Libri

 

Il rimpianto dell’utopia

 di Emilio Jona

 

Tra amici (Feltrinelli, 2012) è l’ultimo libro di Amos Oz pubblicato in Italia. Sono otto racconti apparentemente autonomi, ma in realtà l’uno all’altro strettamente intrecciati che ci raccontano le avventure, non solo sentimentali, di alcuni protagonisti di un microcosmo israeliano, quello di un kibbutz degli anni di Ben Gurion.

Tra di essi non vi è Amos Oz, ma è come se ci fosse, perché quel kibbutz, dal nome immaginario di Yekhat, in realtà è Hulda, il kibbutz in cui Oz è vissuto dalla metà degli anni ’50 (quando aveva 15 anni, dopo il suicidio della madre) per circa trent’anni.

Si trattava di una comunità di 300 persone, da cui Oz dice di aver imparato più cose che se avesse fatto il giro del mondo. Il kibbutz è stato per lui, come per molti, il laboratorio esemplare, il luogo alternativo all’individualismo sfrenato dominante, il modello per una società futura, ovviamente socialista, con un mutamento di prospettiva della natura umana e una cancellazione dell’avidità, della crudeltà, dell’egoismo, dell’insicurezza, e insieme una fuga dalla solitudine a favore della solidarietà e dell’eguaglianza, un luogo dove le forti e appassionate individualità, non si riducevano ma si amalgavavano nella comunità.

Amos Oz a Hulda faceva il contadino, guidava trattori, ma insieme era già uno scrittore, quello che poi racconterà la nascita e il fiorire di una nazione in quel romanzo “d’amore e di tenebre”, che resta il documento letterario forse più memorabile sugli anni della creazione dello Stato di Israele e sui suoi protagonisti illustri e anonimi.

Quegli anni vissuti in kibbutz segneranno indelebilmente il modo con cui Oz guarderà il proprio e l’altrui privato e le cose del mondo. Il kibbutz per altro è stato per molto tempo il simbolo più originale della vita del nuovo stato. I kibbutzim erano una minoranza, ma negli anni ’70 producevano il 50% del prodotto agricolo del paese e rappresentavano un modello di società originale, democratico ed egualitario, un cammino verso l’utopia, non solo per l’occidente, un luogo senza purghe, gulag e polizia, dove Marx poteva essere letto come il Talmud, come dice un personaggio di Tra amici, il marxismo come una nuova religione e l’assemblea del kibbutz come la nuova sinagoga.

Poi la crisi economica degli anni ’80, la svalutazione galoppante, la pressione del modo di produzione capitalistico circostante e modelli consumistici individuali hanno messo in crisi, ma non distrutto, questa realtà che da centrale dello stato è diventata periferica, ma che resta l’unico luogo dove nel ventesimo secolo si sono realizzate forme di vita permeate di un umanesimo socialista.

“Se mi guardo intorno in Israele come in Italia - diceva Oz in una recente intervista - mi sento circondato da gente che lavora oltre il necessario; per accumulare più denaro di quel che serve, acquistare cose che non desidera avere”, mentre “l’attuale crisi economica pare mettere in crisi questo modello fatto di denaro, competizione, arrivismo”.

Ma in questa situazione, in una società che va verso il collasso, in cui è caduta l’illusione di progresso illimitato, si può pensare, diceva ancora Oz, a forme di organizzazione sociale e produttiva non così rigorose ed estreme come i kibbutzim delle origini, ma a piccole cellule sociali improntate a solidarietà più soft e tolleranti.

C’è quindi un giudizio critico sul passato in queste considerazioni di Oz, ma in Tra amici c’è anche un rimpianto, una lucida e critica nostalgia per questo tempo di eroica quotidianità che si realizzava nella non separatezza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra pubblico e privato, nella perdita di valore del denaro, nella prevalenza delle decisioni della collettività assembleare rispetto a quelle individuali su temi del lavoro, della scuola, del­l’allevamento dei figli.

Ma Tra amici non ha nulla di ideologico, l’ideologia sta se mai a monte, e intride solo esistenzialmente le storie dei protagonisti degli otto racconti, che spesso partecipano anche agli altri in modo più marginale. E sono storie narrate bene che mostrano la complessità del vivere di questi pionieri dietro la sua apparente semplicità.

Ne scelgo esemplificativamente tre: Osnat di “Due donne” si occupa della lavanderia del kibbutz, è stata lasciata dal marito che è andato a vivere con Ariel, che invece lavora nel pollaio. Osnat reagisce in modo saggio e tranquillo all’abbandono, manda persino brevi lettere ad Ariel con consigli per la salute del marito. Ariel le risponde piena di sensi di colpa e con il desiderio di creare con lei un rapporto di comprensione e di complicità che Osnat serenamente lascia cadere.

Osnat appare anche in “Esperanto”, come l’at­tenta, dolce presenza negli ultimi giorni di Martin Vandberg, il calzolaio del kibbutz, un sopravvissuto ai campi di sterminio, un vecchio, anarchico, pacifista, che disprezza il denaro e vive in modo rigoroso la vita della collettività, lavora, nonostante la malattia polmonare gravissima, crede nel valore universale e pacificatorio dell’esperanto, che in­segna nei suoi ultimi giorni di vita. Osnat gli porta il cibo a casa per evitargli il cammino faticoso sino al refettorio, suona per lui sul flauto le canzoni che ama, lo mette a letto alla sera e alla fine lo accompagna dolcemente verso il suo estremo riposo.

In “Di notte”, Yoav Carni, primo nato nel kibbutz e oggi suo segretario, è nel suo giorno di guardia, gira nel buio, il mitra a spalla, controlla ogni luogo, passa nel dormitorio del bambini e rimbocca le coperte ai suoi figli dormienti, poi incontra Nina, che è di una bellezza austera e un poco sfiorita, che lo attende per chiedergli aiuto, ha lasciato il marito e vorrebbe un ricovero per la notte. Yoav l’ha amata silenziosamente in gioventù e rinasce tra di loro una reciproca attrazione, un desiderio che però Yoav vince con un rimpianto che li ricaccia nel profondo.

In questi racconti dunque il loro nucleo sta spesso nel suggerito e nel non detto, e le trame, in sé e per sé semplici o povere, hanno risonanze più complesse anche per questo trascorrere dei personaggi da un racconto all’altro, mentre nel loro spessore e nella loro varietà costituiscono una rappresentazione fedele e poetica di un kibbutz socialista degli anni ’50.

Ed è suggestivo il modo con cui è raccontato il rapporto tra pubblico e privato nelle storie di queste donne e questi uomini coraggiosi, motivati da un forte ideale, che intrecciano gli amori, le ansie, le sofferenze e insofferenze di ciascheduno con i problemi della collettività sul lavoro, lo studio, i figli, le vacanze. E si coglie insieme al peso specifico di quel tempo e di quell’esperienza la struggente partecipazione, mista a giudizio e rimpianto di chi quel libro ha scritto, libro che appare, più che il susseguirsi di otto racconti, un romanzo compatto e multiforme su di un momento epico della storia d’Israele per la presenza di questa ebraicità laica e comunitaria, con un afflato religioso che stava fuori da ogni religione rivelata.

Si può osservare per concludere che è inesistente o rimosso il tema del rapporto con i palestinesi, forse perché, volendo tornare a quegli anni, questo tema non era emerso o percepito allora in tutta la sua gravità, anche se si può pensare che se avessero prevalso quelle forme e quegli stili di vita, forse le vicende israelo-palestinesi avrebbero preso una strada diversa.

 

Emilio Jona

    

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