Memoria
I
miei vecchi scarponi partigiani
Barche
era di professione calzolaio. Infaticabile lavoratore esercitava quel mestiere
gratuitamente nella brigata garibaldina, mestiere quanto mai importante per la
salvezza della pelle di tanti partigiani. Il fatto di possedere un paio di
scarpe valide ed efficienti per noi era una cosa della massima importanza. Le
scarpe servono a fare tanta strada, ad arrampicarsi sulle rocce, ad andare
nell’asciutto e nel bagnato, sulla neve e sul ghiaccio. Ti riparano dal
freddo, ti tengono in vita.
E
Barche sapeva tutto questo.
Non
era fatto per combattere, specie con le armi moderne, ma sapeva adoperare
martello, punteruolo e trincetto più di ciascuno di noi, faceva la “trama”
con pece, colofonia, cera e setole di cinghiale, piantava chiodi di tante qualità
e cuciva suole e tomaie da vero maestro. La materia prima se la sceglieva fra le
migliori e sovente, per fare i suoi rifornimenti, si spingeva fino a Torino.
Una
volta ero andato a trovarlo nel suo reparto perché usava lavorare non nella
banda, ma in luogo appartato, talvolta anche a qualche centinaio di metri da noi
(lui sosteneva fosse “per prudenza”), infatti dove era lui erano i ferri e
gli attrezzi del mestiere, ma anche i rifornimenti di materia prima.
Sovente
c’erano decine di scarpe in riparazione o in allestimento e se fossero state
distrutte o incendiate si sarebbe verificata una grave perdita non solo per la
banda, ma per tutta la brigata. Buttando l’occhio qua e là per terra, mentre
si cercava una cinghia per i miei pantaloni da sostituire (quella che avevo era
ormai logora dal tempo), il mio occhio cadde su qualcosa di chiaro, di colorato,
di scritto.
“Che
roba è?” chiedo.
“Sono
pergamene che ho trovato al Balun di Porta Palazzo” risponde.
“Fa’
vedere” dico.
“È
roba che è stata saccheggiata durante la distruzione della Sinagoga di
Torino”.
Mi
domando se gli ebrei si sarebbero mai immaginati che i loro libri sacri, i
rotoli di pergamena delle loro sacre scritture, venissero utilizzati in tal
modo, nella lotta contro i nazisti, nella guerra di liberazione. Alcuni brani
erano tutti scritti in caratteri ebraici, rigo dopo rigo, altri decorati in
parte con inchiostri colorati e disegni geometrici, con figure di fiori,
melograni e stelle a sei punte, triangoli, candelabri,ecc.
Mi
venne subito l’istinto di sottrarre il tutto alla distruzione, ma poi
rinunciai pensando al pericolo che si poteva correre se mi avessero trovato
qualcosa addosso o in casa. Ritenni che fosse meglio che “quel tesoro”
continuasse a “camminare” per la sua strada.
Finita
la guerra, mentre guardavo i miei scarponi partigiani quasi disfatti, trovai
ancora dei frammenti nelle fodere di questi. Li recuperai, girarono un po’ da
un posto all’altro, ma ora ne ho perso completamente le tracce. Ho però
ancora un disegno, quello delle mie vecchie scarpe partigiane, che conservo con
cura e mi ricordano tante camminate belle, brutte, faticose quasi mortali,
scarpe imbottite ed assistite da tutte quelle scritte, dalla scrittura biblica,
dalla stella di Davide e dal candelabro a sette bracci che mi hanno sempre
accompagnato, mai abbandonato, dandomi forza, speranza e vita.
(da:
“Di padre in figlio. L’impegno civile di Giuseppe, Vindice e
Giuseppe Kopeko “Cavallera” - Ricordi partigiani
di “Kopeko”, in “Rivista dell’Istituto Storico della Resistenza di
Cuneo”, n. 70, dicembre 2006)