Libri

 

Viaggio di un rabbino del ’700

 di Gilberto Bosco

 

Almeno a partire dal primo Novecento e fino a questi ultimi anni abbiamo assistito, all’estero e poi anche in Italia, alla riproposizione e alla valorizzazione di maestri dell’ebraismo, con nuove edizioni di testi, traduzioni, studi e convegni a loro dedicati. Questi lavori hanno portato a scoperte, riscoperte, nuove valutazioni su maestri maggiori e minori: tra i maggiori deve certamente annoverarsi il CHIDÀ, acronimo per Chayim Yossef David Azulay, rabbino sefardita nato nel 1724 a Gerusalemme e morto nel 1806 a Livorno.

Di questo maestro esce ora in italiano, nell’ottima traduzione di rav Alberto Moshe Somekh, l’opera Ma’agal tov (Il buon viaggio) per i tipi dell’editore Belforte, l’antica casa livornese nata più di duecento anni fa e che tanto ha fatto, in antico e di nuovo oggi, per i libri ebraici. Il volume, la cui pubblicazione è stata promossa dalla Comunità ebraica di Livorno, contiene in appendice gli atti del convegno dedicato al CHIDÀ tenutosi in quella città nel 2010; la relazione che Rav Alberto Moshe Somekh tenne in quell’occasione costituisce la prefazione al libro. Prefazione ampia e dettagliata, che inquadra il CHIDÀ nel suo tempo e nel ruolo che ricoprirà più volte: un raccoglitore di fondi a favore di varie istituzioni in terra di Israele. I viaggi del CHIDÀ sono tre: il primo e il terzo in vari paesi d’Europa, ed è la narrazione di questi a costituire il corpo principale del libro; il secondo viaggio avrebbe dovuto portarlo a Costantinopoli, ma il nostro autore si fermerà invece al Cairo, dove sarà nominato rabbino capo.

Ma’agal tov è un diario di questi viaggi. Un diario certamente scritto a una certa distanza dagli eventi narrati e non pensato, almeno nella redazione che è giunta a noi, per la pubblicazione: la quantità di salti nelle date e l’abbondanza di ricordi personali e strettamente privati non avrebbero altrimenti senso. I viaggi si svolgono in Europa (Italia, Francia, Olanda, Germania, Inghilterra…) ed offrono un quadro di grande interesse delle Comunità ebraiche di quei paesi dopo la metà del diciottesimo secolo. Comunità attraversate da litigi personali e familiari (cercare di risolvere questi problemi sarà uno dei compiti al quale il Nostro sarà spesso chiamato). Comunità percorse da difficoltà economiche e tirchierie varie, e anche da preoccupazioni dei maggiorenti per le difficoltà economiche provocate dall’esterno: dalla crisi di borsa innescata dalla rivoluzione americana, da qualche iniziativa persecutoria di potentati locali, e altro. E nel libro sono ricordate con attenzione le spese di viaggio e di soggiorno dell’inviato da Israele, che non sempre le Comunità accettavano volentieri di accollarsi, e le difficoltà del viaggio: la neve, i fiumi in piena, i mezzi di trasporto spesso non affidabili, gli albergatori e - soprattutto - i doganieri: talvolta onesti, talvolta esosi, talvolta sbadati, sempre imprevedibili.

In questi ricordi il CHIDÀ si dimostra un viaggiatore bizzarro, curioso e intelligente. Sempre alla ricerca di libri più o meno antichi conservati presso le comunità. Annota con attenzione una quantità di titoli; alcune volte ne copia di sua mano una parte. Colpisce la quantità di testi cabbalistici rintracciati nelle biblioteche private e comunitarie visitate: sia classici antichi, sia testi più vicini al Settecento. CHIDÀ fu un grande studioso di mistica ebraica; ma certamente incontrò nei suoi viaggi molti ebrei (e anche non ebrei, trattati, non sempre a torto, da dilettanti su tali argomenti!) interessati a questi temi. La Cabbalà era, in quegli anni, un soggetto assai delicato e sensibile: la figura di Shabbetay Tzvi, mistico proclamatosi messia e precipitato nell’eresia, se pur vissuto nel secolo precedente proiettava ancora un’ombra inquietante. Un ebreo italiano nel 1777 gli mostrerà un ritratto di Shabbetay, che il nostro autore descrive con attenzione minuziosa, senza alcuna parola di commento.

CHIDÀ, però, non fu affascinato solo dai libri: certo dai luoghi, dalle macchine che permettevano il lavoro organizzato di molti uomini; dagli animali, impagliati o vivi: elefanti, pavoni, pappagalli…; dai frutti e dagli alberi, per lui un poco “esotici”: le fragole, i pistacchi e gli alberi di castagne…; dalle Università con le loro biblioteche, le statue, gli spazi per gli studi. E dagli uomini e dal loro carattere: studiosi, vanitosi, ricchi, avari, disponibili oppure no alla collaborazione (e, ovviamente, alle offerte), propensi o restii a invitarlo, a ospitarlo, a collaborare per l’adempimento dei suoi compiti.

Anche, e forse un poco sorprendentemente, fu colpito dalle donne: almeno in un caso (in Italia!) le cita tra i “notabili” di una Comunità, e spesso ne parla con rispetto e forse ammirazione. Può essere una spia, uno dei primi segnali di un cambiamento sia nella loro considerazione sociale, sia della considerazione che uno studioso di Torah offre loro. Un tema da meditare.

A rendercelo più vicino, più simpatico e umano, le osservazioni sulle sue debolezze e sui suoi problemi. L’amore sviscerato per la cioccolata - una bevanda considerata dal CHIDÀ meglio di una medicina -, l’antipatia e l’insofferenza verso un suo servitore e - occasionalmente - verso alcuni dei personaggi incontrati; e le crisi di “depressione”, crisi di umor nero e di una melanconia profonda che lo perseguitavano con una frequenza degna di nota.

Alla fine dei suoi viaggi rav Chayim Yossef David Azulay scelse di stabilirsi in Italia, a Livorno, dove trascorrerà gli ultimi 28 anni della sua vita. Certo, la città era ricca e ospitava molti ebrei influenti che lo aiutarono a fondare una sua scuola e a svolgere le sue attività; certo l’Italia era aperta e attenta ai suoi insegnamenti (tutti i libri, numerosi, che CHIDÀ stampa durante la sua vita vedono la luce in Italia). Ma mi piace pensare che questa scelta sia stata determinata anche da una qualche dolcezza della vita in una comunità italiana come Livorno, una dolcezza italica che, dopo il lungo peregrinare, CHIDÀ potrebbe aver apprezzato.

Il libro si presenta corposo e molto articolato; un indice dei nomi e dei toponimi, ben curato da Anna Tedesco, ne permette con facilità l’esplorazione: anzi, forse una delle possibili letture è anche inseguire i luoghi e i nomi legati alla storia personale del singolo lettore, alla ricerca di tracce e di segnali perduti nel tempo. Un libro che aggiunge qualcosa alla storia degli ebrei in Italia.

Gilberto Bosco

 

Rav Chayim Yossef David Azulay (CHIDÀ), Ma’agal tov (Il buon viaggio), introduzione, traduzione e note di Rav Alberto Moshe Somekh, indice dei nomi e dei toponimi a cura di Anna Tedesco. In appendice, Atti del Convegno internazionale di Studi per il bicentenario della morte di CHIDÀ, Rav Chayim Yossef David Azulay - Dalla terra di Israele a Livorno - Livorno, 27 giugno 2010 - Sala consiliare della Provincia di Livorno. Livorno, ed. Belforte 2012, p. 644, 30.

 

    

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