Storia

 

Torino 1912

di Reuven Ravenna

 

Lasciandosi a Firenze, l’anno precedente, i protagonisti del Primo Convegno Giovanile si ripromisero di ritrovarsi in un ulteriore Convegno per portare avanti quanto avevano propugnato nell’incontro fiorentino. Il dibattito che procedette il Convegno torinese fu meno ampio di quello dell’undici. Alfonso Pacifici pubblicò il testo raccolto poi in volume, Israele l’unico, che sintetizzava il programma dell’Ebraismo “Integrale”, più che Religione, più che Nazione, così appassionatamente enunciato a Firenze da lui stesso e nella “apologetica” di Armando Sorani.

In prospettiva a Torino cogliamo un’atmosfera più matura, per così dire, più concreta. I quattro giorni del Convegno furono articolati nelle relazioni di Alfonso Pacifici (“La lingua Ebraica”), di David Krinkin (“La Palestina”), di Emilio Bachi (“Del modo migliore e più pratico per organizzare la gioventù Ebraica in Italia”), di Dante Lattes (“Le pratiche religiose”), di Elia S. Artom (“La scuola Ebraica in Italia”), di Umberto Cassuto (“Per una Storia degli Ebrei in Italia”). In assenza del relatore, David Prato, non venne presentata la relazione su “Gli Ebrei di Tripolitania e Cirenaica”, tema di grande attualità per l’incontro del­l’Italia Ebraica con Comunità di un ebraismo vivo e dalle caratteristiche del tutto particolari.

Centoventitre correligionari inviarono la loro adesione al Convegno. I giornali ebraici, dal Vessillo al Corriere triestino, e naturalmente la Settimana Israelitica, dedicarono ampio spazio ai dibattiti. Così riviviamo i confronti, le passioni degli intervenuti, da Pacifici che considerava l’ebraico quale strumento primario per un ritorno ad una nostra identità, auspicando il bilinguismo di ogni ebreo, a cui obiettava, realisticamente Dante Lattes, il condizionamento della nostra condizione diasporica. Inizio di una grande amicizia lungo il corso della esistenza di questi grandi, in un rapporto, direi, quasi fraterno, pur da posizioni diverse. Felice Momigliano agitò l’assemblea proponendo un ebraismo “modernizzante”, come aveva propugnato in precedenza in una polemica giornalistica su un’auspicabile riforma liturgica. Eco diretta del momento culturale e spirituale dell’Italia del cinquantennio dell’Unità pervasa da nuovi impulsi dal mondo cattolico, il modernismo, al nascente nazionalismo, guardato dagli osservatori più attenti con un misto di interesse e di apprensione per possibili sviluppi antisemiti. E affioravano i differenti punti di vista intorno all’italianità e alla caratterizzazione del sionismo in fase post-herzliana, superando la filantropia dei primi seguaci dall’inizio del secolo, ponendo l’attenzione sulla realtà delle colonie ebraiche in Eretz Israel, dove la lingua dei Padri riviveva parallelamente al lavoro dei primi chalutzim. A Torino fu fondata La Federazione Giovanile Ebraica d’Italia (FGEI), che per molto tempo rimase un progetto ideale, sia pure concretizzato in nuclei locali, quali “La Giovane Israele” milanese e l’“AGIR” romana. Nell’inverno del quattordici Alfonso Pacifici, Elia S. Artom e Giuseppe Levi, che credo di identificare nel Rabbino di Casale, lanciavano un appello alla gioventù ebraica, propugnando i punti già esposti a Torino, vale a dire: tradizione, cultura, Palestina (attività sionistica) e lingua ebraica. Di lì a poco scoppiò il conflitto mondiale, al cui termine iniziò una nuova era per il mondo e per il popolo ebraico. Sarebbero trascorsi decenni di dittature, persecuzioni, e un nuovo conflitto funestato dalla più sanguinosa tragedia per Israele, per rivedere sulla scena della giovane generazione degli ebrei d’Italia, la rinnovata FGEI, in gran parte erede di quei primi antesignani nell’Italia giolittiana, in un mondo che stava risorgendo dalla distruzione e dalla morte.

Reuven Ravenna

   

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