Storie di ebrei torinesi

 

Volontario in galera

Quando, al colloquio, gli hanno chiesto perché avesse scelto questo tipo di volontariato, ha risposto “Per egoismo”. Nato nel 1933, Sergio Valabrega, figlio di commercianti di vernici, nel ’43 si è salvato dalla deportazione grazie l’aiuto dei Carabinieri di Rivoli, che hanno arrestato un giovane che ricattava la sua famiglia minacciando di denunciarla ai tedeschi. È stato nascosto per un anno col fratello, sotto falso cognome, nel Collegio degli Artigianelli di Cascine Vica, tenuto dai preti del Murialdo. Sergio è tornato quindi in famiglia a Rubiana, dove è rimasto, con un terzo cognome, fino alla fine della guerra. La famiglia di sua mamma è stata quasi tutta deportata ad Auschwitz mentre cercava di fuggire in Svizzera.

 

Sergio Valabrega,
insegnante ai detenuti

 

 

Durante la vostra permanenza in collegio i preti hanno cercato di convertirvi?

Nessuna pressione, anche perché noi ci comportavamo da perfetti bimbi cattolici. I nostri compagni non sapevano nulla della nostra vera identità.

 

Cosa è successo dopo la guerra?

Noi ragazzi (io avevo 12 anni) siamo tornati a studiare alla Scuola Ebraica che si era trasferita alla Pacchiotti, perché la nostra scuola era stata mezzo demolita dalle bombe. Lì dei giovani soldati della Brigata Palestinese, dopo la scuola, ci hanno insegnato a leggere, parlare e cantare in ebraico. L’attività con la Brigata Palestinese è poi stata trasferita in un villino in fondo a Via Morosini. Cantavamo, ballavamo, facevamo gite in montagna. Per Purim abbiamo anche organizzato una recita in ebraico. Eravamo un gruppone selvaggio, anche perché non sempre i soldati della Brigata erano con noi. Un po’ per volta siamo diventati veri zofim, cioè scout ebrei. Tra questi ricordo Giuseppe Tedesco, Sergio Jona, Giorgio Segre, Massimo Luzzati, Giorgio De Giorgi, e, tra le rare ragazze, Laura Ravenna.

 

Come era vista l’attività della Brigata Palestinese dalla Comunità Ebraica?

Ignorata o osteggiata, in particolare dal Rabbino Dario Disegni, forse per motivi politici o religiosi.

Non vedeva bene la promiscuità tra maschi e femmine. La nostra principale attività era di organizzare l’Onegh Shabat, e l’unico intervento che ricordo del rabbino Disegni era quella di rimbrottarci perché accendevamo la luce. Altri membri della Comunità non si sono mai visti.

Molti di noi in seguito hanno fatto l’aliah.

 

Che studi e che lavori hai fatto, dopo?

Il liceo scientifico al Galileo Ferraris, dove avevo in classe Sergio Jona e Massimo Luzzati, bersagliatissimi da un’insegnante di tedesco nazista, e quindi il Politecnico, dove mi sono laureato in ingegneria meccanica nel 1961. Dopo la laurea sono entrato alla Moncenisio di Condove e mi sono sposato. Quindi ho lavorato alla Giustina, ditta di rettificatrici, dalla quale mi obbligarono alle dimissioni perché mi avevano imposto di licenziare un padre di tre figli tubercolotico, e quindi in una ditta di orologeria industriale di Milano, città dove mi sono trasferito con mia moglie ed il neonato Daniele, nato nel ’64. Dopo qualche anno sono tornato a Torino per lavorare alla SADA, un ramo della Olivetti che produceva fotocopiatrici. Sono entrato il giorno prima che morisse Adriano Olivetti. Nel ’69 mi è nato il secondo figlio, Alessandro.

 

Parlami della tua famiglia.

Daniele ha lavorato in una ditta di informatica ed Alessandro ha fatto lo speaker in una TV privata. La vita della mia famiglia è stata serena fin quando mia moglie non si è ammalata di cancro nel 1977 ed è mancata nel 2009, dopo cure ed operazioni estenuanti.

 

In seguito hai sempre lavorato all’Olivetti?

Sono passato dai diversi stabilimenti, Scarmagno, San Bernardo ecc. Un giorno il capo del personale mi chiama dicendomi: l’Olivetti non ha più bisogno di ingegneri meccanici, perché passa all’informatica. Allora mi sono iscritto a tutti i corsi di informatica che l’Olivetti organizzava per i neo-assunti, sono tornato dal capo del personale e gli ho detto: ora sono informatico, e lui mi ha assunto in quella veste, come capo-centro di stabilimento. Quando Carlo De Benedetti è entrato nel­l’am­ministrazione dell’azienda, ci ha detto: non sperate di fare alcun progresso dalla vostra posizione attuale. Da allora l’Olivetti ha subito un declino progressivo, fino alla quasi estinzione, dovuta anche al fatto che Adriano ed il progettista principale della produzione informatica, un ingegnere cinese, erano deceduti senza lasciare eredi capaci. Nel frattempo mio padre, che conduceva con mia madre il negozio di vernici ed articoli per belle arti di Corso Francia, si è ammalato ed è poi deceduto. Da allora sono passato alla conduzione del negozio.

 

Come è iniziata la tua attività di volontariato?

Nel 1984 ho subito un infarto, col cuore fermo per cinque minuti. Su consiglio dei medici che sostenevano che l’infarto mi era venuto perché ero troppo emotivo, ho cominciato a seguire un corso di yoga, e successivamente un corso triennale per insegnante di yoga. Nell’associazione “Loto Blu” ho iniziato ad effettuare massaggi agli handicappati fisici e psichici. Ho pensato quindi di mettere a disposizione le mie competenze a vantaggio dei detenuti, e insieme alla insegnante signora Valeria Ghilardi abbiamo contattato i volontari già in servizio. Nel 1990 siamo entrati alle Nuove, dopo un corso durato diversi mesi, come insegnanti di yoga per i collaboratori di giustizia.

 

Come sono reclusi i collaboratori di giustizia?

Sono detenuti in ali totalmente separate dagli altri, in condizioni un poco privilegiate. Sono sotto la giurisdizione anche del Procuratore della Repubblica, al quale forniscono informazioni sull’organizzazione della malavita. Le carceri Nuove non erano certo confortevoli. La sezione riservata ai collaboratori di giustizia era composta da un salone, attorno al quale erano dislocate le celle dei singoli detenuti. C’era poi un cortile, totalmente separato dagli altri cortili, dove i detenuti potevano uscire per l’ora d’aria.

 

Hai continuato la tua attività di volontariato anche nel carcere delle Vallette?

Sì, lì sono stato insegnante di yoga anche per i malati di AIDS, per le donne e per i detenuti ordinari.

 

Parlami dell’esperienza con questi diversi tipi di allievi.

Gli allievi di yoga sono tutti bravissimi: da loro si richiede solo un po’ di attenzione. Le lezioni per le donne, in mancanza di un locale apposito, si sono svolte in corridoio, naturalmente disturbate dai secondini di passaggio, ma nonostante questo la fase finale della lezione, di rilassamento, si poteva svolgere con successo.

 

Come era vista la tua attività da parte della direzione e dei secondini?

Insieme a me c’erano altri insegnanti dell’associazione “Loto Blu”. La direzione ci veniva incontro, mettendoci a disposizione i locali che ci servivano, compatibilmente con la situazione di sovraffollamento delle carceri. Gli agenti di custodia ci sopportavano, ci vedevano come un motivo di disturbo, come peraltro vedevano tutti gli assistenti volontari. Per gli agenti il detenuto modello deve stare sempre in posizione fetale, zitto e tranquillo. Noi quindi eravamo tollerati per ordine della direzione.

 

Come era l’atteggiamento dei diversi detenuti nei vostri confronti?

Tutti i detenuti sanno benissimo che noi volontari non abbiamo nessun tipo di finanziamento, e quindi siamo rispettati moltissimo da tutti indifferentemente. Nella mia attività di assistenza o di insegnamento nelle carceri non ho mai avuto nessun problema di alcun genere. Ho parlato di assistenza perché ai collaboratori di giustizia alle Vallette ho fatto anche lezioni di cura dei bonsai insieme a mio cugino Roberto Zargani. Un’insegnante di lettere, Nora Tartari Ratto, ha svolto letture e spiegazioni della poesia italiana, che sono state seguite dai detenuti e da me con grande attenzione ed emozione. La professoressa Ricci faceva la lettura e il commento dei giornali, mentre si sono fatte lezioni e discussioni, tra i pentiti, sull’itinerario in uso soprattutto all’estero, di avvicinamento tra chi ha commesso un reato e chi l’ha subito. Un’altra attività è stata la realizzazione di un DVD dove diversi pentiti hanno raccontato come sono entrati nel giro della malavita.

 

I detenuti ordinari sapevano che tu avevi prestato attività di volontariato presso i collaboratori di giustizia?

No, nel modo più assoluto.

 

Hai mai assistito a scene di violenza nel carcere?

Tutte le volte in cui ho assistito a scene di violenza sono stato estromesso dall’ambiente. Durante una lezione ai pentiti, in una zona vicina è scoppiata una lite furibonda, per motivi che non mi sono noti. Il giorno dopo uno dei protagonisti della lite si è suicidato. Non ho più avuto l’autorizzazione a svolgere la mia attività in quel reparto. Con l’aiuto del cappellano del carcere, don Alfredo, ho cominciato a dare aiuto ai detenuti che volevano sposarsi, tra detenuti o con partner in libertà, procurando i documenti necessari nei vari uffici.

 

Fin quando hai prestato la tua attività di volontario nelle carceri?

Fino al giorno del 2007 in cui mia moglie ha avuto un aggravamento della sua malattia.

 

Come è stato invece il tuo primo approccio con le autorità carcerarie?

Prima di iniziare il corso per entrare volontario ho dovuto rispondere a questionari. Alla domanda sul perché avessi fatto questa scelta ho sempre risposto “Per egoismo”: sentivo la necessità di dare una mano a chi aveva toccato il fondo, avendo fuori una famiglia, ed essendo detenuto, era nelle condizioni peggiori che uno possa immaginare.

 

La tua scelta è stata la conseguenza di traumi improvvisi, o covavi da tempo questi propositi?

È stato un avvicinamento progressivo, grazie all’approfondimento della cultura yoga e delle scritture sanscrite.

 

Dopo la morte di tua moglie hai svolto altri tipi di attività di volontariato?

Sempre in seno al gruppo di volontari nelle carceri è nato un gruppo inter-religioso che si è allargato ad altri collaboratori, formato da cristiani, musulmani ed ebrei, e che si è dato il nome di “Popoli del Libro”. Dopo diverse riunioni di discussione su temi etico-religiosi, il gruppo ha dovuto sciogliersi, perché gli islamici non hanno più partecipato alle riunioni, per motivi che non conosco.

Per mio diletto personale (non è più volontariato), e per colmare le mie lacune linguistico-culturali, seguo in Comunità le lezioni di ebraico di Gilat Makmel, quelle di cultura di Franco Segre ed il coro dell’Associazione ex Allievi della Scuola Ebraica, tenuto da Maria Teresa Milano.

Intervista a cura di
David Terracini

   

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