Storie di ebrei torinesi
Stasera andiamo a teatro
Questa volta ci occupiamo di attori. Dopo le interviste a due registi nel numero di HK del luglio 2010, in questo numero due attori ebrei torinesi, in verità provenienti l’una da Milano e l’altro da Alessandria, ma nella nostra Comunità da lunghi anni, si raccontano, parlando delle loro esperienze umane e soprattutto del loro amore per il teatro. Buona lettura.
Mario Piazza: la passione di una vita
Iniziamo dai tuoi primi anni che hai trascorso ad Alessandria, dove si erano stabiliti i tuoi genitori, entrambi reduci da campi di internamento. Com’era la vita ebraica ad Alessandria, per quello che tu ricordi?
Alessandria era una piccola Comunità dove ci si conosceva tutti. Comunque tutti i giorni nel Tempio piccolo si recitavano shachrit, minchà e arvit; durante la settimana non si riusciva a fare minian, anche per lo shabbat, a volte, c’erano difficoltà. È in Alessandria che ho imparato a leggere l’ebraico: con il Rabbino Ruggero Coen facevamo lezione la domenica mattina, anche se eravamo solo in tre. Non sono mai mancati la sukkà, il seder a Pesach, la recita di Purim, la visita al cimitero e la preghiera, in riva al Tanaro, la vigilia di Kippur. È in Alessandria che ho imparato a suonare lo shofar, ho letto la parashà in occasione del mio Bar Mitzvà: per alcuni anni ho partecipato alle preghiere del Kippur essendomi stata affidata minchà.
Ad un certo punto hai lasciato Alessandria per Torino per frequentarvi il Collegio Rabbinico. Come sono stati quegli anni e come hanno inciso nella tua formazione ebraica ed umana?
Nel dicembre 1961 ho lasciato Alessandria per venire a Torino per frequentare la parte rimanente della terza media, il Collegio Rabbinico e le superiori (ho il diploma dell’Istituto magistrale). Sono stati anni intensi e sicuramente ricchi di esperienze estremamente positive. I compagni di studi e di collegio venivano da esperienze molto diverse e sono venuto quindi a contatto con realtà variegate (Grecia e Libia, per esempio) che prima di allora non conoscevo. Ho avuto la fortuna di avere insegnanti di altissimo livello che hanno contribuito a consolidare in me i valori dell’etica ebraica. Dal punto di vista umano (ma il confine con l’ebraismo, se esiste, è estremamente labile) mi ricordo sempre l’insegnamento di Rav Dario Disegni: “se vuoi essere uguale agli altri, devi essere superiore agli altri”. Insegnamento che mi ha spinto con forza a superare certi, per fortuna non numerosi, episodi di larvato antisemitismo che ho dovuto affrontare nel corso degli anni di studi superiori.
Oltre che allievo, sei stato poi anche per un breve periodo docente alla Scuola Ebraica di Torino: è stata un’esperienza positiva?
Dopo il diploma, nel luglio 1966, ho avuto l’incarico di supplente annuale per la terza elementare presso la scuola ebraica. Ricordo che il primo giorno di scuola ero semplicemente terrorizzato (non avevo ancora compiuto 18 anni). Mi ero appena diplomato, il corso di studi non ci aveva dato una preparazione rivolta all’insegnamento; e per di più mi sono trovato ad avere tra i miei allievi figli di persone che conoscevo da anni: sono state proprio queste persone che in quel primo giorno mi hanno dato il coraggio di varcare la soglia dell’aula per cominciare quella che è stata un’esperienza esaltante, ricca di valori umani. Non so cosa io abbia trasmesso ai miei allievi, ma certamente loro a me hanno dato moltissimo. Li ricordo ancora quasi tutti e alcuni li ho rivisti a distanza di anni, magari già genitori e il vedere che si ricordavano ancora dei nostri giorni di scuola mi ha dato la speranza di aver contribuito in qualche modo alla loro formazione. Purtroppo l’esperienza è durata solo un anno scolastico.
L’amore per il teatro ti è nato sui banchi di scuola, ma come hai deciso di concretizzarlo?
Non so dire quando mi sia nato l’amore per il teatro. So solo che da piccolo alla classica domanda cosa vuoi fare da grande, rispondevo: “l’attore”, anche se non avevo ben chiaro cosa significasse. A parte le recite di Purim in Alessandria e l’organizzazione delle stesse in collegio, la mia prima esperienza teatrale l’ho avuta grazie all’insegnante di lettere delle superiori che in occasione del saggio scolastico ci ha fatto mettere in scena un atto de “Il ventaglio” di Goldoni. Proprio con lo stesso testo ho debuttato, una volta finite le scuole, con una compagnia nata dall’iniziativa di un mio compagno di classe, bravissimo attore e regista, che mi ha dato i primi veri rudimenti di teatro. La prima esperienza nel dirigere una compagnia è stata proprio quella del Gruppo Sperimentale per il Teatro Ebraico. Dopo alcune esperienze con la prima compagnia, ho fondato una mia compagnia (I Nuovi Guitti) con la quale abbiamo rappresentato, in quasi 14 anni di attività, molti testi (Williams, Ionesco, Campanile ecc.) vincendo anche concorsi e ottenendo riconoscimenti di vario genere. Dopo una lunga pausa, nel 2004 è nata l’attuale formazione “Il Teatro del Rimedio”.
Molti nella Comunità di Torino ricordano il gruppo di Teatro Ebraico da te diretto come una piacevole avventura durata alcuni anni: com’era nata l’idea di organizzare un gruppo di giovani e di educarli al teatro?
L’idea del gruppo di teatro ebraico mi è nata quando ho trovato un libro che conteneva alcuni testi: essendo in crisi di astinenza da palcoscenico, mi è sembrato interessante provare a divulgare alcuni di questi testi, non immaginando che l’idea sarebbe stata accolta con entusiasmo dai giovani interpellati e che avremmo avuto un così largo seguito.
Quali spettacoli realizzati in quegli anni ricordi con maggior piacere?
Ricordo con piacere tutti gli spettacoli (Casablan, È difficile essere ebrei ecc.). Forse quello che più mi ha preso è stato “Il processo di Norimberga”. Ho elaborato il testo basandomi sui verbali del processo: è stato quindi un lavoro impegnativo nella stesura e nella preparazione, culminato con l’invito ricevuto da Milano per rappresentarlo lì.
Si può dire che senza soluzione di continuità sei passato poi all’organizzazione teatrale a tutto campo, pur svolgendo una tua attività lavorativa impegnativa in un’azienda farmaceutica.
Sì. In ambedue le compagnie da me fondate, sono stato regista, attore, scenografo, addetto al montaggio e smontaggio, alle pubbliche relazioni e via elencando.
Ad un certo punto della tua vita hai fatto l’attore professionista: com’è andata?
È un po’ esagerato affermare che ho fatto l’attore professionista. Ho avuto il piacere di essere chiamato a ricoprire alcuni piccoli ruoli nella compagnia (questa sì professionale) della mia insegnante di recitazione, la grande Anna Bolens. Recitare fianco a fianco di alcuni attori veri è stata sicuramente un’esperienza grandiosa, che mi ha fatto crescere, teatralmente parlando, e che ricordo con piacere.
Da tempo dirigi una compagnia teatrale: è un impegno che ti assorbe molto?
Sì, certamente. È una passione che richiede dedizione e a volte anche sacrifici: l’impegno, specie quando si è sotto debutto o quando si affronta un testo particolarmente impegnativo, è notevole, ma la passione è tale che non si sente la fatica. Purtroppo per le compagnie amatoriali è sempre più difficile trovare modo di rappresentare i nostri spettacoli.
A quale opera stai lavorando e quando potremo vederti in scena?
Stiamo cercando di rappresentare i nostri ultimi allestimenti: “Il berretto a sonagli” di Pirandello e tre atti unici di A. Nicolaj, oltre a uno spettacolo di cabaret. Ed è ora in preparazione, sotto forma di lettura-spettacolo, in occasione del giorno della memoria 2012, il dramma di Stefano Massini “Processo a Dio”: si svolge nel campo di Maidanek dopo la liberazione: un gruppo di ebrei, fra cui un rabbino, intenta un processo a D-o per verificarne le eventuali responsabilità sull’Olocausto. Il testo è molto bello, in un linguaggio chiaro e incisivo. Lo daremo a Torino, credo in febbraio, al Teatro Murialdo.
Quali aspetti significativi vedi nel teatro ebraico?
Non è facile rispondere a questa domanda. Il teatro ebraico, almeno per quanto io conosca, non ha moltissimi testi rappresentabili e soprattutto non di altissimo livello. Sicuramente adatti e interessanti per un pubblico di ebrei, ma non sempre facilmente esportabili in un circuito normale. L’importanza che io vedo è quella di aprire uno squarcio su un aspetto della cultura ebraica sconosciuta ai più.
Intervista a cura di
Giulio Disegni