Laicità

 

Laico? grazie, sì

di Aldo Zargani

 

“Sono ebreo e laico” dico a un amico ebreo, e avverto nel cielo come uno schiocco e all’istante lui mi svela: “Un ebreo non può essere laico”.

“Sono ebreo e laico” dico a un amico non-ebreo, e avverto in un altro cielo come un altro schiocco, e all’istante lui mi svela: “Un laico non può essere ebreo”.

Eppure sul Dizionario Treccani, al lemma “laico” (accezione 3b), si legge “…che si informa ai caratteri del laicismo: professare idee, essere di tendenze laiche; partiti laici quelli che dichiarano la propria libertà da ogni forma di dogmatismo ideologico, non soltanto religioso; scuola laica quella scuola nella quale è esclusa ogni ingerenza ecclesiastica e sono riconosciute e difese la piena libertà di insegnamento e l’essenza critica antidogmatica del sapere; Stato laico quello che riconosce l’uguaglianza di tutte le religioni, senza concedere particolari privilegi o riconoscimenti ad alcuna di esse”.

Queste sono cose che facevano parte degli insegnamenti di Guido Fubini. “Ecclesiastico” e “dogmatico”, precisava lui, sono parole poco adatte all’ebraismo.

Ecco, io mi sento un ebreo laico 3b: non apprezzo l’alfa privativo di ateo, il non di “non credente” di “non osservante”, di “non tremolante” e nemmeno l’in di “infedele”, e, per finire, la i privativa di “irreligioso”. Non accetto, e mai accetterò, che il mio essere sia definito da un non essere. Assimilato? Un altro “non essere” ben camuffato e divenuto inverosimile dopo la Shoah e la fondazione dello Stato di Israele: chi si battezza oggidì allo scopo di far carriera?

So bene che queste sono semplificazioni di una questione complessa che dovrebbe essere oggetto di un’ampia discussione. Anzi, mi chiedo: se ne è parlato abbastanza finora? Senza usare termini ormai desueti come “assimilazione”? Sono un ebreo illuminista, seguace cioè dell’haskalah e credo che, quando Goethe, in punto di morte, sussurrò le sue ultime parole: “Più luce, più luce!”, non vedesse l’aldilà, e invece gli si fosse oscurata la vista come accade negli ultimi istanti di vita. Brutalità illuministica. Che non manca, a quel che ricordo, in molti passi della Torah: “… sazio di giorni” per fare un esempio degli ultracentenari Patriarchi che morivano in un mondo senza neanche uno spettro, secoli prima che Platone inventasse l’anima, e nel quale gli angeli non somigliavano affatto a quelli del Beato Angelico con le ali policrome: polverosi viandanti apparivano nel deserto, pronunciavano frasi ambigue con volti ironici, e spesso riprendevano il loro cammino senza nemmeno salutare. Lasciandosi dietro nuvole di sarcasmo.

Semplicismo, sì; citazioni indebite, sì. Ma come si fa ad approfondire la vita culturale di un popolo millenario che ha saputo portare dentro di sé le conquiste di tutti i popoli in mezzo ai quali è vissuto, e lo ha fatto in due modi, solo in apparenza antitetici: negandole risolutamente o assimilandole senza neppure avvedersene. “Terra dei Morti” chiamavamo l’Egitto, e Mosè (che Sigmund Freud, ebreo laico 3b, supponeva essere un principe egizio) non si sa né come né dove sia morto, e giace forse insepolto, lui che ci trasse dal Paese delle eterne Piramidi.

Non mi soffermo su miei convincimenti personali come quello che gli ebrei che tornarono dalla cosmopolita Babilonia non erano più tanto simili a quelli che 70 anni prima ci entrarono: erano diventati un pochino babilonesi e nemmeno lo sapevano?

Trascuro lo scandalo che mi indignò alcuni anni fa quando ebrei credenti si fecero assassinare da fanatici integralisti islamici per essere andati a pregare sulla finta tomba di Giuseppe. Che era uno molto 3b che di ebraico aveva conservato amore per la sua grande e scombinata famiglia, nonostante quel che gli aveva perpetrato e dopo quel po’ po’ di carriera che era riuscito a fare tutto solo all’estero.

Comunque noi ebrei siamo il popolo dei sincretismi. Nonostante i Maccabei ci siamo anche ellenizzati; nonostante gli Zeloti, che apprezzo ancor meno dei Maccabei, abbiamo avuto un connazionale come Giuseppe Flavio e siamo stati, parecchi decenni prima, fra i più grandi fautori del “dittatore democratico” Giulio Cesare che scrisse: “Tra tutti i popoli sopravvivranno di certo quelli ubiqui: greci, ebrei e latini”.

La Spagna araba, l’Europa, l’America, le tragedie e le rivoluzioni. Siamo ubiqui nel tempo, nello spazio e perfino nel cibo. La nostra cucina presenta un menù che va dal gefilte fish all’hummus, dal cous cous alle polpette con l’uvetta della mia mamma. Certo, per gli osservanti deve essere tutto kasher, ma io mi guardo bene dal protestare contro l’alachah, alla quale il popolo ebraico deve un’eterna riconoscenza, chiedo invece un debito riguardo per i molti laici 3b che hanno influenzato il modo di pensare ebraico, ma anche, per non esagerare, quello del mondo.

Simone de Beauvoir ne I Mandarini racconta di aver conosciuto un giovanotto ebreo di nome Claude Lanzmann (molti, molti anni prima del suo futuro capolavoro Shoah), e si dice stupita perché, quando andavano al cinema e scorrevano i nomi di autori, attori, registi, lui le dava di gomito nel buio della sala e diceva: “Questo è ebreo, anche questo, anche questo…”.

Lasciate che anch’io vi dia di gomito negli empiti di una mia incompleta didascalia: “Attore? Cary Grant (sembrerebbe). Filosofo? Baruch Spinoza. Neurocienziato? Eric Kandel. Scrittore? Philiph Roth. Musicista? Gustav Mahler. Pensatore? Isaiah Berlin. Profeta? Franz Kafka. Poeta? Umberto Saba. Regista? Erwin Piscator. Cartellonista? Ben Shahn. Pittore? Amedeo Modigliani. Registi cinematografici? F.lli Coen. Leader politici? F.lli Milliband. Gangster? Charlie lo zoppo…”.

Noi nei Paesi nei quali viviamo, Israele compreso, pretendiamo laicità e democrazia, condizioni indispensabili per la nostra sopravvivenza, e abbiamo l’impegno di onestà di rispettare la nostra congenita pluralità. Dobbiamo cioè diventare anche noi pluralisti in un mondo che, grazie a D-o, marcia ineluttabilmente non già verso il disordine, ma verso la nostra storica e amata ubiquità.

Aldo Zargani

Roma, 16/11/2012

   

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