Cinema

 

La sposa promessa

di Anna Maria Fubini

 

Opera prima della regista israeliana Rama Bursthein, premiata a Venezia con la coppa Volpi alla protagonista Hadas Yaron, è candidata agli Oscar per Israele. Giustamente Natalia Aspesi lo ha definito un film poetico dove la donna, in una Comunità di ebrei religiosi ultraortodossi, non appare subire rassegnata le tradizioni, come in numerosi film di Amos Gitai e in molta letteratura. Al contrario, qui la donna ha un suo ruolo e, pur nel quadro delle regole ben precise che i rabbini fanno rigorosamente rispettare, la sua volontà e la sua personalità sono amorevolmente prese in considerazione.

La giovane Shira è destinata a sposare un giovane, l’incontro con il quale viene organizzato in un supermercato e Shira vedrà il suo promesso sposo solo a distanza mentre lui fa acquisti nel reparto latticini. Se ne innamora perdutamente e quando la sorella muore di parto e a Shira verrà chiesto di sposare il cognato lei, fedele a quell’amore immaginato al supermercato, rifiuterà. La storia si svolge tutta all’interno di una società chiusa, tra allegri canti e balli in occasione di Purim o di Shabbat, strettamente tra ultraortodossi, sotto lo sguardo e il tempestivo intervento del Rabbi della Comunità. Niente si muove senza il suo consenso o la sua approvazione, neppure l’acquisto di un fornello! È sì una società chiusa ma anche protetta, nel rispetto di ciascuno. Le donne, molto eleganti, sempre con il capo coperto da acconciature accuratamente abbinate agli abiti, tramano per combinare matrimoni e forse stonano con le figure maschili, dall’abbigliamento severo che vanno e vengono, sempre indaffarati e sempre pregando. Nessuno impone a Shira il matrimonio non desiderato, la scelta tocca a lei, giovane di appena diciotto anni. Quando si renderà conto di essersi a poco a poco innamorata del cognato, durante le sue frequenti visite al figlioletto che Shira e la madre stanno allevando, sarà al Rabbi che lo confiderà facendogli pervenire un messaggio. Così il Rabbi convocherà gli interessati e, solo allora, il desiderio di Shira, della madre e di tutta la Comunità sfocerà nelle nozze prima rifiutate. C’è in tutto il film l’atmosfera di una trepida trama che poco per volta trova il suo sbocco, quasi che lo sguardo del Rabbi in lontananza possa mettere ogni cosa al suo posto come in un puzzle, secondo le regole della tradizione ma in modo non rigido e repressivo. Questa sembra una fiaba proiettata verso il futuro e la vita. È invece un’altra realtà, anch’essa esistente e piena di sfumature.

Anna Maria Fubini


 

Rama Burshtein, regista del film La sposa promessa è donna, è ebrea, è strettamente ortodossa, vive in Israele. Non ha dovuto quindi inventare nulla quando ha trasposto le sue identità e la sua esperienza di vita nel film, raccontando una storia che sa di verità, e così evitando il rischio (in cui sono incorsi altri registi) di cadere nel folklore. In una presentazione del film ho letto che anche durante le riprese, pur nell’esercizio della “dittatoriale” funzione di regista, Rama Burshtein ha imposto le regole dell’ebraismo ortodosso, evitando ad esempio che tra gli attori di sesso diverso ci fosse alcun contatto.

Nel film le donne sono le vere protagoniste, con i loro sentimenti, il loro modo di vivere e di rapportarsi al mondo maschile, le loro manie: Shira, la madre, la suocera, l’amica Frida che vuole un marito ad ogni costo sono persone, non personaggi di una società “aliena”. In effetti le figure maschili, che sono numericamente preponderanti, incidono in piccola - se non minima - parte, appaiono quasi il pretesto per far emergere le figure femminili (illuminante è una brevissima scena: il marito distribuirà i doni di Purim ai questuanti, un’accolita di soli uomini, ma per poterlo fare deve rivolgersi alla moglie: è lei che custodisce la chiave della cassaforte).

Paola De Benedetti


 

   

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