11 Settembre
Ho difeso un terrorista
di Anna Segre
Durante le lunghe ore di Kippur, si sa, le signore nel matroneo tendono a distrarsi (anche perché non si sente quasi nulla) e a conversare per i fatti loro. Non mancano i discorsi come quelli descritti nella vignetta di David Terracini sul numero scorso di Ha Keillah (e suppongo che non manchino neanche tra i signori), ma a volte capita di incontrare qualcuno che non si vedeva da molto tempo, ci si fa raccontare la sua vita e il suo lavoro, e può capitare di sentire storie davvero interessanti, per cui, terminato il digiuno, ci si rammarica di non aver potuto prendere appunti. E non è detto, poi, che queste storie non abbiano nulla a che fare con Kippur, in particolare se ci permettono di riflettere sulla giustizia.
È quello che mi è capitato con Sara Perera, mia ex allieva alla scuola ebraica, di cui avevo perso le tracce da molti anni; mi racconta di essere avvocato e di aver seguito un master negli Stati Uniti; osservo scherzosamente che già alle medie si poteva intuire la sua vocazione, negli sforzi oratori con cui ogni tanto tentava di far alzare i voti dei suoi compagni, anche quando era chiaro che non avevano studiato; Sara ride: “Altro che non aver studiato! Negli USA mi sono occupata della difesa dei terroristi dell’11 settembre!” Rimango un po’ interdetta: intende quelli rinchiusi ingiustamente a Guantanamo? No, mi spiega, non i quattrocento e passa innocenti, si è occupata proprio degli unici nove effettivamente risultati implicati nell’organizzazione degli attentati: il suo master, infatti, prevedeva ore di lavoro pro bono; tra le varie possibilità c’era quella - che Sara aveva scelto - di affiancare la difesa nel processo che si stava istruendo di fronte al tribunale militare. Superfluo domandarle le motivazioni della sua scelta: significava vivere la storia in prima persona.
Per capire bene la situazione, a questo punto, è necessaria un breve parentesi sull’organizzazione della giustizia a Guantánamo. Nel 2006 l’amministrazione Bush adottò una legge, il Military Commissions Act1 che creava delle commissioni militari apposite con l’unico scopo di giudicare gli “alien unlawful enemy combatant”, ovvero i nemici stranieri che combattevano senza rispettare la legge della guerra (il riferimento è ai principi enunciati nelle diverse Convenzioni sottoscritte a Ginevra sul diritto internazionale della guerra). Per tali nemici non era quindi possibile essere giudicati dalla giustizia militare ordinaria, ma solo da queste commissioni. Naturalmente queste commissioni, che potevano essere composte solo da militari di carriera, furono costruite in modo da “agevolare” il lavoro dell’accusa. Nonostante ciò molti validi avvocati del J.A.G., alcuni ormai anche in pensione, diedero la loro disponibilità per garantire la difesa degli imputati (non era infatti obbligatorio per l’avvocato nominato difendere l’imputato, questo poteva tranquillamente rifiutare, senza addurre le stringenti spiegazioni che invece avrebbe dovuto fornire in caso di rifiuto della difesa di fronte al tribunale militare).
Un’esperienza - mi racconta - che l’ha portata a rivedere i suoi pregiudizi sugli americani, e in particolare sui militari: non una difesa di facciata, ma avvocati preparati e competenti che avevano preso estremamente sul serio il proprio compito nonostante le condizioni in cui dovevano lavorare (non potevano incontrare direttamente i prigionieri, ma solo basarsi sulla trascrizione delle loro testimonianze); qualcuno era addirittura ritornato dalla pensione apposta per garantire anche ai colpevoli degli attentati dell’11-9 una difesa adeguata.
Alcuni imputati erano stati al corrente degli attentati che stavano organizzando; in tali casi - mi spiega Sara - l’unica strategia possibile per la difesa consisteva nel contestare l’illegalità dei metodi della detenzione a Guantanamo (e in effetti gli argomenti non mancavano). Altre situazioni lasciavano alla difesa qualche margine di manovra in più: in particolare Sara mi racconta del caso seguito da lei, un giovane che, rimasto solo fin da piccolo, aveva trovato in Al Qaeda un rifugio. L’organizzazione lo aveva sfamato, istruito ed infine dato un lavoro. Quando gli fu quindi chiesto di gestire dei trasferimenti di denaro, quello necessario a fornire agli attentatori la liquidità necessaria a vivere negli Stati Uniti e ad organizzare l’attacco, è difficile capire fin quanto lui fosse consapevole di cosa stesse facendo, o quanto invece avesse semplicemente ubbidito ad una richiesta d’aiuto da parte di quelle persone che lo avevano nutrito e allevato.
Con l’elezione di Obama, ed il subentro della nuova amministrazione, i processi sono poi passati dal tribunale militare a quelli civili. Non è detto che sia un bene per gli imputati, mi spiega Sara: una giuria popolare si fa trascinare più facilmente dall’emotività e mostrare qualche foto o filmato dell’attentato o delle ore successive può già bastare per inclinare i giurati verso un verdetto di colpevolezza. In particolare per casi come quello seguito da lei un tribunale militare è preferibile perché accetta più facilmente come attenuante l’obbedienza agli ordini ricevuti. Durante la nostra prima conversazione, un anno fa, Sara prevedeva per tutti gli imputati (compreso il “suo”) la pena di morte;. Finora nessuno è stato condannato a morte, ma alcuni processi sono ancora in corso.
Domando a Sara se in quanto ebrea si è sentita coinvolta in modo particolare; in effetti non c’è un vero motivo per ritenere che gli ebrei debbano sentire il peso degli attentati dell’11 settembre più di altri, e infatti Sara non mi segue su questo terreno: mi risponde comunque che non era l’unica ebrea ad occuparsi del caso, anzi, con lei c’era una ragazza israeliana, con cui discuteva spesso. Non le chiedo esplicitamente se ha letto dichiarazioni antisraeliane o antisemite da parte degli imputati. La conversazione ci porta invece in altre direzioni. Finché Sara mi parla di Guantanamo, delle condizioni assurde in cui si svolge il processo e dei limiti imposti alla difesa, mi sento spinta come lei ad ammirare lo sforzo di chi si è prodigato per assicurare comunque una processo equo; mi rendo conto che il suo racconto porta istintivamente a “tifare” per la difesa, e questo mi mette a disagio, perché ritengo si tratti di uno dei crimini più orribili degli ultimi decenni. Esterno questo disagio affermando che sono contraria alla pena di morte, ma per il resto ritengo che si tratti di un caso in cui gli imputati meritano senza dubbio il massimo della pena; Sara si dichiara d’accordo, e ammette che alcune dichiarazioni, non del “suo” imputato ma di altri, fanno venir voglia di dire: “peggio per te, non mi fai pena qualunque cosa ti capiterà!”
È una coincidenza strana che questa conversazione si sia svolta proprio durante Kippur. Non perché sia possibile istituire paragoni tra la giustizia umana e quella divina, tra la necessità di non lasciare impuniti i colpevoli di crimini efferati e l’inesauribile possibilità di pentimento che si apre nella coscienza di ciascun individuo. Eppure in entrambi i casi entra in scena il problema della responsabilità: la responsabilità del singolo individuo che riflette sul proprio comportamento dell’anno appena trascorso (anche se magari ogni tanto si distrae per una chiacchierata); e la responsabilità di una collettività umana, per quanto duramente ferita, di assicurare comunque un giusto processo anche agli autori dei crimini più ingiustificabili, per non fare di loro dei martiri ma anche per dimostrare la propria superiorità. Forse la passata amministrazione USA non ha tenuto nel giusto conto questa responsabilità, ma molti americani, forse più di quanto si pensi, hanno mostrato di esserne ben consapevoli.
Anna Segre
1 Oggi il Military Commission Act è stato emendato in seguito alla pronuncia della Corte Suprema, Hamdan v. Rumsfeld. La Corte ha dichiarato incostituzionale la legge poiché creava una disparità di trattamento tra gli “unlawful enemy combatant” e gli “alien unlawful enemy combatant”: ai primi era consentito l’accesso ai tribunali militari (che hanno norme di maggior tutela per l’imputato), mentre ai secondi tale accesso era precluso, e l’unica forma di giustizia a loro tutela erano appunto le Commissioni Militari create dal Military Commission Act.