Memoria
Incontro non programmato
di
Israel
De Benedetti
Anche
quest’anno, come di consueto, si è tenuta il 16 ottobre al museo di Yad
Vascem a Gerusalemme la cerimonia in ricordo della deportazione degli ebrei
italiani, alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Israele S.E. Sandro De
Bernardin, dei presidenti dell’Irgun Olei Italia e della Chevrat Yehude’
Italia e di un numeroso pubblico.
Dopo
la cerimonia nell’Ohel Izkhor, con la deposizione delle corone di fiori e la
lettura del Kaddish, il pubblico si è trasferito nell’aula dell’auditorium.
Qui, dopo i saluti delle varie autorità presenti, si è passati come di
consueto a ricordare un avvenimento degli anni della persecuzione. Quest’anno
è stata ricordata l’Operazione Servigliano, un’operazione partigiana ben
poco conosciuta, avvenuta nel maggio del 1944 per la liberazione dei detenuti
ebrei e prigionieri di guerra alleati, alla vigilia della loro deportazione nei
campi di sterminio. L’ing. Vito Volterra (nato ad Ancona, ma da decine di anni
residente a Nazzaret, dove era ingegnere capo del Comune, e ora pensionato) ha
raccontato i particolari dell’azione da lui diretta, quale capo di un gruppo
partigiano che operava nelle Marche.
Il
campo di Servigliano era stato creato nel 1914 per accogliere i prigionieri
della prima guerra mondiale, aveva una capacità di 10,000 posti e aveva
ospitato in prevalenza prigionieri turchi e ungheresi, fino alla fine della
guerra. Nel 1940 era stato riattivato per accogliere prigionieri delle forze
alleate. L’8 settembre del 1943 i prigionieri di guerra erano in parte
scappati, ma successivamente diversi di loro erano stati nuovamente catturati
dai nazifascisti e rinchiusi nel campo assieme a un centinaio di ebrei stranieri
che erano stati rastrellati nella zona. Volterra e i suoi compagni, dopo aver
ottenuto un bombardamento aereo da parte degli alleati del recinto del campo,
erano riusciti a entrarvi e a fare fuggire tutti i detenuti, parte dei quali si
erano dati alla macchia, mentre altri (e tra questi molti ebrei) erano poi stati
rintracciati e dopo qualche giorno inviati a Fossoli, in attesa di proseguire
verso i campi di sterminio. Una ventina di ebrei tuttavia erano riusciti a
nascondersi e tra questi una famiglia ebrea (genitori e due figlie) di origine
viennese. Quelle che nel 44 erano due bambine di 14 e 8 anni e che dopo la
guerra avevano fatto la loro alià in Israele erano presenti alla Cerimonia e la
più anziana ha preso la parola, per sottolineare che solo ultimamente avevano
appreso che la loro liberazione dal campo era dovuta all’intervento di Vito
Volterra e dei suoi compagni, lo avevano rintracciato e avevano chiesto agli
organizzatori di ricordare i fatti nella cerimonia del 16 ottobre.
Successivamente la signora, ora Pnina Horovitz di Gerusalemme, aveva raccontato
come la sua famiglia, dopo l’invasione nazista dell’Austria nel 1938, era
riuscita ad avere un visto turistico per l’Italia della durata di 15 giorni.
Grazie a quel visto erano arivati tutti e 4 a Genova, dove erano stati aiutati
dalla Delasem (organizzazione creata nelle comunità ebraiche italiane per
l’assistenza ai profughi) a rimanere, più o meno nascosti, fino a che con
l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940, come tutti gli altri stranieri
erano stati inviati al confino nell’Italia centro meridionale. Dopo l’8
settembre erano riusciti a nascondersi nella zona della Maiella, ma nella
primavera del 1944 erano stati rastrellati e portati nel campo di Sevigliano.
Come
di consueto, eravamo presenti alla cerimonia come piccola delegazione da Ruchama,
Gabriella Luzzati Adar con il marito Eldad e il sottoscritto Israel De
Benedetti. Quando la signora Beker, ora Pnina Horovitz, ha ricordato la loro
permanenza a Genova, Gabriella ha esclamato: “Ma questa è la Giuseppina!”..
Al termine della cerimonia, Gabriella si è avvicinata alla signora e le ha
chiesto “Se lei è la Giuseppina, sappia che io sono la Gabriella” E
l’altra risponde subito: “Gabriella Luzzati di via Caffaro 12 a!” E da qui
abbracci, baci e commozione generale.
E
questa è la storia: negli anni 1939/40, la Delasem di Genova si era occupata
tra l’altro di offrire ai bambini dei profughi, per lo più assolutamente
privi di mezzi, la possibilità di avere per lo meno un pasto caldo al giorno e
la mamma della Gabriella, come altre signore ebree della città, si era offerta
di ospitare tutti i giorni questa bambina, che aveva più o meno la stessa età
della sua. La ex Giuseppina (ora Pnina) ricorda ancora la casa di via Caffaro,
la affettuosa accoglienza ricevuta e perfino…..il cucchiaio di olio di fegato
di merluzzo che le due bambine erano costrette a ingoiare dopo il pranzo!
Successivamente venivano accompagnate alla scuola ebraica, che in quegli anni
teneva i suoi corsi in una scuola pubblica, ma nelle ore pomeridiane, per
evitare contatti tra ebrei ed ariani. Le due signore non si erano mai più viste
in tutti questi 68 anni!!!
La
bambina pallida e mal vestita di allora è ora una felice bisnonna di
Gerusalemme, la sua coetanea di allora con le treccine e sempre ben vestita è
ora una felice nonna nel kibbuz Ruchama: le due signore hanno tanti ricordi di
quei brutti anni da ritrovare e tante foto delle loro belle famiglie di ora da
scambiarsi.
Israel
De Benedetti