Storie di ebrei torinesi

 

Volontarie in Africa

Nadia Yedid Levi è nata al Cairo, in Egitto, nel 1948. Alla fine del 1956, in seguito alla crisi di Suez, è fuggita in Italia con la sua famiglia e si è rifugiata a Torino; qui ha frequentato la scuola ebraica ed ha trascorso tutta la sua vita; si è sposata con Enrico Luzzati zl ed ha avuto due figli. È stata docente di scuola primaria; da pensionata si è occupata di cooperazione internazionale.

 

Nadia Yedid Levi

 

In questi ultimi anni hai contribuito alla realizzazione di un progetto di cooperazione in Mozambico: da dove è nato questo tuo interesse?

Il mio impegno è nato dalla volontà di realizzare un progetto che mio marito aveva ideato con i soci di una cooperativa agricola in Zambesia, una provincia al centro del Mozambico.

 

Enrico era professore di Cooperazione allo Sviluppo e Strategie di Sviluppo dal basso presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Studiava e proponeva il modello cooperativo a base comunitaria come alternativa all’agricoltura industriale ed alla mera sussistenza: un’organizzazione economica che fosse democratica e costituita da persone legate da solidi vincoli di appartenenza, in cui il profitto non fosse che un mezzo e lo scopo fosse lo sviluppo di un’intera comunità. Accanto al lavoro teorico, l’impegno nella ricerca era anche azione. Ha lavorato sul campo in Mozambico, Senegal, Burkina Faso, Equador, Bolivia… raccogliendo esperienze utili allo studio e mettendo lo studio al servizio di quelle esperienze. Si occupava di cooperazione dalla fine degli anni ’70 indirizzando e collaborando con numerose ONG.

Mi è capitato più volte di accompagnarlo nel suo lavoro nei villaggi nel Sahel, nella savana o sulle Ande in incontri con direttivi di Associazioni Contadine o in assemblee di soci di cooperative a discutere di progetti di sviluppo ed è stato così anche l’ultima volta, nel dicembre del 2007, in Zambesia.

L’UDCM (Uniao Distrital dos Camponeses de Morrumbala) è una cooperativa che Enrico seguiva da molti anni. Siamo stati un mese a Morrumbala, dove Enrico era in missione per fare uno studio di valutazione dei dieci anni di progetti nell’area ed elaborare con i soci della UDCM nuovi interventi. Anche in questa occasione l’ho sovente accompagnato nei villaggi (tra l’altro mi occupavo anche di riorganizzare la casa dell’UGC - Uniao Geral das Cooperativas - che ospitava noi e altri cooperanti di passaggio) ed è proprio a margine di questi incontri che è nato il microprogetto per il quale ho cercato finanziamenti e che siamo riusciti a realizzare.

 

Ci descrivi il progetto e quale è stato il tuo ruolo?

L’idea per la presentazione del microprogetto è nata discutendo, proprio durante quel viaggio, con i membri della UDCM su un modo che permettesse di disporre di un’autonoma fonte di reddito per la gestione di alcune spese ordinarie dell’associazione. È nata così l’intenzione di costruire un mulino per la macinazione di cereali che sarebbe stato utile anche per alleggerire il carico di lavoro spettante alle donne liberandole dalla faticosa macinazione manuale. Oggetto dell’intervento è stato anche il sostegno ad un fondo rotativo già esistente che finanziava la produzione di sementi migliorate, ed un’attività di alfabetizzazione e di formazione igienica ed alimentare, sempre a favore della popolazione femminile.


Enrico Luzzati
 

Siamo riusciti a finanziare questo microprogetto con il contributo della Regione Piemonte e del Comune di S. Antonino e con l’appoggio di due ONG che già avevano lavorato nell’area con la collaborazione di mio marito. Il mulino è stato inaugurato nel 2010 ed è stato intitolato ad Enrico, che è mancato nel novembre del 2008: è stato per me un momento di grande commozione quando, in visita a Morrumbala nel febbraio del 2010, ho visto questo edificio costruito in un grande spiazzo sabbioso di fianco ad una pompa dell’acqua su cui campeggiava la grossa scritta Moagen Enrico Luzzati in una zona in mezzo al Mozambico che lo aveva visto attivo con impegno e con passione.

C’è una parte di questo progetto che mi sta molto a cuore e che continuo a seguire. Parlando con le persone in giro per i villaggi ho scoperto che i figli dei contadini studiavano fino alla 7° (seconda media) perché nelle campagne non ci sono scuole oltre questo livello. Chi vuole proseguire gli studi deve recarsi presso il capoluogo che è appunto Morrumbala; a parte rarissime eccezioni nessuno è in grado di sostenere economicamente un simile impegno.

È così che è nata l’idea di istituire 10 borse di studio che permettessero ad altrettante ragazze dei villaggi di continuare gli studi. Cinque di queste ragazze sono ospitate a Morrumbala in una casetta dell’UDCM, ristrutturata per accoglierle, ed altre cinque sono ospitate da parenti.

Il tuo impegno è stato fondamentalmente indirizzato a migliorare la condizione femminile.

Inizialmente pensavo che non fosse il caso di fare distinzioni di genere nella scelta dei giovani a cui destinare le borse di studio, poi mi è stato fatto notare che nel contesto delle famiglie di contadini, se vi poteva essere la possibilità di far proseguire gli studi ad un figlio, la preferenza sarebbe sicuramente andata al figlio maschio per cui sulla giustezza di questa affermazione non ho avuto dubbi.

 

È tua intenzione portare avanti nuovi progetti?

Il mio impegno continua perché nel mio ultimo viaggio mi sono resa conto che la socia della cooperativa che doveva seguire le ragazze in realtà non lo faceva, per cui ho cercato una educatrice che le seguisse e le aiutasse nei compiti e ad organizzarsi… nel tempo e nello spazio. Mi sono anche resa conto che la casetta era proprio piccola per cui, con l’aiuto finanziario di una amica, abbiamo fatto costruire una stanza in più ed il risultato è stato che anziché in cinque ora nella casa sono in otto; non era quello che volevo, ma va bene anche così: sono di più le ragazze che studiano. La soddisfazione è stata che nell’ultimo anno scolastico, nonostante tutte le difficoltà relative al livello di preparazione di partenza delle fanciulle e alla scarsa qualità della scuola pubblica, le ragazze sono state tutte promosse. Quando questo gruppo avrà terminato la scuola superiore vedremo se ci sarà possibile continuare l’esperienza.

Il tuo impegno nella cooperazione si è sviluppato solamente in Africa?

Mi sono occupata di cooperazione anche qui a Torino; ho collaborato ad un progetto di Educazione allo Sviluppo per una ONG. Ho preparato per le scuole dei percorsi didattici di educazione allo sviluppo sostenibile e di sensibilizzazione alla cooperazione internazionale. È stata un’attività che mi ha impegnata molto e che mi ha dato delle soddisfazioni nella fase di approfondimento delle tematiche, nella comprensione dei valori della sostenibilità ambientale e della solidarietà internazionale ed anche nella formazione degli animatori da mandare poi nelle scuole.

 


Il mulino di Morrumbala, Mozambico

Hai avuto una educazione ebraica sia in famiglia che a scuola: è stata determinante nelle tue scelte di impegno sociale?

Non so se il sentire come un dovere il collaborare con il prossimo, l’aiutare dove è necessario e ovviamente secondo le mie capacità abbia a che fare con l’ebraismo, ma è sicuramente un valore nel quale mi identifico. Vorrei anche aggiungere qualcosa su quello che era il background di mio marito, su cui ha costruito tutta la sua vita. Il primo contatto con l’idea di “comunità” l’ha avuto nei primi anni ’50, quando un suo cugino decise di andare a vivere in Israele in kibbutz. In famiglia furono tutti molto perplessi su questa scelta ma lui si schierò dalla parte del cugino, non perché fosse sionista, ma per una spontanea ed immediata adesione all’idea del kibbutz; a suo dire, fu in quel momento che scoprì di essere, per la sua stessa natura, socialista e verso quell’ambito cominciò ad indirizzare le sue letture.

Intervista a cura di
Alda Guastalla

   

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