Storia
Cesare Israel Laudi alias Dario Cesulani
di
Giuseppe
Goria
Cesare
Israel Laudi nacque a Torino il 6 marzo 1880 da Giacobbe Samuele, di Torino (era
una famiglia ebraica dalle antiche radici cittadine) e da Bettina Levi di Carrù.
Erano quattro fratelli. La casa paterna era in via Rossini 30, in una zona non
lontana dall’antico Ghetto dove, dopo l’emancipazione del 1848, l’agiata
borghesia israelita aveva comprato prestigiosi immobili. Dopo il matrimonio con
Laura Pavia la nuova famiglia Laudi si trasferì in via Digione 7, dove crebbero
i figli Francesco (1913) e Giacobbe (1920). Dal primogenito nacquero Marco,
medico, e Maurizio, magistrato di primo piano e non solo a Torino.
Cesare
Israel era parente, per via materna, di Elvira Momigliano, che sposò Dario
Disegni, per lungo periodo Rabbino Capo della comunità di Torino (1).
Laureato
in Legge, lavorò in Comune alla Divisione Legale, all’Istruzione ed infine
come Capo Divisione all’Annona: “il biondo e sorridente e ricciutello
sacerdote del tempio di Annona nella gioconda città di Torino”, lo dipingeva
Nino Costa su Il Nazionale, di cui si
dirà ancora più avanti. Il suo amico Giulio Segre, medico e
mohel, accennò anche ad esperienze in magistratura.(2)
Nel
1938/39 Laudi ebbe a subire le leggi razziali. Un piccolo episodio: dopo la
pensione, nel 1937, mantenne la carica di segretario della Fondazione del Regio Istituto Internazionale e Coloniale Italiano,
ma ne venne “esonerato” (il termine esatto della comunicazione) appena
iniziata l’applicazione delle anzidette leggi. Riuscì comunque a sopravvivere
agli orrori della guerra, rifugiato a Rodallo (vicino a Chivasso), dove la
moglie Laura (morta nel 1942) aveva una casa di campagna. Risulta essere stato
tra i superstiti a ritrovarsi in Sinagoga nel settembre 1945. Passò gli ultimi
anni della sua vita a Biella, in un ritiro per anziani bisognosi di cure, e
dove, comunque, abitava suo figlio Giacobbe. Morì a Biella il 9 febbraio 1952.
Sempre a Biella, il 5 aprile 1965, veniva ricordato al “Circolo Biella” per
iniziativa del figlio.
La
testimonianza di suo nipote Maurizio Laudi parla di una partecipazione discreta
e riservata all’ebraismo, ma comunque fedele: il magistrato mi disse di
ricordare bene di come nella sua famiglia (cristiana) si contribuiva alla
costruzione della nuova realtà israeliana con le bussole portate dal nonno e periodicamente versate ad un incaricato
della Comunità che girava i proventi ai coloni in Palestina.
A
questo punto ci si può chiedere come mai il primogenito ha un nome cristiano,
Francesco, ed il secondo, invece, un tradizionale Giacobbe. La ragione è
semplice.
Con
un retroterra di tipo liberale, il nostro autore scelse, di comune accordo con
Laura – cattolica praticante – di non presentare il primogenito né alla milah
né al battesimo, ma attendere la sua maggiore età e la sua libera decisione.
Il secondo avrebbe fatto parte della comunità del padre . Francesco, dunque,
optò per la confessione della madre, Giacobbe rimase nella fede del padre.
La
sua figura di gentiluomo di vecchio stampo con un forte senso civico si
evidenzia leggendo la lettera datata 2 maggio 1945, indirizzata al sindaco
Roveda: “per il caso che il Municipio si trovi ora in qualche difficoltà in
seguito alle numerose epurazioni, mi credo in dovere di offrirle nella mia
qualità di capo Divisione municipale a riposo, la mia opera anche gratuita, non
appena, ripreso il servizio ferroviario, potrò ritornare a Torino, donde sono
sfollato, e mettermi ai suoi ordini…”. La lettera originale si trova
nell’Archivio Storico della Città di Torino; da notare che, coinvolto come
italiano e come ebreo negli avvenimenti dal 1938 in poi, si firmi Israel Cesare
Laudi, e non soltanto Cesare I. o Cesare come era solito nella sfera pubblica.
Di
Laudi scrissero Giulio Segre su “Ij
Brandé – giornal èd poesia piemontèisa” (15/02/52) e Scipione
Vaschetti sulla rivista “Torino”
dove pubblicò anche il Nostro; Raul Rossini pubblicò nel 1969 un saggio in cui
gli dedicava un capitolo ricco di informazioni, Renzo Gandolfo e Camillo Brero
nelle rispettive storie letterarie si limitarono a poche righe .
La
sua bibliografia è più problematica a definirsi rispetto a quella di altri
autori coevi, essendo la parte libraria limitata ad un solo volume (ristampato),
ma vastissima e dispersa quella delle collaborazioni, in italiano ed in
piemontese. Cercherò di illustrarne i momenti principali, tentando di collegare
il filone principale, piemontese, con quello italiano.
Da
Giulio Segre apprendiamo che Laudi/Cesulani esordì letterariamente già al
liceo, con un giornaletto a mano in cui spuntavano i primi versi, italiani e
vernacoli. I passi successivi furono su ‘L
Birichin e La Gazzetta del Popolo della
Domenica, che accettava collaborazioni dai lettori, e non solo in italiano.
Il suo primo contributo a ‘L Birichin fu
nel 1898 (n. 22) con un lungo seguito, mentre la sua presenza sulla
Gazzetta risulta limitata al 1900, 1901 e 1902 con un sonetto all’anno.
L’anno successivo compare (con foto) sull’antologia curata da Amilcare
Solferini (Vittorio Actis, collaboratore poi direttore de ‘L Birichin sino al 1906), plaquette-omaggio edita da un incisore
artistico. (4)
Se
i suoi compagni di strada, lungo le vie della poesia piemontese furono personagi
dai diversi orizzonti, come Nino Costa, Pinin Pacòt, Giulio Segre, Paggio
Fernando (Ferdinando Viale), GEV (Giacobbe Enrico Valabrega), quelli con cui
divise le pagine delle sue collaborazioni italiane furono gli umoristi del Pasquino
ed i ben noti Pitigrilli (Dino Segre), Golia (ovvero il caricaturista
Eugenio Colmo) e Nino Caimi. Con lo pseudonimo de
Il numero civico, infatti, scriveva sul loro periodico satirico-umoristico Il Numero. (5)
...E
non dimentichiamo la sua presenza su ‘L
Caval ‘d brons, ed alla stessa Famija
Turinèisa (6), che aveva quella testata come portavoce. Laudi/Cesulani non
fu solo uno dei primi ad aderire alla Famija
ed attivarsi per il nuovo mensile, ma ebbe, come segretario, il triste compito
di chiudere le ante nel 1932. “Triste il
dilemma: o sciogliersi od essere condannati all’immobilismo”,commentava
il Vaschetti nell’articolo citato.
...Intanto
continuava a lavorare per il teatro...I primi passi di Cesare Israel furono
felici e fortunati, ma forse non nel modo giusto....Pare che proprio dal suo
copione Ij nòstri student, del 1903
(rappresentato più volte al teatro Rossini dalla compagnia Cuniberti) i più
noti Oxilia e Camasio abbiano tratto ispirazione per Addio giovinezza. È certamente riferita a questa “ispirazione”
mai dichiarata la battuta di Laudi sul
Numero (n. 54, 1914) dove, sotto il titolo “I doni di Capodanno” dice:
“Sono già molti che mi chiedono argomenti. Tra gli altri ci ho i due Nini: Oxilia
e Berrini....”. Tra gli esiti migliori della maturità ricordiamo: ‘L
ragn, premiato al concorso della FamijaTurinèisa
del 1933 e rappresentato al Rossini dalla “Compagnia Stabile del Teatro
piemontese) e Na gran-a ‘d melia ant èl
polé, del 1934, portato in scena da Adriana Testa. Ancora nel 1938
pubblicava Sacrifissi sull’Armanach, un bozzeto brillante in linea con la tradizione subalpina.
Col 1938, e le leggi razziali, inizia il silenzio di Dario Cesulani.
La
sua opera letteraria più matura, più riuscita, ancor oggi antologizzata, resta
tuttavia Noè ‘nt l’intimità dl’arca,
del 1932 (7), ripubblicata dopo la sua morte nel 1967. Le due edizioni sono
illustrate da Felice Vellan.
Laudi/Cesulani
fu amico di Nino Costa, e la sua amicizia lo avvicinò a Il Nazionale di Pietro Gorgolini. Questo periodico, ancorché
ideologicamente legato al fascismo, era di taglio filosabaudo ed evidenziava
interessi culturali a largo raggio. Tra l’altro, dava spazio anche a J’amis
dèl dialèt: sotto questo nome pubblicavano autori come Oreste Gallina,
Aldo Daverio, Giovanni Bono ed altri ancora. Sulle pagine de Il
Nazionale Nino Costa gli dedicava quasi tre colonne per presentare ai
lettori il suo volume zoo-allegorico (8), affermando – tra l’altro – che
“La trama di questo suo poemetto, o diario in rima, è senza dubbio
geniale”. Più avanti: “un libro sano, onesto, spassoso, che si legge d’un
fiato e lascia un’impressione non profonda ma cordiale, come una canzonatura
garbata. Un libro divertente, insomma; fenomeno che si verifica di rado anche
nella letteratura dialettale”. E poi ricorda ai lettori che “Ogni qualvolta
uno scrittore in vernacolo favoleggia di animali, il nostro pensiero corre
immediatamente al massimo fra i favolisti moderni: Trilussa, e, per noi
piemontesi, a Edoardo Calvo. Ebbene, sia detto a suo onore, il Cesulani non
sfigura in mezzo a questi due grandi”. Dal punto di vista formale apprezza lo
“Stile dialettale della più bell’acqua ....il Cesulani è riuscito a
mantenere una continua aderenza della forma al soggetto evitando quegli
squilibri e quei bruschi passaggi dallo stile ampolloso allo stile pedestre che
ci fecero arricciare il naso in poemetti di altri autori”.
Costa
tuttavia ha la chiarezza del critico (e del letterato) onesto. Rileva infatti
che qualche verso “ci pare un po’ fiacco”, che qui e là vi sono
“italianismi che si sarebbero potuti evitare”, forse per non aver usato
abbastanza la lima.
Da
notare che anche sull ‘Armanach Piemontèis
del 1933 c’era una recensione di Nino Costa, che scherzava bonariamente sulle
origini ebraiche di Cesare Israel e riproponeva (questa volta in piemontese) il
suo ritratto a schizzo:”Dario Cesulani a l’ha gnente ‘d patriarcal, combin
ch’a sia n’Ebreo - bassòt, grassòt, bianch e ross come na fior, biond (na
vòlta) e rissolin (na vòlta), con soa figura tra ‘l pitagòrich e
l’epicureo a l’ha pròpe ‘l physique
du rôle pèr fejla an barba a la barba ‘d Noè...” Alla fine dice che
“...a l’é vnuje fòra ‘n lìber èd Fàule piemontèise ch’a l’é un
bombon da ciucé. Alégher, divertent, original, bin stampà da Casanova, ilustrà
‘ncora mej dal pitor Vellan, èl Noè
‘d Dario Cesulani a l’é un dij pì
simpàtich volum èd poesìa dialetal a la manera antica”. (9) Il tono
scherzoso di Costa si spiega con la lunga amicizia e la frequentazione – più
o meno assidua – de J’amis dèl dialèt
che, intorno al ’20-’30 si trovavano al caffé Fiorina in via Pietro Micca.
Ricordiamo che tra J’amis c’erano
Giacobbe Enrico Valabrega (GEV) ed il mohel,
prof. Giulio Segre, il primo più legato alla Famija
Turinèisa ed al Caval, il secondo
più a Giuseppe Pacotto (Pinin Pacòt) e Viglongo.
Non
risultano altri testi dopo queste ultime pubblicazioni sotto un cielo ormai
minaccioso.
Giuseppe
Goria
(1)
‘L Birichin del 2 aprile 1903 dava
la notizia delle nozze, con alcuni particolari: “Dòp èl disné dòp nòsse,
dòp quatr vers dèl vòstr Cesulani, cusin dla sposa, a l’han parlà aplauditìssim
monsù Amadio Momiglian, barba dla sposa e monsù Della Pergola, barba dlè spos...”
Per
quanto riguarda l’identità (in tensione tra assimilazione e rivendicazione),
è opportuno ricordare le presenze del giovanissimo Laudi alle riunioni
sioniste; v. Armanach Piemontèis 1983,
Viglongo, pag. 174. In tale contesto leggiamo la soa prosa paradossale
“J’Ebreo an Russia” (‘L Birichin,
18 maggio 1903), dove affronta con accenti grotteschi i pogrom contro gli stetl,
spesso compiuto sotto gli occhi della forza pubblica. Il suo scritto usciva a
caldo dopo le violenze di Chisinau (fine aprile 1903) e, in chiusura, invitava a
contribuire ad una raccolta di fondi per le vittime, organizzata da L’idea
sionista, di Modena.
(2)
Della sua esperienza in magistratura diceva l’amico Segre: “pèr quèich
temp a l’ha fàit la part dèl ‘pùblich ministeri’ a la pretura ‘d
Turin; pretor a l’era gnentemeno che Giacinto Bozzi! Un e l’àutr, pretor e
pùblich ministeri, amis pèr la pel e bon coma ‘l pan, pront a compatì tute
le miserie, portà pèrdoné pitòst che a castighé”. (Ij
Brandè - giornal èd poesìa piemontèisa” n. 131, 15 febbraio 1952). Da
notare che il citato Giacinto Bozzi era anche poeta piemontese con lo pseudonimo
di Gib.
(3)Scipione
Vaschetti, “Cesare Laudi arguto poeta dialettale”, in “Torino - rivista
mensile della città e del Piemonte”, febbraio1956;
Raul
Rossini, “Incontri a Torino nel Palazzo di Città”, Noccioli editore,
Firenze, 1969, pag. 32-40; Renzo Gandolfo,” La letteratura in piemontese dal
Risorgimento ai giorni nostri”, Centro Studi Piemontesi, Torino, 1972, pag.
47, 263; Camillo Brero, “Storia della letteratura piemontese”, II vol. -
sec. XIX, Piemonte in bancarella, Torino, 1983, pag. 258 e 263-4
(4)”Musa
subalpina - saggi di poesia raccolti da Amilcare Solferini”, Omaggio della
ditta Giuseppe Giani (incisioni artistiche), Torino;senza data ma la Bibliografìa
Ragionata di Clivio (Centro St. Piem, 1971) dà il 1903.
(5)
Ho verificato tre sue collaborazioni: n. 54, 1914; n. 59, 1915; n. 61, 1915
(6)
Presente nell’antologia della Famija turinèisa “‘L Piemônt e i so pôeta, pôesie sernue da Giovanni Drovetti e
presentà da Luigi Collino”, Torino, Casanova, 1927. L’autore conferma
che da “I nostri student...è
derivata direttamente Addio Giovinezza,
di Nino Oxilia e Sandro Camasio”. Presenta tre brani di cui il primo (Evolussion)
richiama, almeno nel tìtolo, un tema che doveva interessargli; la sig.ra
Viglongo mi ha dato notizia di un biglietto di auguri che Laudi mandò a suo
marito nel 1921 per la nascita del primogenito Vico (sua madre, la prima moglie,
era una Treves): in quel testo d’occasione citava Darwin e Spencer. Lo stesso
biglietto evidenzia che l’autore e l’editore si conoscevano bene.
Godibili
i suoi bozzetti pubblicati per la Famija:
“Màrtes grass, pitòst màire”, ‘L
Caval ‘d brons, 4-2-1931, “La stòria a l’é bela...”, 5-12-1931,
“La risuression ‘d Pinin Paciass”, 12-12-1931, “‘L piat èd Natal”,
26-12-1931
(7)
Dario Cesulani, “Noè ‘nt l’intimità d l’arca”, casa editrice F.
Casanova e c., Torino, 1932
(8)
Nino Costa, “Noè di Dario Cesulani”, Il
Nazionale, 23-1-1932. L’interesse de Il
Nazionale per il piemontese cade a picco verso la metà del 1934, quando
riprende una bordata di un foglio romano e, in sintonia con il cambiamento di
rotta del regime sulle parlate regionali, cessa di pubblicare i poeti locali.
Vale la pena leggere due righe del breve articolo “Don Bosco e i dialetti”
(19 maggio 1934). “Profondamente italiano, Don Bosco curò l’talianità
anche nella purezza e nell’unità della lingua, dichiarandosi avverso
all’uso dei dialetti, onde non soltanto egli anche ai ragazzi di strada di
Torino non diresse mai la parola in dialetto, ma proibì ai Salesiani di usare i
dialetti, esigendo che si coltivasse e si usasse soltanto la lingua comune,
l’idioma di tutta l’italia, vincolo d’unione nazionale, intima e tenace,
mentre i dialetti perpetuano le nefaste divisioni antiche della Patria”.
(9)
Armanach piemontèis 1933, A l’ansègna
dij Brandé, Torino, “Ël pare ‘d Noè”, pag. 20 . Lo stesso Armanach a pubblicava una prosa del Nostro: “‘L regal pèr jè
spos”.