Famiglia

 

Ripensare al matrimonio misto

di Giuseppe Gigliotti*

 

L’inizio del nuovo millennio ha confermato il perdurare della crisi demografica dell’Italia ebraica, dove il numero degli iscritti alle comunità tende a ridursi proporzionalmente al decorrere del tempo. Innanzi alla vastità del fenomeno, in questa sede si vuole esplorare una delle principali ragioni di questo declino, la cui soluzione costituirà un punto di svolta per i destini dell’ebraismo italiano nel prossimo cinquantennio. Ci si riferisce alla questione dei matrimoni misti, e della posizione dei figli nati da tali unioni in seno alla società ebraica in Italia. L’argomento è stato circondato nel nostro Paese da un velo di ambigua ostilità che non ha facilitato l’elaborazione di soluzioni adeguate. Le ragioni di tale condotta sono certamente ascrivibili al ricordo del falcidiamento silenzioso dell’identità ebraica cagionato dai matrimoni misti nell’età dell’assimilazione. In una società, quale quella antecedente alla Shoah, caratterizzata da un sostanziale e quasi unanime disprezzo per l’ebraicità, il matrimonio misto quasi mai veniva prospettato quale strumento di conservazione dell’identità o della fede ebraica. Anche se non educati da cristiani, ben difficilmente i figli di tali unioni riconoscevano un senso d’appartenenza con le radici del loro genitore ebreo, preferendo prendere le distanze da un patrimonio considerato nella migliore delle ipotesi come imbarazzante. La diffidenza verso i partner gentili ha costituito una reazione a simili dinamiche, e non v’è dubbio che abbia contribuito a preservare, in quell’epoca, il senso identitario. Sennonché il protrarsi di una simile condotta ha finito per il porre le comunità in una posizione scollegata dal mutato contesto italiano, producendo effetti opposti a quelli in origine desiderati. Sebbene una consistente parte della società italiana continui a nutrire pregiudizi verso il mondo ebraico, la condiscendenza cui si guardava al giudaismo sino agli anni Sessanta è nondimeno scomparsa nel generale senso d’intendere. Oggi non è difficile trovare uomini e donne che, ancorché non ebrei, siano disponibili ad educare la propria prole secondo i dettami ebraici. Ma proprio le coppie miste faticano a trovare un adeguato riconoscimento e supporto da parte della comunità ebraica, finendo per esser spesso relegate ai suoi margini. Un ruolo non indifferente in questi preconcetti viene giocato dall’interpretazione religiosa dell’ebraicità, ancora corrente in Italia. Il rabbinato ortodosso, il solo attualmente riconosciuto dall’organismo rappresentativo dell’ebraismo italiano ha sempre rifiutato, a differenza di quello conservativo o riformista, una rilettura dei dettami halakhici, per cui solo il figlio di madre ebrea può esser ritenuto ebreo. Ne consegue che i figli di madri non ebree, ancorché educati nell’osservanza della Legge mosaica, finiscono per dover scontare un peccato originale che sbarra loro l’ingresso nella comunità. Se a ciò s’aggiunge la diffidenza talvolta dimostrata verso i figli di padre gentile, ne emerge la sconcertante immagine di un ebraismo italiano ripiegato su se stesso e spesso prevenuto nei confronti di legami familiari instaurati al di fuori dei propri confini. Quali che possano essere le ragioni ideologiche di una simile scelta, essa ha in ogni caso finito per comportare, nei fatti, l’espulsione dal mondo comunitario di decine di famiglie, colpevoli di non essere totalmente ebraiche. Tuttavia è proprio tale nozione di purezza matrimoniale, vista quale unico antidoto all’estinzione mediante assimilazione, che rischia di determinare un punto di rottura nei precari equilibri identitari. A mio avviso, essa si colloca in una prospettiva astorica, che non tiene conto della mutata visione del mondo nella nostra società. Lungi dal costituire come nel passato uno strumento di conservazione, il matrimonio è oggi il frutto di una libera scelta d’amore e di vita, in quanto tale forse la migliore espressione di libertà e realizzazione dell’individuo. Demonizzare una scelta d’autorealizzazione, giungendo a prospettare il rischio di un “olocausto silenzioso”, non soltanto è privo d’efficacia dissuasiva, ma finisce per trasmettere un messaggio completamente distorto dell’essere ebreo. Se l’avere un genitore gentile costituisce per molti un’onta, non si comprende per quale motivo una coppia mista dovrebbe optare per una religiosità ebraica vissuta in chiave così riduttiva. In tal modo, questa difesa dell’autenticità finisce per caricare l’identità ebraica di un connotato negativo e respingente, tale da indurre all’abbandono gruppi pure desiderosi di esserne parte. È un circolo vizioso che ha cagionato danni profondi all’ebraismo italiano ma che, ciò nonostante, viene paradossalmente difeso ogni qual volta la questione dei matrimoni misti sia sollevata a livello generale. Eppure esso dev’essere spezzato, anche al rischio di fratture degli equilibri comunitari, non foss’altro per la necessità di riproporre una visione più autentica dell’ebraicità. Ed in questo sta il punto cruciale dell’argomento. L’identificazione tra autenticità e purezza ortodossa non rende affatto conto dell’essenza dell’ebraismo, che è soprattutto un tendere al mondo nel rispetto di sé. Coloro che citano esempi biblici per opporsi ai matrimoni misti, dimenticano troppo facilmente la spinta missionaria di cui l’ebraismo ha dato prova nel mondo precristiano. Ed in questo tendere le braccia a coloro che fossero disposti ad accettare il vincolo dell’alleanza s’esprimeva l’idea che il popolo ebraico potesse accogliere tra i suoi ranghi il mondo intero, in una chiave d’autentica universalità. Se v’è un aspetto incalcolabile dei danni arrecati all’ebraismo in millenni di persecuzioni, è proprio l’atrofizzazione del suo impulso universalistico sotto un profilo religioso, per cui ciò che era lecito nei tempi anteriori a Cristo è divenuto un abominio in una società dove la libertà di credo ha raggiunto i più alti livelli nella storia del genere umano. Ma soprattutto, così facendo, le comunità finiscono per interiorizzare quegli stereotipi di cui il popolo ebraico è stato vittima esemplare. L’ossessione per la purezza etnica e la diffidenza verso i figli di coppie miste rimandano con troppa insistenza ad periodi oscuri per il popolo ebraico e, per assurdo, finiscono per concretizzare uno degli stereotipi più cari agli antisemiti, quello secondo il quale gli ebrei costituirebbero un corpo estraneo alla società circostante. Innanzi a tale quadro, non è più rinviabile una proposizione della questione a livello nazionale, evitando preclusioni aprioristiche e focalizzandosi invece sui nodi cruciali. Le organizzazioni rappresentative del mondo ebraico italiano dovranno soprattutto respingere appiattimenti su singole posizioni legate all’assurda idea che l’essere in pochi sia indice d’essere migliori. Le rigidità delle correnti ortodosse, in sé legittime, non possono tuttavia continuare a rinviare in eterno una soluzione concernente la scelta dei metodi d’inclusione dei figli di matrimoni misti, cui potrebbero provvedere organizzazioni conservatrici o riformiste, la cui presenza è stata sinora troppo sottostimata. Un mutamento di prospettiva permetterebbe il recupero di centinaia di giovani, ancor oggi costretti a vivere un’ebraicità non ufficializzata, rafforzando nel contempo i legami con quanti vivono la propria identità al di fuori di una pratica religiosa. Si garantirebbe in tal modo all’Italia ebraica un’opportunità di maggiore crescita demografica, restituendole una visione dell’ebraismo quale apertura verso il mondo.

Giuseppe Gigliotti

 

*Giuseppe Gigliotti, nato a Tropea nel 1986, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Torino nel 2009, è avvocato e giornalista pubblicista.

   

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