USA / Islam

 

Gli Stati Uniti e il mondo islamico

 di Bruno Contini

 

Molti politici americani sembrano avere dimenticato alcuni eventi centrali del ventesimo secolo che spiegano l’ostilità di quasi tutto il mondo islamico nei confronti degli Stati Uniti. Ostilità e sospetto che crescono in questi anni in cui si assiste a un lento, spesso violento, risveglio politico di popoli oppressi da regimi dispotici che per decenni si sono avvalsi del supporto non solo militare delle potenze occidentali, prima fra tutte degli Stati Uniti. Solo questo venir meno della memoria sembra spiegare perché la politica americana non ha mai colto le opportunità per una soluzione di pacificazione che richiederebbero una ritirata strategica americana dal Medio Oriente e dall’Afghanistan. I tempi per questa ritirata sembrano non essere mai stati così maturi come lo sono adesso, e c’è solo da sperare che Obama abbia la forza per sfruttarli.

Queste opinioni hanno trovato molto spazio nelle settimane di vigilia elettorale ad opera di notisti politici e storici sulle pagine del New York Times. Vale la pena riassumerle per i lettori di Ha Keillah.

Mentre sono ben noti gli eventi dell’ultimo ventennio, dalla disastrosa guerra in Iraq in poi, lo sono meno quelli antecedenti che risalgono ai primi del Novecento. All’indomani della fine del primo conflitto mondiale, nel 1919 alla Società delle Nazioni, vari leader nazionalisti egiziani, turchi, persiani, nonché indiani si erano rivolti al Presidente americano Woodrow Wilson, noto per il suo (apparente) liberalismo e internazionalismo, sperando di ottenere il suo appoggio per liberarsi dal giogo degli imperi europei promulgando una nuova “moralità” da applicare al negoziato sugli affari globali. Wilson fu abile nel blandirli, ma quelle speranze vennero ampiamente deluse. Così come lo erano state quelle di Ho Ci Minh, il quale, presentatosi a Wilson con la Dichiarazione di Indipendenza Americana in mano, gli aveva chiesto di persuadere la Francia a lasciare l’Indocina (per poi diventare il nemico comunista nell’altra disastrosa guerra in Vietnam quarant’anni più tardi). Nel 1940 il Presidente Roosevelt riceveva pressanti richieste di aiuto degli arabi palestinesi che reclamavano libertà d’azione nei confronti del mandato britannico, ma evitò di rispondere, motivo non secondario per la successiva ammirazione di alcuni regimi arabi per la Germania nazista. Nel dopoguerra lo stesso Roosevelt offriva invece l’amicizia degli Stati Uniti al tirannico re Ibn Saud, quando fu scoperta l’immensa ricchezza petrolifera dell’Arabia Saudita. Nel 1953 la CIA, con la complicità dello Shah di Persia, aveva organizzato il complotto che destituì il premier Mossadegh, protagonista della nazionalizzazione dell’industria petrolifera, e che rafforzò il potere dittatoriale e lo stato di polizia dello Shah fino all’avvento della rivoluzione khomeinista. E nel 1948 gli Stati Uniti erano stati i primi a seguire l’Unione Sovietica nel riconoscimento dello Stato di Israele, cosa che fu, ovviamente, considerata un atto di ostilità verso le aspirazioni del mondo arabo.

Dagli anni Sessanta in poi gli eventi si susseguono: la lunga storia di complicità americana nei confronti degli altri dittatori del Medio Oriente; il supporto iniziale a Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran, e la successiva sanguinosa e vana guerra in Iraq contro il dittatore ex-alleato Hussein; l’appoggio all’ascesa e al consolidamento del potere di Mubarak in Egitto e a quello di Ben Ali in Tunisia; l’avventura in Afghanistan, prima di appoggio ai Talibani in funzione anti-sovietica, e poi conclusa (si fa per dire) con un’altra futile e disastrosa guerra contro gli stessi ex-alleati, e l’appoggio al presidente Karzai incapace di realizzare qualsiasi progetto di pacificazione tra le numerose etnie in perenne conflitto tra loro. E infine la crescente ostilità anche ufficiale del Pakistan, formalmente alleato, ma fornitore di supporto alle confinanti popolazioni pashtun presso cui i talibani afghani trovano rifugio, e di coperture fornite dai militari di quel paese ai terroristi di Bin Laden sulle montagne di confine con l’Afghanistan.

Oggi i nemici giurati di Al Quaeda trovano rifugio e protezione nello Yemen e in Sudan dove l’anti-americanismo è ufficiale, nonché in altri paesi africani a maggioranza islamica in cui è molto diffuso senza essere ufficiale, ma dove vengono sistematicamente perpetrati massacri inter-etnici contro le minoranze, non solo cristiane. Qui le diplomazie di quasi tutto il mondo, non solo occidentali, stanno a guardare, incapaci di intervenire, delegando alle Nazioni Unite un’opera di pacificazione che si rivela fragilissima e spesso priva di vero potere di interdizione, mentre la Cina continua il suo processo di espansione semi-coloniale nel resto dell’Africa.

 

In Libia gli americani si sono tenuti sostanzialmente fuori dalla mischia (contando un punto a favore di Obama), e così sembra accadere nella guerra civile siriana. Ma non sono solo gli estremisti salafiti che oggi accusano gli americani: in Egitto i dimostranti anti-islamici che in estate avevano accolto Hilary Clinton con uove marce erano convinti, e non a torto, che gli americani intendessero tessere rapporti con i Fratelli Musulmani, vincitori delle prime elezioni relativamente democratiche in Egitto. Ma il mondo musulmano ha ben presente anche la manipolazione della politica americana di cui è protagonista Nethaniahu per ottenere l’appoggio a un’azione preventiva contro il nucleare iraniano.

Non è tutto ancora perduto per gli Stati Uniti (e per il mondo occidentale, mi sembra di potere aggiungere): è questa l’opinione di alcuni commentatori, che chiaramente confidavano nella riconferma di Obama alla presidenza. È necessaria una ritirata strategica americana da tutto il Medio Oriente.

 


Mausoleo di Ester e Mordechai a Hamedan, Iran

 In fondo, si dice, deve insegnare l’esperienza maturata negli anni con il Vietnam dove un processo di ricostruzione di reciproca fiducia e riconquistata dignità ha avuto il sopravvento sulla passata storia di guerra. Potrà funzionare anche con il mondo islamico? C’è da augurarselo, ma resta il punto interrogativo sul ruolo che il piccolo Israele vorrà giocare in questa colossale partita. La mia opinione, che qui aggiungo, ma che non c’entra con quella degli autorevoli commentatori del New York Times, è che una ritirata americana da quell’area gioverebbe a Israele perché ridurrebbe la pressione di tutti i paesi ostili che lo circondano, a condizione però che i suoi politici sappiano essere lungimiranti e coglierne l’occasione. Le ultimissime novità che arrivano di là, il probabile assorbimento del partito di Lieberman nel Likud di Nethaniahu in vista delle ormai vicine elezioni di gennaio 2013, lasciano però poco spazio all’ottimismo.

Bruno Contini

30 ottobre 2012

    

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