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Temere il confronto?

 di Anna Segre

 

 



Albero da frutta. Foto di Tal Shochat

 

Spesso nei dibattiti intorno al mondo ebraico si parla di numeri: come può definirsi ebraica una scuola come quella di Torino in cui gli ebrei sono una minoranza? Come facciamo se nelle nostre comunità prevalgono i matrimoni misti? Cosa succede se in Israele arrivano tanti immigrati? In ciascuno di questi casi sembra quasi si dia per scontato che se gli equilibri numerici cambiano a nostro sfavore la nostra identità ebraica ne risentirà automaticamente. Ma è poi così scontato che sia così? Se il confronto tra culture si fondasse sui numeri noi ebrei avremmo perso in partenza la sfida con la storia. In realtà le cose sembrano andare in modo ben diverso.

Aldo Zargani chiude il suo articolo su questo numero di Ha Keillah con una rassegna di nomi di ebrei celebri, ma le dimensioni del fenomeno sono talmente sconcertanti da superare anche la più sciovinista delle autocelebrazioni: pensiamo per esempio all’altissimo numero di premi Nobel ebrei (anche senza contare quelli per la pace, che non dimostrano un granché); per restare in casa nostra (paese cattolico in cui gli ebrei sono una minoranza davvero esigua), è difficile negare che la letteratura italiana del ’900 non sarebbe la stessa cosa senza Svevo, Saba, Moravia, Carlo e Primo Levi, Bassani, la Morante, la Ginzburg, ecc.

Quasi tutti ebrei “lontani”, certo, alcuni persino ufficialmente cattolici, eppure è difficile pensare che nessuno di loro abbia portato neanche una briciola di qualcosa di ebraico nella cultura del nostro Paese.Chi è sicuro della propria identità non teme il confronto; quando si comincia a ragionare di numeri è segno che non si è più tanto sicuri di se stessi e della propria cultura; ma i numeri da soli non risolvono nulla: vietare la costruzione di moschee, imporre crocifissi nelle classi e favorire nel credito scolastico chi frequenta l’Insegnamento della Religione Cattolica serve solo a far sentire fuori posto chi cattolico non è, ma non basta certo a diffondere i valori cattolici in una società italiana che li sta perdendo. Altrettanto, l’UGEI non diventa automaticamente un gruppo giovanile dalla forte identità ebraica escludendo dai campeggi qualche figlio di solo padre ebreo, la società israeliana non diventa più ebraica se i non ebrei hanno meno diritti degli ebrei, la cultura ebraica nelle nostre comunità non rifiorisce automaticamente scoraggiando la partecipazione delle famiglie miste.

Assimilazione è una parola che ci fa paura, ma forse potremmo iniziare a vederla anche nell’altro senso: possiamo essere assimilati, ma oggi spesso abbiamo occasione di essere noi quelli che assimilano. Non è detto che assimilare significhi convertire, anzi, il più delle volte non è così; la persona “assimilata” non diventa ebrea, ma la cultura ebraica assume un peso rilevante nella sua identità. Può essere il/la coniuge di un ebreo che sceglie consapevolmente di avere una famiglia ebraica (oggi accade molto più spesso che in passato), può essere il ragazzino che per caso frequenta la scuola ebraica, è affascinato dalla cultura che ha scoperto e ne rimane influenzato per sempre, può essere l’immigrato africano arrivato per caso in Israele dopo avere attraversato il deserto che impara a parlare la lingua del Tanakh e si abitua a una vita scandita secondo il ritmo delle feste ebraiche.

E poi in fondo anche gli ebrei assimilati non sono morti: sono persone che lavorano, pensano e scrivono, e anche loro portano, magari inconsapevolmente, qualcosa di ebraico nella società in cui vivono.

In questo numero trattiamo molte facce di questo problema, e altre ne tratteremo in futuro. L’ultimo congresso UGEI ha discusso sulla partecipazione alle attività per i figli di solo padre ebreo (partecipazione inevitabile in contesti internazionali dove non tutti sono necessariamente ortodossi). Giuseppe Gigliotti invita a riconsiderare l’atteggiamento di assoluta chiusura nei confronti dei matrimoni misti. Nel numero scorso Alberto Fierro raccontava le discriminazioni che subiscono i non ebrei in Israele.

Ogni faccia ha la sua specificità e non è detto che le risposte da dare in questi casi così diversi tra loro siano necessariamente le stesse.

Per esempio sull’identità di Israele la questione è complessa. In teoria potremmo pensare che se gli ebrei sono in grado di influenzare in modo significativo la cultura di Paesi dove sono l’uno per cento o per mille non ci sia poi molto da temere in un eventuale stato binazionale (Israele e Palestina insieme) in cui sarebbero addirittura poco meno del 50%. Infatti questa obiezione è stata rivolta più volte nel corso della serata di presentazione di JCall a Milano lo scorso 20 novembre.

La risposta di David Chemla, segretario generale di JCall Europa, che citava come esempio negativo il Belgio, non mi è parsa incisiva (penso che buona parte degli israeliani - e ancora più dei palestinesi - farebbero la firma per diventare come il Belgio), ma purtroppo ben più convincente è stato David Calef, coordinatore di JCall Italia, che ha citato Sarajevo: non si sa cosa ci può riservare la storia e finché si è minoranza ci sarà sempre il rischio che una società aperta, in cui magari gli ebrei hanno anche un ruolo significativo, possa diventare di colpo antisemita.

Ecco perché, pur con tutti i suoi limiti, la soluzione due popoli due stati continua ad apparire l’unica praticabile. Ma, finché gli ebrei sono anche solo uno in più del 50% e il rischio di uno stato ufficialmente antisemita è scongiurato, la capacità della cultura ebraica di permeare la società dipende solo dagli ebrei stessi.

In ogni caso credo che dovremmo imparare ad avere più fiducia in noi stessi. Se diamo per scontato che una famiglia mista non potrà mai essere ebraica, che i nostri ragazzi si allontaneranno dall’ebraismo se frequenteranno coetanei fuori dalla comunità, che i non ebrei in Israele, anche se minoranza, mineranno l’identità culturale del paese vuol dire che diamo già per scontato in partenza che non saremo in grado di reggere il confronto.

Avremo perso a tavolino prima di cominciare la partita.

 

 

Anna Segre

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