Storie di ebrei torinesi

 

Volontarie in Africa

 

 

 

Carola Disegni

 

Carola Disegni nell’estate 2011, finita la II liceo classico, ha deciso di passare parte delle sue vacanze in una comunità che ospita bambini cardiopatici e orfani in Kenya, nella Savana. L’esperienza del lavoro con i bimbi di Ndugu Zangu è stata forte e intensa, tanto che Carola con un paio di sue amiche vi è ritornata nell’estate 2012, dopo l’esame di maturità. A Torino ha poi organizzato con successo un paio di eventi per l’Africa per supportare l’attività della comunità di Ndugu Zangu, che necessita di aiuti continui.

 

 

Ora a 19 anni è iscritta al Corso di Laurea in Scienze Biologiche di Torino e sogna spesso di tornare in Kenya. Chissà se il suo interesse e la passione per l’Africa hanno radici nell’interesse, sia pur diverso, che il bisnonno di Carola, il Rabbino Dario Disegni, ebbe circa cinquant’anni fa, allorché ricercò proprio in Africa, nella comunità dei Falashà d’Etiopia, giovani studenti poveri da avviare agli studi rabbinici?

 

 

 

Africa e Kenya sono sempre state un tuo sogno da quando eri piccola? Come ti è nata la passione per il mondo africano?

L’attrazione per l’Africa è in me da quando avevo nove anni, nata un’estate in cui i miei genitori mi hanno portata a fare un viaggio in Kenya: ricordo che, giunto il momento di prendere l’aereo per tornare a casa, ero scoppiata a piangere all’aeroporto chiedendo di rimanere lì. Qualcosa mi aveva forse “rapita”. Da quella volta non ho mai smesso di chiedere di tornare in Africa. Ero affascinata dai colori, dagli odori, dalla Savana, dai suoi animali e dalla popolazione Masaai.

 

A 17 anni hai iniziato a cercare un’istituzione in Kenya che potesse rispondere ai tuoi desideri. Hai trovato attraverso internet quello che cercavi: ma come è nato questo incontro?

Ho avuto la fortuna di conoscere attraverso amici una cardiologa di Torino che ogni anno va in Kenya a visitare i bambini cardiopatici ospiti della comunità di Ndugu Zangu, a circa 250 km. da Nairobi, dove poi ho trascorso i miei periodi di volontariato. Così le ho chiesto di procurarmi un contatto con il fondatore e responsabile della comunità, chiamato dai bambini Nonno Luigi; ho iniziato una corrispondenza per avere un po’ di informazioni e due mesi dopo, appena finita scuola, sono finalmente partita con due amiche.

 

Quali sono state le tue prime impressioni all’arrivo in Kenya?

Ritornare in Kenya dopo qualche anno è stato stupendo. Subito atterrata a Nairobi, la capitale, abbiamo preso una jeep nel caos della città, pronte ad affrontare sette lunghissime ore di macchina in mezzo alla Savana, senza strade, al buio, con giraffe ed elefanti a pochi metri di distanza. Nonostante la stanchezza del viaggio in aereo ero talmente felice ed emozionata che non riuscivo a togliere la testa dal finestrino, non volevo perdermi nulla. Mi sentivo come se fossi a casa, avevo un sorriso stampato tanta era la felicità di stare in quel posto, totalmente diverso dall’Italia.

 

Quali attività hai deciso di fare o che cosa ti hanno chiesto gli organizzatori del campo dove hai soggiornato l’anno scorso e quest’anno?

Nella comunità di Ndugu Zangu, fondata nel 1996, c’è un orfanotrofio che ospita circa 150 bambini, una scuola e un ospedale attrezzato per accogliere bambini cardiopatici. Principalmente cercavo di dare più affetto possibile ai bambini dell’orfanotrofio, giocando con loro e riempiendoli di attenzioni: sono bambini per lo più malati, o lasciati dai propri genitori per ragioni di povertà. Andavo anche in ospedale ad aiutare gli infermieri in compiti di assistenza; talvolta mi recavo a scuola nella classe dei più piccoli ad insegnare loro l’alfabeto e i numeri in inglese, o ancora aiutavo le donne dei villaggi circostanti dei Samburu, la popolazione locale, a lavorare la terra. Insomma ogni giorno mi guardavo intorno e decidevo dove andare a dare una mano: volontariato in quei luoghi vuol dire rendersi utili in ogni momento della giornata con quello che serve.

 

Quali emozioni ti ha dato la vita in un posto così diverso dal tuo mondo e dalle tue abitudini?

Le emozioni sono sicuramente state fortissime, innanzitutto quelle che ho ricevuto dai bambini, che con i loro sorrisi di riconoscenza mi rallegravano immensamente. Sono sempre rimasta sorpresa nel vederli in ogni momento con il sorriso, pur non avendo nulla. Per non parlare delle emozioni dei paesaggi che mi circondavano; spesso nei momenti di pausa mi isolavo sotto un albero a contemplare la vastissima Savana. Ed è stato ancora più bello entrare a contatto con la popolazione Samburu, popolo di pastori nomadi che vivono in capanne di fango e paglia, che parla solo un dialetto dello swahili: era strano ma divertente comunicare con loro soltanto a gesti.

Ho anche avuto la fortuna di poter partecipare a una festa samburu in una capanna ed assistere ai loro balli, canti e alle loro usanze, come quella di bere il sangue delle capre.

Ed è stato impressionante incontrare bambini che non avevano mai visto una persona bianca e che scoppiavano in lacrime impauriti dalla nostra carnagione: la comunità di Ndugu Zangu si trova in un territorio non turistico e la città più vicina è a tre ore di macchina, i cellulari non prendono quasi mai e il collegamento con internet è abbastanza raro.

 

Pensi che il volontariato, specie se rivolto a bimbi che soffrono, sia un’esperienza utile per i ragazzi della tua età?

Ritengo che la magnifica esperienza che ho avuto modo di intraprendere mi abbia fatto crescere molto, mi è servita a capire le cose importanti della vita ed ad apprezzare tutte le piccole cose che noi ormai diamo per scontate. Quello che mi ha impressionata il primo anno che mi trovavo a fare volontariato in Kenya è stato vedere la felicità dei bambini quando gli ho dato un foglio e un pennarello a testa per scrivere l’alfabeto che stavano imparando sulla carta e non sulla terra, incidendolo con un bastoncino di legno come stavano facendo prima. Sembravano i bambini più felici del mondo, pur non avendo assolutamente nulla.

Perciò credo che il volontariato rivolto a bambini che vivono in povertà o che soffrono serva a chiunque, a qualsiasi età. È un’esperienza che mi sento di consigliare a tutti.

 

L’aver frequentato la scuola ebraica per molti anni pensi abbia dato una spinta ideale al tuo desiderio di fare volontariato e aiutare gli altri?

Sicuramente la scuola ebraica mi ha insegnato prima di tutto il rispetto e l’aiuto verso il prossimo, soprattutto per chi ha problemi o è in difficoltà, quindi è anche grazie ad insegnamenti di questo genere e ai valori universali dell’ebraismo che ho scelto di fare del volontariato.

 

Come pensi dovrebbe essere strutturato il volontariato, o meglio quali suggerimentio ti verrebbe da dare a chi vuole fare volontariato?

Penso innanzitutto che a scuola dovrebbe esser dato qualche spunto di cos’è il volontariato, di come si possano aiutare le persone in difficoltà con attività e iniziative che tutti potrebbero affrontare. Il volontariato credo serva a capire soprattutto i valori veri della vita e sia anche un buon punto di partenza per il mondo del lavoro.

 

Si parla sovente di Mal d’Africa, ma per te in che cosa è consistito realmente?

Il famoso Mal d’Africa è per me un fortissimo desiderio di tornare in Africa il prima possibile, di pensare ogni giorno alla Savana, alla terra rossa, ai bambini, ai loro sorrisi, ai colori e a tutte le piccole cose che facevo quotidianamente. Il Mal d’Africa, se si può chiamare malattia, credo sia impossibile da curare, le emozioni che ho provato in Kenya non le ho provate in nessun altro luogo.

 

Tu vuoi fare il medico o comunque un’attività di ricerca, credi che il volontariato che hai svolto e quello che ancora farai, ti saranno utili?

Sì, il mio sogno è da sempre quello di diventare medico, ed è anche grazie a tutti i bambini malati che ho avuto modo di conoscere in Kenya che sono ancora più motivata. E poi ho avuto modo di passare molte ore in ospedale ad aiutare, per quanto mi era possibile e ho capito che è quello che voglio fare.

 

   

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