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Ebraismi

di Anna Segre

 

Per lunghi anni Ha Keillah si è occupata in modo assiduo (anche fin troppo, a detta di molti lettori) di rabbini e specialmente di Rabbini Capo. Non pensate che siamo passati bruscamente dal troppo al nulla: in realtà ci occuperemmo ancora volentieri del Rabbino Capo di Torino, se solo esistesse un Rabbino Capo di Torino. Invece da alcuni mesi la nostra Comunità è priva di questa figura che riteniamo essenziale, e non ci risulta che la situazione sia destinata ad evolversi positivamente a breve.

Così, mentre continuiamo in ansiosa e fervida preghiera a credere con fiducia illimitata alla venuta del Rabbino Capo nonostante tardi a giungere, nel frattempo abbiamo gettato uno sguardo su altri rabbini che negli ultimi tempi sono capitati dalle nostre parti, esponenti di ebraismi certamente diversi da quello torinese, dunque “altri” rispetto alle nostre abitudini, ma numericamente ben più consistenti del nostro.

Abbiamo avuto l’eccezionale opportunità di incontrare Rav Fuchs, ex Presidente della Word Union for Progressive Judaism, in visita a Torino per un giorno; con lui abbiamo parlato del variegato mondo dell’ebraismo riformato, maggioritario negli USA e decisamente minoritario qui da noi: un mondo a cui per idee e sensibilità molti di noi probabilmente si sentono vicini, ma di cui fatichiamo a condividere la tendenza al frazionamento; noi italiani siamo abituati a comunità unitarie per tutti gli ebrei che vivono in una certa zona, che accolgono le differenze e il dialogo al proprio interno e in cui tutti hanno l’opportunità di conoscere modi di vivere l’ebraismo diversi dal proprio.

Contemporaneamente abbiamo incontrato Rav Levi Piha, esponente de movimento Chabad - Lubavich, che attualmente vive a Torino e frequenta regolarmente il nostro bet ha-keneset. Con il suo aiuto abbiamo cercato di scoprire qualcosa di più su questa comunità chassidica potente, ben organizzata e capillarmente diffusa in tutti i continenti: un mondo che potrebbe apparire più simile al nostro di quello riformato per la pratica ortodossa che ci accomuna, ma che si rivela ben più lontano ideologicamente, in particolare su alcuni temi non secondari come il ruolo della donna.

Insomma, crediamo che sia importante che le molteplici anime dell’ebraismo si conoscano reciprocamente in un confronto aperto e leale, pur senza frettolosi innamoramenti (i lettori noteranno che a entrambi abbiamo posto anche domande “scomode”). Non intendiamo diventare né riformati né chassidim; continueremmo volentieri ad essere ebrei “all’italiana” e ci piacerebbe avere la guida di un Rabbino Capo “all’italiana” (che non significa necessariamente nato o cresciuto in Italia ma che creda come noi nel dialogo e nel confronto). Così non ci resta che attendere in ansiosa e fervida preghiera e con fiducia illimitata la sua venuta.

Anna Segre

 

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