Storia

 

Nella villa ove si decise la Shoah
Wannsee Konferenz

 di Manuel Disegni

 

“Com’è possibile che in questa stanza dove ora siamo noi, degli uomini come noi, tedeschi come noi, abbiano davvero pianificato e approvato l’uccisione di undici milioni di ebrei?”, si chiede Georg. Non riesce a capacitarsene. Ha ventun anni, frequenta un seminario intitolato Holocaust in philosophischen Perspektiven (la Shoah in prospettive filosofiche) all’Università Libera di Berlino e la stanza in cui si trova insieme ai suoi compagni è la stessa in cui si tenne la conferenza di Wannsee.

Il 20 gennaio 1942 le più alte cariche del terzo Reich si riunirono in una villa sulle sponde del lago Wannsee, in un sobborgo a sud-ovest della capitale, e vararono la “soluzione finale del problema ebraico”. Si trattava di preparare e coordinare gli sforzi di tutti gli apparati statali e i servizi civili del Reich, secondo l’ordine del Führer, in vista dello sterminio degli ebrei, obiettivo politico primario, che, pur in tempo di guerra, sopravanzava ogni necessità militare. I partecipanti: Reinhard Heydrich, il capo del Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA), incaricato da Goering di convocare e dirigere la conferenza; Adolf Eichmann, l’esperto delle deportazioni, capo del reparto IV B 4 dell’ufficio di Heydrich, redattore del verbale della riunione ritrovato nel 1947 negli archivi del Ministero degli Esteri, oggi esposto nella villa di Wannsee; Marthin Luther, sottosegretario del Ministro degli Esteri; Heinrich Mueller, capo dell’ufficio IV per la Sicurezza del Reich, diretto superiore di Eichmann; Alfred dott. Meyer, segretario di Stato al Ministero per i Territori Occupati; Erich Neumann, Ufficio piano quadriennale; Eberhardt dott. Schoengarth, comandante della Polizia di Sicurezza; Wilhelm dott. Stuckart, segretario di Stato al Ministero degli Interni; Georg dott. Leibbrandt, direttore del Ministero per i Territori Occupati; Josef dott. Buehler, segretario di Stato del Gabinetto del Governatorato generale di Cracovia; Roland dott. Freisler, segretario di Stato al Ministero della Giustizia; Otto Hoffmann, Capo dell’Ufficio superiore per la razza delle SS; Gerhard dott. Klopfer, Cancelleria del Partito Nazionalsocialista (NSDAP); Wilhelm Kritzinger, direttore ministeriale della Cancelleria del Reich; Rudolf dott. Lange, comandante della Polizia di sicurezza.

La documentazione esposta testimonia delle questioni giuridiche (come comportarsi nei confronti dei mezzi ebrei, degli ebrei per un quarto, se ucciderli o solo sterilizzarli...) e logistiche (quali modalità di uccisione adottare, da quali zone iniziare le deportazioni...) attinenti alla soluzione finale, e del sordido linguaggio burocratico con cui venivano discusse.

“Si riscontrò tra i partecipanti il più perfetto accordo - racconta Hannah Arendt nel suo rapporto dal processo Eichmann a Gerusalemme sulle colonne di The New Yorker, poi pubblicato sotto il titolo La banalità del male -: tutti i presenti salutarono la soluzione finale con straordinario entusiasmo. [...] La seduta non durò più di un’ora, un’ora e mezza, dopo di che ci fu un brindisi e tutti andarono a cena, una festicciola in famiglia per favorire i necessari contatti personali”.

La bella villa primi Novecento in cui, intorno a un tavolo, fu deciso il genocidio degli ebrei europei ospita oggi un memoriale e una mostra permanente. Il docente del seminario nell’ambito del quale viene organizzata la visita al Haus der Wannsee-Konferenz è Tommaso Speccher, uno studioso italiano emigrato in Germania, collaboratore del museo ebraico di Berlino, che attualmente lavora a una comparazione dell’approccio tedesco al tema a della Shoah con quello italiano.

Suona genuina, quasi ingenua, la domanda dello studente Georg: “Com’è possibile?”. Genuina è la volontà di capire come l’uomo sia (stato) capace di tanta, premeditata, intenzionale abiezione. Chi si è sinceramente posto tale quesito? Quanti di noi (italiani, ebrei, antifascisti) hanno avuto il coraggio di provare, anche solo per un momento, a far propria la mentalità dei nazisti per conseguire una vera comprensione di quel crimine? Quanti preferiscono invece rifugiarsi nell’idea, germanofobica più o meno latentemente, che tanto orrore fu possibile solo grazie all’inumana, inaudita e irripetibile crudeltà di quei sadici alieni che furono i nazisti?

Irmgard, un’altra studentessa del seminario di Speccher, un po’ meno giovane di Georg, afferma di avvertire sulle spalle il peso della corresponsabilità. “Non una responsabilità diretta, naturalmente, ché all’epoca non ero ancora nata. Però, di fronte a questi documenti, in qualche modo provo vergogna. Non so dire se in particolare in quanto tedesca, ma la provo. A mio figlio sedicenne questo sentimento intendo trasmettere”.

Johanna, in coda tra gli altri all’entrata della villa, racconta contrita di suo bisnonno, mai conosciuto, tenente delle SS, e dello shock di sua madre, la nipotina prediletta, quando cresciuta seppe.

Ci vuole una grande umiltà per ammettere di far parte della stessa specie dei gerarchi sopra elencati e provarne vergogna. Ci ha provato Primo Levi ne I sommersi e i salvati: “I giusti fra noi, non più né meno numerosi che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore”.

Chi, uscendo dal Haus der Wannsee Konferenz, si sentirebbe di pronunciare il saggio motto di Terenzio “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”?

Manuel Disegni

    

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