Su Israele
Appello
per Gaza e territori
Il
nostro collaboratore Andrea Billau ci ha inviato, all’inizio di novembre,
questo appello del “Campo della pace”.
Dedicato
a Daniel Amit, la cui morte ci addolora profondamente ma ci spinge a impegnarci
ancora di più.
Il
procuratore generale israeliano Menachem Mazuz ha per ora bloccato il taglio
della fornitura elettrica a Gaza, come minacciava il Ministero della difesa
israeliano, grazie alla mobilitazione di decine di associazioni per la difesa
dei diritti umani, israeliane e internazionali. Però la situazione nella
Striscia resta disastrosa perché, nel frattempo, è comunque stato ridotto il
flusso di carburante necessario in particolare alle attività ospedaliere. Negli
ultimi giorni, dei palestinesi probabilmente rifugiati in Egitto e in Iraq hanno
cercato di raggiungere l’Italia su un barcone: decine risultano
“dispersi”, almeno 17 sono annegati. John Dugard, relatore speciale
dell’ONU, ha riferito all’Assemblea Generale, il 24 ottobre, che l’80%
della popolazione di Gaza vive sotto la soglia di povertà. In un’intervista
rilasciata a Umberto De Giovannangeli sull’Unità del 29 ottobre, John Holmes,
segretario generale Onu per gli affari umanitari, dichiara che:
•
tra i beni bloccati ai valichi di frontiera ci sono prodotti di prima necessità
come il latte in polvere per i bambini, i formaggi, lo zucchero;
•
dall’estate scorsa, il numero dei convogli umanitari che hanno potuto
raggiungere Gaza sono diminuiti dai 3000 di luglio a 663 della scorsa settimana;
•
dal giugno scorso il principale punto di passaggio delle merci, il valico di
Karni, è chiuso come quello di Rafah per il passaggio delle persone e sempre
meno malati gravi possono lasciare Gaza per farsi curare in Israele;
•
secondo gli ultimi dati dell’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per
l’assistenza ai rifugiati palestinesi), il 90% degli stabilimenti produttivi
è fermo; da mesi non si può né importare né esportare;
•
i primi a fare le spese di questa situazione sono i soggetti più deboli, i
bambini, poiché non bisogna dimenticare che bambini e adolescenti costituiscono
oltre la metà della popolazione palestinese.
Proprio
delle morti di bambini palestinesi parla Gideon Levy in un bell’articolo su
Ha’aretz, poi ripreso da Internazionale n. 713 di ottobre: “L’anno appena
trascorso [per il calendario ebraico] è stato piuttosto tranquillo. Secondo l’organizzazione
per i diritti umani B’Tselem sono stati uccisi ‘solo’ 457 palestinesi e dieci
israeliani, comprese le vittime dei razzi Qassam. Ma è stato comunque un anno
terribile: tra le vittime ci sono infatti 92 bambini palestinesi. Per fortuna,
invece, nessun bambino israeliano è stato ucciso dai palestinesi”. Non indica
il dato una sproporzione evidente tra l’insicurezza in cui si trovano gli
abitanti israeliani di Sderot e l’insicurezza ben più profonda in cui si
trovano costantemente i cittadini palestinesi? E questo senza peraltro risolvere
la questione di Sderot! È infatti del 1.11.2007 la notizia che altri Qassam si
sono abbattuti sulla cittadina israeliana; i missili non hanno provocato vittime
ma il ministro della difesa Barak ha minacciato “una vasta operazione militare
su Gaza”. La dichiarazione è allarmante, poiché sappiamo che cosa potrebbe
volere dire questa “vasta operazione”: forse l’eliminazione definitiva
della questione “Gaza” con distruzioni e morti fra civili, il rischio della
discesa in campo dei militanti di Al Qaeda e ulteriori molto più gravi minacce
a Israele. Ci chiediamo:
•
In che cosa consistono le misure di sicurezza che dovrebbero essere insite in
simili operazioni militari?
Inoltre
e paradossalmente, l’emergenza di Gaza “oscura” quello che avviene
quotidianamente in Cisgiordania dove, malgrado i “buoni rapporti” fra Abu
Mazen e Olmert, non solo negli ultimi mesi i posti di blocco sono aumentati ma
si susseguono raid e incursioni militari nelle strade e nelle case palestinesi
con arresti e devastazioni; i coloni quasi quotidianamente aggrediscono –
feriscono e a volte uccidono – i vicini palestinesi, distruggono coltivazioni
e raccolti, sradicano alberi nella totale impunità. Ci chiediamo ancora:
•
Se il problema a Gaza sono i missili su Sderot, qual è il problema nei
Territori occupati?
Tutta
questa violenza messa in atto dal governo israeliano e dall’esercito mentre si
sta preparando la conferenza di “pace” ad Annapolis, è quantomeno
inquietante ma forse è anche il segno di una situazione sociale, in Israele,
ormai gestibile solo attraverso i riverberi di un’occupazione territoriale
sempre più feroce; di una società composta da settori profondamente indeboliti
e attraversati da fratture e ferite mai rimarginate, ripiegati su se stessi e
incapaci di reagire a politiche governative prone al neocolonialismo imperante
che sta trasformando tutto il Medioriente in un’enorme emergenza umanitaria.
Come dice Gideon Levy nell’articolo sopra citato: “Israele è
l’occupazione. L’occupazione è Israele”.
Perciò,
come ebrei, ci rivolgiamo:
•
A tutti i gruppi e gli individui dell’area pacifista perché si uniscano a noi
in questo appello o si mobilitino con altri appelli e pressioni per prevenire
l’invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano, oltre che per il
ritorno a condizioni civili di vita delle popolazioni palestinesi e la fine
dell’occupazione.
•
Al nostro governo e al ministro degli esteri perché faccia tutti gli sforzi
diplomatici necessari per impedire al governo israeliano questa ulteriore
follia.
•
Agli esponenti del mondo ebraico perché escano dal riserbo e condannino le
politiche delle leadership israeliane che, apertamente lesive dei diritti umani
dei palestinesi, corrodono anche come un tumore maligno le basi di una reale
sicurezza (che nasce, in primis, da benessere e solidarietà) per la società
civile israeliana, continuamente ricattata dallo spauracchio della propria
estinzione.
Seguono
le firme