Cinema

 

 

La sposa promessa
Un’attualità inattuale

 di Emilio Jona

 

Ci si può chiedere perché un film come La sposa promessa parli e conquisti un pubblico laico non solo e non tanto per la sua indubbia bellezza formale e per il sapiente linguaggio cinematografico quanto per ragioni più di sostanza che riguardano il rapporto tra uomo donna e la sessualità in genere, ma osservati dentro una famiglia ebraica ortodossa israeliana. Si tratta di un nucleo chiuso, fortemente autoreferenziale, che non comunica col mondo esterno, ma solo con se stesso e gli altri partecipanti del gruppo e che è retto, (non è detto che questa sia la regola) da rabbini saggi e bonari.

In questa comunità il rapporto tra gli uomini e le donne si fonda su valori e costumi di una tradizione secolare, del tutto impermeabile a quanto accade nella contemporaneità, nella società del terzo millennio.

Questa comunità, fatta di ebrei benestanti, vive, canta, prega, si atteggia, esattamente come al tempo di Baruch Spinoza e nulla sembra essere cambiato oggi nel loro comportamento di allora. La sua vita si svolge prevalentemente in spazi chiusi e claustrofobici, assiepati di gente, dominata dalla figura paterna e benefica del vecchio padre rabbino, dove il mondo esterno e la modernità sono marginali e rappresentati solo da un supermercato, dai telefonini e da una corsa in automobile.

Le donne, anche se ricche, non sono aiutate da domestiche, ma gestiscono personalmente la casa, insieme agli affetti famigliari, mentre gli uomini pregano, cantano, danzano sotto i loro sguardi partecipi, silenziosi, ma appartati e occhieggianti dall’angolo di una stanza o di una porta; mentre la ricerca del marito e il matrimonio sembrano essere il centro attorno a cui ruota l’interesse e l’attenzione di ogni donna, come se solo in essi possano realizzarsi.

Il matrimonio in questo mondo è sempre combinato, ben al di là della pratica dell’endogamia, e lo si conquista seguendo un preciso percorso e lo si realizza con un preciso rituale solo dentro il gruppo religioso di appartenenza.

Ciò non stupisce più di tanto, perché l’endogamia è stata largamente praticata in ogni civiltà chiusa, in quella contadina, come tra i re o i potenti e nella ricca borghesia del commercio e dell’industria con lo scopo della conservazione del patrimonio, del potere e della tradizione. Ed è sempre avvenuto anche nelle nostre famiglie ebraiche non ortodosse nelle piccole sparse comunità del nostro paese. Ad esempio mio padre e mia madre, e ancora la mia stessa sorella, si sono sposate così, con matrimoni combinati.

Come possa avvenire poi l’approccio al matrimonio, lo racconta bene l’inizio splendido del film: madre e figlia percorrono un supermercato per vedere, non viste, e valutare il giovane futuro sposo destinato alla figlia minore Shira. Essa, a sua volta, dovrà esprimere il suo giudizio esclusivamente sulla base della sola osservazione, da lontano, del suo futuro marito e in questo caso il suo giudizio sarà conforme alle decisioni dei genitori, privo di dubbi e immediatamente positivo ed entusiasta.

Romperà questo percorso la morte della sorella, felicemente maritata, nel dare alla luce il piccolo Mordekhai, e cambierà anche il destino di Shira perché la madre va ora progettando che il genero sposi Shira, visto che non apprezza l’amica Frida che è bruttina e destinata a rimanere zitella.

Shira si appresta dunque al sacrificio, che non le è imposto dai famigliari, che anzi insistono perché la sua scelta sia libera. Ma si frappongono al matrimonio più di un ostacolo, anzitutto il giudizio del vecchio e saggio rabbino, il patriarca della comunità, che si oppone ad un matrimonio fondato sul dovere anziché sul sentimento, e poi l’offesa che Shira fa al cognato dicendogli, violando la regola che impone alla donna silenzio e riservatezza, che lui dovrebbe sposare non lei, ma Frida. Ma alla fine il sentimento prevale quando Frida finalmente trova un marito, e l’amore discreto ma appassionato che le dimostra il cognato vince le sue ritrosie ed è infine ricambiato; seguirà quindi il cammino trepido del rito nella sontuosa festa nuziale.

Ma il film non finisce qui, la scena successiva e conclusiva introduce un dato non privo di ambiguità: i coniugi entrano nella stanza da letto, il marito appoggia all’attaccapanni il grande arcaico cappello di pelliccia e la giacca, poi guarda Shira, che è lontana, racchiusa nel suo abito da sposa, come schiacciata contro il muro in una fuga impossibile, e a sua volta lo guarda, ma il suo volto non esprime gioia, o un’attesa timorosa e desiderante, ma un’attesa paurosa, quasi uno sgomento, ed è su questa immagine che si chiude il film.

Dunque sotto questa patina di buonismo e di una donna che sceglie il suo destino autonomamente, anche in una comunità ortodossa, resta qualche ombra. Ci si potrebbe chiedere anzitutto se le cose siano andate proprio così e se la scelta di Shira sia stata effettivamente libera o non sia stata inconsapevolmente orientata dalle aspettative famigliari e dalla moralità e dai condizionamenti di un gruppo così fortemente connotato. Vi è poi il compor­tamento di Shira la prima notte di matrimonio. Si dice: “è la naturale paura di una giovinetta di fronte al mistero della sessualità”, ma nel 2012 è certamente inattuale questo sguardo di una diciottenne di fronte all’aprirsi della sessualità. Nel mondo di oggi non esistono quasi più diciottenni vergini e comunque la conoscenza diffusa e la presenza invadente della sessualità nella società, nella cultura e nei media non la rende più un fatto ignoto, misterioso e pauroso. Diventa tale invece nella stretta, e in apparenza risolta e felice, comunità ortodossa che la esclude nella sua vita quotidiana, nella sua netta separazione anche fisica tra uomo e donna e nella diversità dei loro ruoli e funzioni, che è rimasta immobile di generazione in generazione. Allora si spiega più facilmente lo sguardo di Shira cosi turbato e impreparato alla sessualità.

Non è dunque soltanto il turbamento e il desiderio inconsapevole del maschio che aveva fatto dire a Shira in un teso colloquio col cognato: “mi stai troppo vicino”, quanto l’interiorizzazione di un divieto, la forza di un tabù e la negazione o la paura della sessualità della donna che è stata relegata alla sola funzione di essere sposa e madre.

Ma queste regole, così arcaiche così rigide e lontane e il loro impatto con la contemporaneità, sono presenti pari pari, oltre che in gruppi ebraici minoritari, nella maggior parte del mondo arabo e in frange non piccole di quello cattolico e protestante e anche in qualche profondo recesso della nostra stessa cultura laica. Per questo forse La sposa promessa non ci è estranea, ma ci riguarda da vicino per una sua inattuale attualità.

 Emilio Jona

    

Share |