in direzioni che altrimenti non avrebbero scelto, allora la paura diventa una forza fuori controllo che si autoalimenta, che prosciuga la volontà e impoverisce il carattere di una nazione, distogliendo l’attenzione dalle minacce e dalle paure reali, generando confusione rispetto alle scelte fondamentali che ogni nazione deve prendere sul suo futuro.” 

 

Sono nato e cresciuto a Gerusalemme, in un quartiere, in una famiglia, dove la gente non era nemmeno in grado di pronunciare la parola “Germania”. Faticava persino a dire “Shoah”. Parlava di “ciò che è successo laggiù”. È interessante notare che in ebraico, in yiddish, o in qualsiasi altra lingua parlata da ebrei, la Shoah è per lo più “qualcosa che è successo laggiù”, diversamente da “ciò che è accaduto allora” per i non ebrei.

C’è una differenza abissale tra laggiù e allora. Allora è un avverbio di tempo che indica un passato che non esiste più. Laggiù è un avverbio di luogo e allude al fatto che da qualche parte, in un qualche posto, ciò che è successo ancora cova sotto le ceneri, si rafforza, e potrebbe tornare a esplodere. Non è una cosa finita. Di certo non per noi ebrei. Da bambino sentivo molto spesso parlare della “belva nazista” ma quando domandavo agli adulti chi fosse, loro si rifiutavano di spiegarmelo. (...) La mia generazione, quella dei nati nei primi anni Cinquanta in Israele, viveva in un silenzio carico di presenze, densamente affollato.

Nel quartiere in cui abitavo c’era gente che ogni notte aveva incubi, urlava. Più di una volta, quando entravamo in una stanza in cui degli adulti raccontavano episodi della guerra, la conversazione si interrompeva. Ma di tanto in tanto riuscivamo a captare frammenti di frasi: “L’ultima volta l’ho visto in Himmlerstrasse, a Treblinka”; “Ha perso i due figli durante la prima retata”. (...) Quando avevo sette anni si è tenuto a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann e allora abbiamo cominciato ad ascoltare le descrizioni delle atrocità anche durante la cena. La mia generazione ha perso l’appetito, e non solo per il cibo.

Lo ha perso per qualcosa di più profondo che noi bambini, allora, naturalmente non capivamo e che ci si è chiarito in seguito. Forse era la perdita dell’illusione che i nostri genitori potessero proteggerci da ciò che ci faceva paura, o della convinzione che noi ebrei potessimo un giorno vivere sicuri e sereni come gli altri popoli. Ma forse, più di tutto, percepivamo la perdita della nostra naturale fiducia di bambini negli altri, nella bontà del prossimo, nella sua compassione.

(…) Sentivo che nel momento in cui quelle possibilità crudeli si fossero formulate nella sua coscienza innocente, lui non sarebbe mai più stato lo stesso bambino. E non sarebbe più stato un bambino. Dopo che fu pubblicato Vedi alla voce: amore in Israele alcuni critici scrissero che appartenevo alla “seconda generazione della Shoah”, che ero figlio di “sopravvissuti all’Olocausto”. Non lo sono. Mio padre arrivò nella terra di Israele dalla Polonia nel 1936. Mia madre è nata in Palestina, prima della fondazione dello Stato.

Eppure sono figlio di “sopravvissuti alla Shoah” perché anche a casa mia, come in tante altre case israeliane, era teso un filo carico di angoscia che potevamo toccare in qualsiasi momento. E anche se stavamo molto attenti e non facevamo movimenti bruschi, avvertivamo un costante fremito di insicurezza nella possibilità di esistere, di sospetto nei confronti degli altri e di cosa questi altri potessero farti quando meno te lo aspettavi. (...)

Chi come me è nato nell’Israele del dopo Shoah si porta dentro la sensazione – di cui ci era proibito parlare allora e che forse non eravamo nemmeno in grado di esprimere a parole – che noi ebrei intratteniamo un dialogo diretto con la morte. Che la vita, anche quando è piena di energie e di speranze e della fertilità di una nazione giovane, in rinnovamento, è più che altro uno sforzo enorme, costante, di sfuggire alla minaccia della morte. Nell’Israele degli anni Cinquanta e Sessanta, non solo in momenti di disperazione ma anche in quelli in cui l’esaltazione per la “creazione di una nazione” si affievoliva soltanto di poco, in cui ci sentivamo un po’ stanchi della nostra formidabile rinascita, in quegli attimi di malinconia, privata e nazionale, potevamo percepire la morsa di gelo che ci stringeva il cuore e ci sussurrava con voce sommessa ma perentoria: la vita svanisce così in fretta, tutto è talmente fragile. Il corpo, la famiglia.

La morte è reale, tutto il resto è un’illusione. Nel momento in cui ho capito che sarei diventato uno scrittore, ho capito anche che avrei scritto della Shoah. (…)

La seconda domanda che mi sono posto mentre scrivevo Vedi alla voce: amore è correlata alla prima e in un certo senso scaturisce da essa. Mi sono chiesto come una persona normale – come lo erano molti nazisti e loro sostenitori – possa entrare a far parte di un meccanismo di distruzione di massa. In altre parole cosa devo reprimere, offuscare, rimuovere, uccidere di me per poter collaborare a un genocidio programmato, per essere in grado di uccidere un altro essere umano, per …volere lo sterminio di un popolo intero, o accettarlo in silenzio.

Con stupefacente facilità creiamo meccanismi che hanno il compito di farci prendere le distanze dalla sofferenza altrui. Riusciamo, nella nostra coscienza e a livello emotivo, a ignorare il nesso causale che esiste fra la prosperità economica delle nazioni occidentali e la povertà altrui; tra il nostro benessere e le vergognose condizioni di lavoro di altra gente; tra la qualità della nostra vita, i nostri condizionatori d’aria e le nostre automobili, e le sciagure ecologiche che si abbattono su altri. Questi “altri” vivono in condizioni talmente terribili che per lo più non hanno nemmeno la possibilità di porre domande come quelle che pongo io ora. Non è solo il genocidio ad annientare il “nocciolo” di un essere umano. Anche la fame, la povertà, le malattie, l’esilio spengono e uccidono gradualmente l’anima del singolo, e talvolta di un popolo intero.

Noi non vogliamo assumerci nessuna responsabilità personale per le cose terribili che avvengono a poca distanza da noi. Né mediante azioni dirette, né limitandoci a esprimere solidarietà. Ci fa comodo – quando si parla di responsabilità personale – far parte di una massa indistinta, priva di volto, di identità, e all’apparenza libera da oneri e colpe. E probabilmente è questa la grande domanda che l’uomo moderno deve porsi: in quale situazione, in quale momento, io divento “massa”?

Ci sono definizioni diverse per il processo con il quale un individuo si confonde nella massa o accetta di consegnarle parti di sé. E siccome noi siamo uomini di letteratura, ne sceglierò una conforme ai nostri interessi. Ho l’impressione che ci trasformiamo in “massa” nel momento in cui rinunciamo a pensare, a elaborare le cose secondo un nostro lessico, e accettiamo automaticamente e senza critiche espressioni terminologiche e un linguaggio dettatoci da altri. Io mi trasformo in “massa” quando cesso di formulare con le mie parole compromessi e scelte morali che sono disposto a compiere.(...)

Ricorro alla figura dello scrittore ebreo polacco Bruno Shultz per illustrare l’incontro tra un singolo che possedeva un linguaggio estremamente peculiare e un “linguaggio di massa”, l’incontro tra la tragedia e la statistica. Mi riferisco alla vicenda del suo assassinio durante la seconda guerra mondiale, nel ghetto della sua città, Drohobycz. La storia è nota, e forse non è neppure vera, è una leggenda, un aneddoto sul quale negli anni si è costruito “il mito di Shulz” fra i suoi estimatori in tutto il mondo. Ma anche se fosse un aneddoto, tocca un punto profondo, vero. “Gli aneddoti sono sostanzialmente fedeli alla verità” scrive Ernesto Sabato, “proprio perché sono finzioni, inventati in dettaglio per adeguarsi con grande precisione a una certa persona”.

E infatti, anche se questa particolare storia sulla morte di Shulz non è vera, ciò che essa esprime è sostanzialmente fedele alla verità ironica e tragica di quest’uomo, all’orrore del possibile incontro tra il “singolo” e la “massa”, e quindi la racconterò così come l’ho sentita la prima volta. Nel ghetto di Drohobycz, durante la guerra, un ufficiale delle Ss aveva costretto Shulz a dipingere un affresco a casa sua. Un avversario di quell’ufficiale, che aveva litigato con lui a causa di un debito di gioco, incontrò per caso Shulz per strada, estrasse la rivoltella e gli sparò, per vendicarsi dell’uomo per il quale lui stava lavorando. Stando alle voci l’assassino si recò poi dal suo rivale e gli disse: “Ho ucciso il tuo ebreo”. E quello rispose: “Benissimo, e ora io ucciderò il tuo”.

Venni a conoscenza di questa storia subito dopo aver finito di leggere per la prima volta il libro di Bruno Shulz. Ricordo che chiusi il volume e uscii di casa. Girai per ore come immerso in una nebbia. Ero in uno stato in cui, per dirla con semplicità, non volevo più vivere. Non volevo continuare a esistere in un mondo in cui potevano accadere cose come questa, in cui ci sono persone come quegli ufficiali nazisti che pensavano cose come queste. In cui esiste un linguaggio che permette a mostri simili di pronunciare frasi quali “Ho ucciso il tuo ebreo” e “Benissimo, ora io ucciderò il tuo”. 

Scrissi Vedi alla voce: amore per restituire a me stesso, fra le altre cose, la voglia di vivere, l’amore per la vita. E forse anche per guarire dall’offesa che provavo – a nome di Bruno Shulz – per il modo in cui il suo assassinio era stato descritto e “spiegato”. Una spiegazione disumana, “di massa”. Come se gli esseri umani fossero pedine di scambio, o rotelle di un meccanismo, o accessori che si possono sostituire con altri, o soltanto parte di una statistica. Negli scritti di Bruno Shulz ogni frammento di realtà ha una propria personalità. Ogni nube passeggera, ogni mobile, ogni manichino di sarto, ogni ciotola di frutta, ogni cagnolino, ogni raggio di sole, ogni oggetto, anche il più banale, possiede una propria individualità, una propria essenza, un proprio carattere. E in ogni sua pagina, in ogni suo brano, esplode la vita, ricca di contenuto e di significato.

Una vita che all’improvviso merita questo nome. Un’opera enorme che avviene simultaneamente in tutti i substrati del conscio e dell’inconscio, dell’illusione, del sogno, dell’incubo, dei sensi, dei sentimenti, di un linguaggio ricco di sfumature. Ogni riga è una ribellione contro ciò che Shulz definisce “il muro fortificato che grava sul significato”; è una protesta contro la desolazione, la banalità, la routine, la stupidità, gli stereotipi, la tirannia del semplicismo, della massa. (...)

Quando terminai di leggere il libro di Shulz capii che lui mi dava, con la sua scrittura, una chiave perché io potessi scrivere della Shoah. Non di morte e di sterminio ma della vita, di ciò che i nazisti avevano distrutto meccanicamente, in maniera industrializzata, di massa. Ricordo anche che, con l’arroganza del giovane scrittore, dissi a me stesso che volevo scrivere un libro che tremasse sullo scaffale. Che fosse vitale come un battito di ciglia nella vita di un uomo.

Non una “vita” tra virgolette che trascorre fiacca, ma una come quella che Shulz ci insegna. Una vita vera, al quadrato, nella quale non dobbiamo accontentarci di non ammazzare il prossimo ma dobbiamo fare in modo che esso viva, così come il momento appena trascorso, le visioni viste, le parole pronunciate migliaia di volte, e te, e me.

La realtà in cui viviamo oggi non è forse crudele come quella creata dai nazisti ma certi suoi meccanismi hanno leggi di fondo molto simili che offuscano l’individualità dell’uomo e lo portano a rifiutare obblighi e responsabilità verso il destino degli altri. E una realtà sempre più dominata dall’aggressività, dall’estraneità, dall’incitamento all’odio e alla paura; dove il fanatismo e il fondamentalismo sembrano farsi più forti ogni giorno mentre altre forze perdono la speranza di un cambiamento.

I valori e gli orizzonti del nostro mondo, l’atmosfera che vi si respira e il linguaggio che lo domina sono dettati in gran parte da ciò che noi chiamiamo mass media, un’espressione coniata negli anni Trenta del secolo scorso quando i sociologi cominciarono a parlare di “società di massa”. Ma siamo davvero consapevoli del significato di questa espressione? Di quale processo i mass media abbiano subìto? Ci rendiamo conto che gran parte di essi non solo convogliano un tipo di comunicazione destinata alle masse ma trasformano i loro utenti in massa? E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trattando proble-mi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un’atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce, rendendo kitsch tutto ciò che toccano: le guerre, la morte, l’amore, l’intimità. A un primo sguardo sembra che questo tipo di comunicazione si incentri sul singolo, sull’individuo, non sulle masse. Ma è una suggestione pericolosa.

I mezzi di comunicazioni di massa pongono il singolo in primo piano, lo consacrano persino, incanalandolo sempre più verso se stesso. Anzi, in fin dei conti, esclusivamente verso se stesso: verso i suoi bisogni, i suoi interessi, le sue aspirazioni, le sue passioni. In mille modi, palesi o nascosti, liberano l’individuo da ciò di cui lui è in ogni caso ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri per le conseguenze delle sue azioni. E nel momento in cui lo fanno ottenebrano la sua coscienza politica, sociale e morale, lo trasformano in un materiale docile alle manipolazioni da parte di chi controlla i mezzi di comunicazione e di altri. In altre parole lo trasformano in massa. (…)

Quando finii di scrivere Vedi alla voce: amore capii di averlo scritto per dire che chi annienta un uomo, qualunque uomo, a conti fatti distrugge un’opera geniale, unica nel suo genere, specifica e infinita che non si potrà mai più ricreare, né mai ve ne sarà una simile. Negli ultimi quattro anni ho scritto un romanzo che intende dire la stessa cosa, ambientato però altrove, in una realtà diversa. La protagonista è una donna israeliana di circa 50 anni, madre di un soldato che parte per la guerra. La sua preoccupazione per il figlio la porta a presagire la tragedia in agguato, e lei cerca con tutte le sue forze di scongiurarla lottando contro il destino che attende il ragazzo.

Compie una lunga marcia, percorrendo quasi la metà di Israele e raccontando senza posa del figlio. È così infatti che cerca di proteggerlo, facendo l’unica cosa che è in suo potere per rendere l’esistenza del figlio più viva e concreta: raccontare la storia della sua vita. E un giorno, sul piccolo quaderno che porta con sé, scrive: “Migliaia di attimi e di ore e di giorni, milioni di azioni, un’infinità di gesti, di tentativi, di errori, di parole e di pensieri. Tutto per creare un unico essere umano”. E poi aggiunge: “Un essere umano che è così facile distruggere”.

David Grossman

 (Traduzione di Alessandra Shomroni)