Libri

 

Falsi di ieri e risposte di oggi

di Emilio Jona

 

Parlo qui di un romanzo, Il Cimitero di Praga, che non ho ancora letto, di uno dei maggiori scrittori e studiosi italiani, che, appena stampato, ha suscitato un interesse e un’attenzione che raramente i nostri media riserbano ad un evento letterario.

Ne parlo perché l’autore, Umberto Eco, in varie interviste televisive, ha spiegato che con questa storia, che ha per protagonista un immaginario personaggio dell’Ottocento, Simone Simonini, autore della maggior parte dei falsi clamorosi realmente perpetrati nel corso di quel secolo, mirava a smascherare le trame di chi costruisce l’odio indirizzandolo su di un nemico immaginario, che viene prevalentemente individuato nell’ebreo, quale vaso di ogni male dell’umanità.

La realtà, dice Eco, ci offre spunti più avventurosi di ogni fantasia e io non ho fatto altro che riportare rigorosamente documenti e materiali già pubblicati, ampiamente diffusi, tentando di scoprire cosa c’è dietro.

Ora alcuni lettori di pregio, come Anna Foa, Ugo Volli e Riccardo Di Segni, hanno posto, sull’ultimo numero di Pagine ebraiche, anche se da punti di vista diversi, lo stesso interrogativo, che ha carattere generale, anzi pregiudiziale e che prescinde dalla lettura del libro e dal giudizio del tutto positivo che concordemente essi danno dell’opera e delle intenzioni dell’autore.

In sintesi le riserve sono queste: scrive Anna Foa che questo affresco di un’epoca che unifica in sé tutte le falsificazioni del secolo, più che uno stereotipo e un pregiudizio, è un paradigma interpretativo, se non una visione del mondo che si autoalimenta. Perciò il falso, che è accattivante dal punto di vista del romanzo, “dal punto di vista della storia sembra diventare vero, in un contesto in cui tutti i documenti sono falsi, tutti sono doppi o tripli e la confusione tra vero e falso regna sovrana”. Allora, si chiede Anna Foa, se esista una verità al di là delle opinioni di ciascuno e se una costruzione volta a smontare un falso non arrivi “per una strana eterogenesi dei fini” a rico­struirlo.

Ugo Volli va ancora oltre e, rinvenuto il senso del romanzo nel “mostrare la falsità e l’origine grottesca e criminale delle attività del protagonista” e nell’opporvisi e denunciarle, coerentemente a tutta la storia intellettuale di Eco, afferma che Simonini è “un personaggio... così negativo, così grottescamente malvagio da risultare quasi simpatico”. Il che può produrre l’effetto boomerang di consentire ai materiali rigorosamente veri esposti nel romanzo di “sprigionare tutti i loro veleni”. E questo fa sì che il lettore ebreo non si diverta, anzi sia pieno d’an­goscia di fronte alle criminali avventure del protagonista.

Riccardo Di Segni legge il libro con un’ottica analoga e, pur riconoscendo che esso costituisce “un’affascinante lezione sui meccanismi di distorsione, diffamazione, depravazione politica”, si chiede cosa rimanga nella testa del lettore dopo pagine e pagine di delirante antisemitismo. Teme perciò si tratti di un “esercizio pericoloso se non micidiale”; ad esso oppone la categoria talmudica del “tecu”, che in aramaico significa “lascia stare”, che vuol dire che nell’intreccio di domande e risposte è bene se “la domanda resta senza risposta. O forse la risposta ci sarà, ma solo quando ci sarà il Messia”.

Non condivido queste riserve e questi timori. L’angelo della storia, come scriveva Walter Benjamin, non ha paura del passato, ha il viso rivolto al passato e “dove ci appare una catena di eventi egli vede una sola catastrofe che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”, mentre una tempesta che spira dal paradiso e che s’impiglia nelle sue ali “lo spinge irresistibilmente verso il futuro a cui volge le spalle”.

E non c’è da attendere il tempo messianico per la conoscenza del passato, direbbe ancora Benjamin, perché nel presente come tempo-ora sono sparse schegge del tempo messianico ed è noto che “agli ebrei è vietato investigare il futuro. La Torah e la preghiera lo istruiscono invece nella memoria”.

Perciò non si deve avere paura di questa memoria, né di una conoscenza che esplori il demoniaco che vive in noi, ma si deve confidare, perché non abbiamo altro in cui confidare, nella forza della ragione che smaschera i meccanismi della menzogna.

Vedo poi in queste preoccupazioni sulla debolezza della ragione e la forza della menzogna antisemita, e sull’opportunità di tacerne per ora, l’eco di un atavico timore nato da millenarie persecuzioni, un farsi piccoli, un defilarsi nelle strade esclusive, ma rassicuranti, del ghetto per essere lasciati in pace, per ritrovare una pace che però è quella di un’illusione.

Con altro spirito dunque leggerò e propongo di leggere Il Cimitero di Praga.

Emilio Jona

    

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