Italia
Come ne usciremo?
di Alda Guastalla
Sono passati ormai sei mesi dalle elezioni comunitarie che hanno visto la precedente maggioranza diventare minoranza: la lista di Comunitattiva con al suo interno alcuni membri del Gruppo di Studi Ebraici ha infatti ora 5 consiglieri su 13; i restanti 8 sono del neo costituito gruppo Anavim. Su queste pagine, che tradizionalmente in passato hanno dedicato ampio spazio alle vicende torinesi, non è finora comparsa alcuna analisi dell’attuale situazione comunitaria e della direzione presa dalla sua nuova gestione e neanche c’è stato alcun tentativo di interpretazione del successo di Anavim, inaspettato a detta di diversi suoi membri. Quali dei temi presenti nel suo programma e nel documento di presentazione della lista sono stati determinanti per il successo? Cosa hanno voluto premiare o bocciare gli elettori? I temi economico gestionali relativi a deficit, trasparenza, pubblicità degli atti amministrativi? La posizione piuttosto critica sul nuovo Rabbino Capo? O forse la disapprovazione per la procedura di revoca avviata dalla precedente maggioranza vissuta come una mancanza di riconoscimento del ruolo e della figura del Rabbino Capo? Questo ultimo punto è stato più volte evidenziato su queste pagine da David Sorani, che, non va dimenticato, è stato il candidato di Anavim più votato; scriveva nel numero di luglio 2010, commentando la conferma della revoca da parte del Collegio arbitrale: ”Respingere la revoca avrebbe significato…. dichiarare la sconfitta dell’istituzione comunitaria rispetto al magistero rabbinico, ponendo dunque ostacoli alla tendenza volta a limitare-regolamentare il rabbinato”. E ancora, chiedendosi dove stesse andando l’ebraismo italiano, la riforma del cui statuto era allora in discussione, ”Non è il caso di trarre conclusioni sommarie e affrettate, ma l’inquieto timore che un settore significativo e ahimè consistente dei vertici dell’ebraismo italiano si stia orientando, anche a livello normativo, verso una visione laicista (si badi bene, non laica) dell’essere ebrei e della società ebraica appare purtroppo fondato. Si tratta di una visione distorta dell’ebraismo, è persino ovvio ricordarlo; un’interpretazione forse in sintonia con una tendenza diffusa ai giorni nostri, ma certo assai distante dalla tradizione e dalla storia degli ebrei in Europa, secondo le quali forte è il ruolo dell’istituzione comunitaria in sé, ma indiscutibile è l’autonomia e la funzione trainante dell’autorità rabbinica.”
Se i temi dell’autonomia e della funzione trainante dell’autorità rabbinica e del rispetto per la medesima sono stati determinanti per la scelta, da parte degli elettori, dei membri del nuovo Consiglio allora è bene che si sappia che affermazioni di principio e scelte dell’attuale maggioranza vanno in tutt’altra direzione. Non solo infatti sono state assunte decisioni riguardanti l’Ufficio Rabbinico senza tenere in alcun conto le indicazioni formulate dal Rabbino Capo, che oltre tutto di tale Ufficio è responsabile, ma è stata anche ripetutamente e con grande veemenza sottolineata l’assoluta autonomia decisionale del Consiglio in qualsiasi materia. Che capovolgimento di posizioni in soli 18 mesi! Queste scelte, oltre tutto in aperto contrasto con il regolamento comunitario, con la tradizione ebraica, e forse più semplicemente anche solo col buon senso, saranno di pregiudizio per il funzionamento dell’Ufficio Rabbinico; mettono anche seriamente in dubbio l’intenzione espressa nel programma di Anavim di “valorizzare quanto di positivo vi è nel nuovo”. La realizzazione di parte almeno dei progetti avviati dal Rabbino Capo potrà infatti ora incontrare difficoltà.
Anche quanto scritto su queste pagine all’indomani delle elezioni, “Il primo dovere di tutti noi nuovi eletti sarà quello di ricercare in ogni modo il superamento dei fossati attuali. Occorrerà passare dalla divisione alla condivisione, e poi dalla condivisione all’unione, in un clima di dialettica e di rispetto reciproco. Solo così torneremo ad essere una comunità nel senso pieno del termine”, non sembra ahimè trovare applicazione né all’interno del Consiglio né fuori. I Consiglieri di minoranza sono infatti del tutto esclusi dalle decisioni più importanti per il futuro della Comunità.
La commissione “Rapporti con l’ufficio rabbinico”, in cui solo dopo grandi insistenze si è ottenuto l’inserimento di un consigliere di minoranza, non è mai stata convocata; i temi di sua pertinenza ed i rapporti col Rabbino Capo sono gestiti esclusivamente dal Presidente e dai vice presidenti. Non pare questa la strada più diretta per arrivare alla condivisione e poi all’unione e non pare esserlo nemmeno la partecipazione “totalmente selettiva” di molti alle attività comunitarie: non sembra infatti essere l’interesse dell’evento a determinare la scelta di partecipazione, ma solo “l’appartenenza” di chi l’evento ha organizzato.
Perdurando questo stato di cose temo che purtroppo quanto di positivo è stato fatto non durerà a lungo e che un solco sempre più profondo dividerà la nostra Comunità.
È mai possibile che la degenerazione della politica che ha portato l’Italia sull’orlo del baratro abbia contagiato l’intero universo italiano compresa la nostra Comunità? Da molto tempo mi interrogo su quale ne sia la causa senza trovare una risposta soddisfacente. Riusciremo ad uscire con le nostre forze da questa spirale negativa o avremo anche noi bisogno dell’intervento di un Napolitano, o magari di una UCEI che ci faccia uscire da questa situazione?
Alda Guastalla
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