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Guerra ed elezioni

di Israel De Benedetti

 

21 novembre

Comincio a scrivere questo articolo la mattina dell’ottavo giorno della nostra miniguerra. Ieri sera sembrava che ci si stesse avvicinando a un cessato il fuoco, stamane tutto è ancora da concludere. Da otto giorni sono chiuse le scuole, gli istituti e le Università che si trovano a meno di 40 chilometri da Gaza. 250.000 studenti restano a casa e così almeno uno dei genitori deve restare con loro e non uscire al lavoro. Nei kibbutzim e nei moshavim nella zona più vicina a Gaza si sono avuti danni non indifferenti, ma la gente e soprattutto i bambini hanno sofferto una vita infernale per gli allarmi ininterrotti. Le nostre cinque batterie antimissile (cupola di ferro) fanno miracoli, ma non riescono a intercettare tutti i missili e ci sono già stati danni ad abitazioni civili in varie zone del paese. Per fortuna il numero delle vittime non è alto: in Israele sei morti e nella striscia di Gaza 160 (quanti rimangono uccisi in Siria in una sola giornata), ma certo ogni singola vittima è un mondo che crolla. Dall’altra parte del confine la situazione non è certo migliore e se noi temiamo i missili loro temono gli aerei.

Decine di milioni di dollari vanno in fumo ora per ora, milioni con i quali si potrebbe rivoluzionare in meglio la vita di migliaia di persone di qua e di là dal confine.

Da un paio di giorni varie personalità, anche militari a riposo di alto grado, insistono a dire che per il bene di Israele, le ostilità devono cessare. Chi è più forte deve dare l’esempio e fermare per primo il fuoco. Invece i nostri governanti sembrano essere interessati a giuocare fino alla fine: devi essere tu a cedere per primo, poi ci penserò io.

In questo scenario, delle elezioni prossime si parla poco o niente. I partiti al governo sperano che una fine vittoriosa dello scontro, li avvantaggerà sull’opinione pubblica. L’opposizione esita a pronunciarsi: se si condannano le ostilità forse si perde altro elettorato.

 

23 novembre

È passato un giorno e ieri sera è stato firmato l’accordo per la cessazione del fuoco. Obama si è imposto, con l’aiuto del nuovo presidente egiziano, entrambi sono riusciti per prima cosa a impedire l’entrata a Gaza delle truppe israeliane e successivamente a portare alla firma dell’accordo.

Hamas esalta i risultati conseguiti, dimenticando morti e distruzioni di impianti missilistici. In Israele, anche nelle zone più colpite c’è chi si lamenta che l’azione bellica è finita troppo presto - bisognava continuare fino alla eliminazione di Hamas - senza rendersi conto che se questo fosse riuscito (a prezzo di tanto altro sangue), il dopo Hamas sarebbe stato ancora più feroce e violento.

E allora riparliamo di elezioni. Un mese fa Natanyahu e Lieberman hanno annunciato di presentarsi alle elezioni con un’unica lista Likud + Israel beitenu. Bibi ha scelto la svolta a destra, per paura forse che qualcuno lo sorpassasse da quella parte. I commentatori non sono certi che lista unica porti a fare eleggere più deputati, mentre una piccola minoranza di membri del parlamento del Likud, lamentano la svolta a destra e vedono in questo un tradimento della eredità di Begin che vedeva nel Likud un nazionalismo di centro.

Alla estrema destra si sono fusi tre partiti religiosi in un unico partito di coloni, religiosi e no, che spera così di ottenere maggiori voti.

La sinistra o meglio il centro sinistra continua ad essere diviso: da una parte il Partito Laburista, guidato dalla Shelly Yachimovich, sembra aver ripreso vita e dovrebbe essere il partito di centro sinistra più forte. Il giornalista Yair Lapid, con il suo nuovo partito, forse raggiungerà una decina di rappresentanti del ceto medio, che lottano per una rinnovata giustizia sociale. Il Kadima resta la grande incognita: i sondaggi lo danno ai minimi termini ma fino all’ultimo non si saprà se Olmert e la Tzipi Livni decideranno di presentarsi, in tal caso la situazione potrebbe migliorare Lo Shas sembra aver perso parte dei suoi elettori, per le critiche mosse ai suoi leader e anche, forse, per una defezione verso il nuovo partito religioso unificato. Per gli altri partiti, Meretz incluso, si prevede una situazione di stallo: i soliti voti dei fedelissimi, ma nessuno in più.

Al centro sinistra manca un leader da opporre al Bibi, a meno che Olmert non decida di presentarsi.

 

27 novembre

Barak ha annunciato ieri le sue dimissioni dalla politica, la ragione è probabilmente quella di non voler assistere alla sconfitta del suo partito Indipendenza, che secondo le previsioni dovrebbe a male pena superare il minimo dei voti. Barak si dimette non solo per non vedere una sconfitta ma anche e soprattutto per restare da parte, in attesa che qualcuno, magari lo stesso Bibi, lo richiami a fare il ministro della difesa, in mancanza di altri candidati validi.

Nello stesso giorno si sono svolte le primarie del Likud, iniziate malissimo per il tracollo della rete computerizzata. Alla fine si è riusciti a proseguire e i risultati danno una svolta a destra impressionante. Il giornale Haaretz scrive che da oggi Lieberman sarà la parte più moderata del partito unico. Meridor, Eitan e Begin, tre politici considerati onesti e soprattutto fautori ad ogni costo della via democratica, sono stati esclusi dalle nuove liste; al loro posto sono entrati rappresentanti delle correnti più destrorse e antidemocratiche. C’è chi dice che il grande perdente di queste primarie è lo stesso Bibi. Alcuni dei nuovi eletti si sono affrettati a far sapere in televisione che la dichiarazione a suo tempo di Bibi su due stati per due popoli è morta, sepolta, finita per sempre.

Dall’altra parte pare che Olmert non si presenterà candidato, invece la Tzipi Livni ha presentato un suo nuovo partito cui confluiranno parte degli attuali deputati del Kadima e altri esponenti politici. Così la sinistra andrà alle elezioni con quattro partiti, che lotteranno tra loro per portarsi via voti a vicenda. La sola giustificazione per la mossa della Livni è che lei è la sola personalità nel centro sinistra che possa candidarsi a primo ministro. La domanda invece è perché altri partiti e soprattutto i laburisti non le abbiano offerto di entrare come capolista. Oggi come oggi le previsioni per il futuro sono molto, ma molto preoccupanti. Per la prima volta le correnti che votano per una sola grande Israele potrebbero avere la maggioranza e far così saltare ogni possibilità di trattative con i nostri vicini, a Ramallah e a Gaza. Inoltre tra i nuovi esponenti del Likud ve ne sono molti, troppi, che intendono scalzare il sistema giudiziario, considerato troppo a sinistra.

 

2 dicembre

La decisione della Assemblea dell’ONU di accettare la Palestina come nazione non membra della organizzazione ma osservatrice ha suscitato ovviamente nel mondo politico di Israele vivaci reazioni. A mio modesto parere se il governo di Israele avesse accettato sottovoce, magari astenendosi nella votazione, la cosa sarebbe passata senza tanto chiasso. Viceversa le dichiarazioni violente dei vari rappresentanti del governo (forse questa volta Bibi non è stato tra i più violenti) hanno portato alla ribalta internazionale tutta la questione.

Oggi, 2/12, il governo di Israele voterà la sua rivincita: la costituzione di altre 3000 unità di abitazione nei territori, specie intorno a Gerusalemme. Questa zona intorno a Gerusalemme impedirebbe la libera circolazione dei palestinesi dal sud del loro territorio al nord. Come prevedibile sono seguite subito le proteste non solo del governo Obama, ma anche di Francia e Inghilterra che minacciano di ritirare i loro ambasciatori. Detto fra parentesi, pare che esponenti del ministero degli esteri abbiano criticato violentemente la decisione di Netanyahu, che è stata certo dettata dal non volersi vedere sorpassato dalla destra ultra nazionalista nelle prossime elezioni.

In questo clima, la sola cosa positiva sono state le primarie nel Partito Laburista, che hanno portato nei primi venti posti (considerati probabili) una squadra di personalità, vecchie e nuove, con non pochi giovani, di primo piano. Bibi ha subito reagito dichiarando la lista di estrema sinistra e quindi pericolosa per il futuro di Israele.

 

7 dicembre

Il 6 dicembre alle ore 22 si è chiusa la presentazione delle liste elettorali. Si sono presentate 34 liste (lo stessso numero delle elezioni precedenti). Le novità dell’ultima ora:

1 - Amir Peretz, già segretario della Confederazione del Lavoro, ministro alla difesa nel governo Olmert, fautore del programma Cupola di Ferro e da sempre leader del partito laburista, ha fatto sapere di dimettersi dalla lista laburista e di passare alla lista di Tzipi Livni. Motivo probabile: divergenze con la segretaria del partito Shelly Yachimovich. Gli echi sono stati molto duri contro Perez: la sinistra continua a dare esempio di cannibalismo!!!

2 - Olmert non ha presentato la sua candidatura.

Le prospettive per le prossime elezioni non sono certo rosee per coloro che vorrebbero la ripresa delle trattative, e una nuova politica sul piano economico e sociale. Solo un miracolo potrà portare a un cambiamento di rotta, ci auguriamo (con poca speranza) che questo avvenga.

Ruchama

Israel De Benedetti


I NUOVI SIONISTI