Vittorio Foa

 

L’impegno politico

di Silvana Calvo

 

Di fronte al compito di ricordare Vittorio Foa il problema non sta tanto nel trovare qualcosa da dire, ma piuttosto nell’imbarazzo di scegliere tra innumerevoli spunti, ricordi, valori, riflessioni e azioni attinenti alla sua personalità e alla sua biografia. Se ne possono trovare innumerevoli nei suoi libri pubblicati in età matura e soprattutto in molte interviste che concedeva con non comune prodigalità. Le citazioni che appaiono in questo articolo provengono da due interviste: una molto lunga e articolata, di oltre quattro ore, rilasciata da Vittorio Foa, nel novembre 1989, a Marino Sinibaldi per la rubrica Testimoni e interpreti del nostro tempo curata per radio3 da Michele Guerinucci, e una che ho avuto il privilegio di fargli io stessa per il numero di ottobre 1998 della rivista delle Colonie Libere Italiane di Zurigo, Agora. Lo scopo prefisso è stato di limitare interferenze e commenti e di lasciare, per quanto possibile, a lui la parola.

La sua vita copre quasi per intero lo scorso secolo e il primo scorcio del nuovo millennio. Non a caso i ricordi più remoti riguardano la prima guerra mondiale, da lui definita un "tunnel buio dal quale si pensava forse che non sarebbe più stato possibile uscire":

Ricordo quando ero bambino, quando mi si sono aperti gli occhi sul mondo che mi circondava. All’età di 4 o 5 anni gli occhi si aprono e si capisce cosa c’è intorno a noi. Le nazioni europee si stavano massacrando fra loro. Milioni e milioni di giovani uomini morivano nel modo più orrendo, nelle trincee, nel fango, nella paura.

La guerra aveva colpito anche la sua famiglia:

Un cugino primo di mio padre che lui amava come un fratello era avvocato. […] I familiari pensarono di salvarlo dai pericoli facendolo entrare nella giustizia militare. Era tenente e pubblico ministero, e secondo gli ordini del governo chiese la condanna a morte di due disertori e dovette assistere all’esecuzione. Dopo di che, all’alba, rientrò nella sua stanza in caserma e si sparò un colpo e rimase cieco. Rimase cieco per 10 o 12 anni e poi si uccise. Questa cosa rimase nella mia famiglia come il segno della barbarie della guerra.

Degli esordi del fascismo, ancora ragazzino preadolescente, captò la natura violenta e prevaricatrice, antitesi dell’identità e dello spirito che animava la sua famiglia:

Mio padre aveva un orientamento politico democratico liberale, direi giolittiano, e io ho imparato da ragazzo che la vera democrazia era il sistema democratico liberale. Quando è venuto avanti il fascismo io l’ho vissuto come una violazione della verità. Contemporaneamente ho avuto delle sensazioni, anche infantili, della sua violenza e della necessità di rifiutare questa violenza. Ricordo, nel 1921, quando andai con mia sorella a vedere la camera del lavoro distrutta dai fascisti. Si vedevano tutte le finestre vuote, sembravano delle occhiaie. Tutta la carta per terra. C’erano dei gruppi di operai silenziosi che guardavano quello che era successo. Questo mi fece molta impressione. Mi ricordo anche una data elettorale che mi fissai nella mente: le elezioni del 6 aprile 1924. Furono le ultime elezioni in qualche modo libere. I fascisti presentarono un gran listone che vinse e poi cambiarono la costituzione. Avevo 13 anni, e quella domenica andai con Sion Segre, mio amico coetaneo, e con sua madre a passeggiare a Borgo San Paolo, che era una delle borgate più rosse. Rimasi colpito dai gruppi operai comunisti e socialisti che avevano litigato fino al giorno prima, ma adesso si trovavano lì uniti nella sconfitta. Era una sconfitta doppia perché non era solo la sconfitta di fronte a un’operazione violenta, era anche il fatto che il fascismo dopo averli distrutti con la violenza, registrava il consenso e quindi vi era una doppia umiliazione. E anche quella visita a Borgo San Paolo a Torino, in questo quartiere allora operaio, oggi medio borghese, mi lasciò una forte impressione. Allora, da un lato, l’educazione razionale alla democrazia fatta da mio padre, dall’altro lato la sensazione di questa violenza che per me era inaccettabile e mi portava direttamente verso la classe operaia, verso gli operai che erano stati sconfitti.

Nacque dunque assai precocemente la sua dedizione agli operai che avrebbe caratterizzato gran parte del suo percorso umano e politico. All’inizio con le difficoltà che solitamente si frappongono quando ci si accinge a superare un crepaccio che separa due mondi distinti:

Negli anni 20 e 30 gli operai erano considerati diversi, erano vestiti diversamente dai borghesi e perciò erano concepiti come un corpo separato al quale si poteva arrivare come si va in una missione. Andare dagli operai voleva dire cambiare il modo di pensare, di vivere anche. Io allora non andai, non riuscii, non era facile. Però li vedevo mitologicamente come la forza alternativa della società. Erano quelli che avevano ragione, erano stati schiacciati dai fascisti. Ma avevano ragione ed erano una forza alternativa nella società. Li vedevo in questo modo, un po’ mitologico, non realistico.

Cruciale nella sua vita fu il passaggio alla lotta contro il fascismo. Non credendo al determinismo storico dei rapporti economici di classe, riteneva che l’azione contro il fascismo necessitasse un impegno volontaristico. Non se la sentì però di aggregarsi ai comunisti pur ammirandoli molto, perché riteneva la loro ideologia "troppo unilaterale, ossia priva del motivo della libertà come motivo dominante". Per contro si sentì a suo agio aderendo nel 1933 a Giustizia e Libertà. Considerò la sua scelta di attuare la cospirazione antifascista "la risposta al tempo della noia e della stupidità e il passaggio al tempo della gioia e della pienezza di vita".

Fu una liberazione da condizionamenti umilianti e oppressivi. La volontà di non lasciarmi trascinare dalla vita ma di governarla io stesso. Di decidere io stesso il mio avvenire. In quegli anni parecchi, e in grandissima maggioranza comunisti, fecero quella scelta. Essi sapevano che a un brevissimo periodo di lavoro cospirativo in Italia sarebbero seguiti lunghi anni di carcerazione. Poco importa l’immagine che essi si facevano della società di domani e quella dei mezzi per raggiungerla. La scelta di liberazione della società era certo per tutti, come scelta individuale, un’affermazione della persona contro un ordine ad essa estraneo.

E la sua scelta gli procurò la soddisfazione di agire secondo coscienza e di tenere in mano il proprio destino, ma gli portò l’arresto nel 1935, il tribunale speciale e lunghi anni di carcere fino alla sua liberazione nel concitato periodo tra la caduta del fascismo e l’8 settembre 1943. In seguito vi fu la resistenza che egli ha più volte definito "il punto più alto" della propria vita.

Riflettendo se al momento della sua adesione a Giustizia e Libertà col suo socialismo libertario, vi sia stata rottura o continuità considerò:

Vi è stato un passaggio graduale dal rigido costituzionalismo liberale che affermavo nella mia adolescenza. Passato alla giovinezza mi rendevo conto dei limiti profondi di questo: del contrasto di classe, diciamo pure dell’impossibilità di attuare una democrazia di tipo elitario e nel contempo una attività che tenesse conto dei valori essenziali della giustizia. Ed è allora che venne alla luce il nodo che per noi era irrisolto del rapporto fra libertà e giustizia. La libertà dava a tutti la possibilità di creare delle ingiustizie profonde: questa era l’esperienza storica reale.

Vista questa evoluzione del suo pensiero, non stupisce che nel dopoguerra egli si sia dedicato con passione alla lotta sindacale.

Ognuno di noi, ogni uomo ha davanti a sé i propri problemi, i problemi della sua famiglia, i problemi dei suoi amici. Vi sono delle cose legate all’individuo, però vi è anche la possibilità, e l’enorme convenienza, di pensare agli altri che sono in difficoltà. Aiutare un altro vuol dire dare un senso anche a me stesso, a quello che faccio, a quello che sono. Per esempio negli anni sessanta ho impegnato la mia vita in modo radicale nella lotta sindacale. Apparentemente mi occupavo solo di problemi di ridistribuzione: "dammi più di salario, voglio ridurre l’orario di lavoro, quello dev’essere pagato meglio, prende troppo poco rispetto a quell’altro". Sembravano solo problemi di ridistribuzione di risorse. In realtà io ho sempre vissuto quella vicenda sindacale come quella di gente che vuol far riconoscere dagli altri la sua identità; come una lotta di libertà per affermare il diritto di essere riconosciuti, di non essere sottomessi, di non accettare una gerarchia data, una gerarchia già precostituita. Quindi io, tutte queste lotte sindacali, in cui si discuteva magari di diecimila lire in più o in meno, le ho vissute come lotte di libertà.

La frequentazione e il contatto diretto con i lavoratori vissuto nel corso della sua lunga militanza nel sindacato, gli diedero del mondo operaio una immagine evoluta rispetto alle sensazioni provate da ragazzo. Non più la percezione di un’entità idealizzata ma in un certo senso irraggiungibile, ma quella di "compagni di viaggio" che conosceva bene e di cui apprezzava i valori e la dignità:

c’è nel lavoro umano un valore che è distintivo. Certo, i lavoratori sono come tutti gli altri, sono onesti, disonesti, furbi, tardi, pigri… tutto quello che si vuole, però la verità è che la loro condizione rende, secondo me, non deplorevoli i risultati di eventuali difetti, mentre mette in luce gli elementi più positivi. Perché il lavoratore proprio perché subisce quel tipo di costrizione della sua vita non pensa di andare avanti schiacciando gli altri. Il rampantismo diffuso in altre categorie specialmente dall’inizio degli anni ’80 è un elemento estraneo alla grande generalità dei lavoratori che invece hanno una visione diversa del loro destino. Questo a mio giudizio è un valore morale. È un valore etico superiore che non si misura con dati statistici, demografici o salariali. È un elemento di qualità distintivo del mondo del lavoro rispetto al resto. Non so se questa è retorica: io credo di no perché lo vediamo mille volte questo fatto. Basta andare a vedere una famiglia operaia per capire questo.

Un aspetto estremamente interessante della personalità di Vittorio Foa è stato il suo spirito libero e laico. Messo a confronto con l’appunto di Gian Carlo Pajetta che ironizzava attribuendogli una supposta incoerenza perché nel corso della sua vita politica aveva militato in più organizzazioni e partiti, spiegò:

Ci sono due modi di essere coerenti in politica. Un modo è quello di Pajetta, di essere coerenti alle proprie idee attraverso l’attaccamento infallibile, incrollabile al proprio partito. L’altro modo è quello che credo di aver messo in pratica io, cioè di avere alcune idee e poi a forza o a ragione cercare di perseguirle attraverso diverse formazioni politiche. Credo che questi due modi siano tutti e due ugualmente legittimi, tutti e due buoni. Si può essere coerenti come membro di un partito e si può essere coerenti come uno che cerca di realizzare i suoi obiettivi attraverso diversi partiti.

Dopo aver riconosciuto a Pajetta la sua incrollabile fedeltà al partito anche quando si trovava in disaccordo con i dirigenti, concluse:

Salvo forse un momento nel Partito d’Azione, non ho mai avuto verso un partito un atteggiamento di questo genere: di considerarlo come depositario della verità.

Anche di fronte all’ebraismo la sua posizione fu laica, pur sentendo fortemente e affettivamente le sue radici e la sua identità. Dei suoi genitori Foa ricorda che la madre non era religiosa e si recava in sinagoga soltanto in occasione delle grandi feste, mentre suo padre, figlio del Rabbino di Torino, era moderatamente credente. Tuttavia in seno alla sua famiglia l’ebraismo aveva un suo ben definito spazio:

Senza esservi un clima religioso molto attivo vi era però una religiosità familiare. Mio padre il venerdì sera, all’inizio del sabato, ci dava la benedizione: benediceva il vino, ci metteva le mani sulla testa. Benedizione che io ho sempre considerato con nostalgia nel corso della mia vita. Mi ricordo di quando ho portato i miei due bambini (i primi due, Anna e Renzo) al mare a Diano Marina dove i miei genitori sono poi vissuti a lungo fino alla loro morte… Una sera chiesi a mio padre di benedirli e vidi che lui lo faceva, ma con una certa riluttanza, come se avesse paura di violare una situazione. E invece per me questa religiosità familiare era un elemento importante, di costanza, di continuità di fronte alle continue rotture nella vita politica e pubblica. Questa continuità era un elemento fortissimo di sostegno. […] La religiosità in senso proprio l’ho perduta all’età di 13 anni quando io, come mio fratello, abbiamo compiuto i riti tradizionali della religione, abbiamo studiato l’ebraico, abbiamo letto la Torà nella Sinagoga e all’indomani di quest’esperienza siamo diventati completamente miscredenti. Invece la religiosità famigliare mi è rimasta dentro, molto forte, nei confronti dei miei figli, dei miei genitori e soprattutto nei confronti di mio padre.

Silvana Calvo