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Bioetica e Halakhà

 di Emilio Hirsch

 

La Comunità di Torino ha dedicato alla bioetica secondo la legge ebraica un intero recente Shabbaton in cui, oltre a Rav Somekh ed al Dott. Mortara, presidente dell’associazione Medici Ebrei Italiani, è intervenuto un ospite d’eccezione, Rav Avraham Steinberg, considerato una delle voci più autorevoli in materia. Rav Steinberg è nato in Germania poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma è emigrato in Israele all’età di due anni. Lì ha non solo studiato nella Yeshivà diretta da Rav Kook, ma si è anche laureato in medicina. Nel corso della sua brillante carriera si è specializzato in neonatologia studiando all’Albert Einstein Yeshiva University College a New York ed è successivamente approdato come professore all’ospedale Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme. In campo ebraico è noto per aver stilato una enciclopedia dell’Etica Ebraica in Medicina, lavoro ciclopico che gli è valso il premio Israel nel 1999. Si è occupato quindi su larghissima scala dei problemi che le nuove tecnologie biomediche pongono all’etica ebraica e all’interpretazione halakhica ai massimi livelli in Israele e nella Golà.

Nel corso del suo intervento serale e nel dialogo seguito il pomeriggio dello Shabbat, molti sono stati i temi toccati e molte questioni sono state trattate con semplicità ma senza mai mancare di profondità e di rigore scientifico o halakhico. Grande attenzione è stata inizialmente portata sui problemi legati alla fecondazione artificiale ed alle sue diverse applicazioni. Vivendo in un paese della Golà in cui il retroterra culturale è dominato dall’etica cattolica, le indicazioni del Rav Steinberg hanno permesso di percepire meglio quanto l’etica ebraica in questo campo sia estremamente permissiva e, mi permetterei di aggiungere, particolarmente originale. Il titolo della derashà è già indicativo: “progettare bambini”. Chiaramente le profonde conoscenze mediche del Rav Steinberg gli hanno permesso di affrontare il tema lambendo molti dei dilemmi che solo i progressi più recenti hanno lanciato. Ad esempio, come si pone la legge ebraica di fronte alla selezione di embrioni (e quindi di bambini) con determinate caratteristiche genetiche? La moderna tecnologia permette di identificare le caratteristiche genetiche di embrioni ottenuti dalla fecondazione in vitro e di scegliere l’embrione che presenta le informazioni volute. Secondo Rav Steinberg, l’halakhà non proibisce queste tecnologie e ne sostiene l’applicazione soprattutto in casi in cui, ad esempio, i genitori portatori sani di una malattia genetica cerchino di evitare la generazione di un figlio malato. Un caso esemplare è quello della malattia di Tay-Sachs, una condizione di cui numerosi ashkenaziti sono portatori sani e che può causare, nei bambini nati malati, una inesorabile degenerazione nervosa che non permette di sopravvivere oltre i quattro anni. Le tecniche di selezione in vitro, o più semplicemente di diagnosi genetica prenatale, possono, dunque, essere applicate per migliorare la qualità della vita del nascituro. Interessantissimo l’inciso del Rav Steinberg a proposito delle opinioni avverse che si sono espresse in ambito ebraico, proponendo il divieto di cambiare ciò che è preordinato da Hashem. Secondo il Rav, con questo atteggiamento non si potrebbe curare un malato o si contraddirebbe il principio del cooperare con Hashem per migliorare la creazione, proprio come indicato dai verso (Genesi 2,3) che ripetiamo ogni venerdì sera nel Kiddush dello Shabbat: Il Signore benedisse il settimo giorno e lo santificò, poiché in esso aveva cessato da tutta la Sua opera che Egli aveva creato per elaborarla. Diverso però resta l’atteggiamento verso una selezione di caratteristiche apparentemente futili come il colore degli occhi o dei capelli. Purtuttavia, alcune eccezioni riportate hanno letteralmente stupefatto: dopo quattro parti di pargoletti dello stesso sesso è permesso generarne un quinto preordinatamente di sesso opposto. Lo stesso, il caso dei genitori portatori di una mutazione genetica che causa la calvizie precoce: nel contesto di una Yeshivà dove tutti i maschi portano i riccioli delle peot, i figli calvi sono infelici ed emarginati. Quindi, utilizzare tecniche di diagnosi prenatale per individuare gli embrioni liberi da tale tara genetica è permesso. Infatti, in estrema contrapposizione con la visione cattolica, gli embrioni sono considerati fino al quarantesimo giorno come “acqua”. È il Talmud stesso a sancire questo concetto (Yebamot 69b). Questa affermazione può risultare in accordo con le conoscenze embriologiche attuali, per cui, nell’uomo, la formazione delle ossa, e pertanto di qualche cosa di solido, avviene solo a partire dal quarantesimo giorno. Siccome l’embrione è una vita potenziale ma non ha lo “status” di essere umano, tutte le tecniche di diagnosi precoce sono dunque permesse. Come corollario a tale affermazione, altrettanto permesso è lo studio e l’utilizzazione clinica di cellule staminali embrionali umane, sebbene resti comunque proibito generare embrioni umani con il solo scopo di produrre cellule particolari. Tuttavia, un caso limite dove un procedimento correlato ma non identico è pur sempre ammesso esiste: se un figlio si ammala di leucemia e non vi è la possibilità di un trapianto del midollo osseo da un parente compatibile è accettato generare un figlio con un corredo genetico preordinatamente compatibile. Un problema certamente controverso ma di grande attualità, visto che casi di “savior sibling” (o alla francese “bebè medicament”) sono stati riportati con successo nella recente letteratura medica fin dal 2001. Altrettanto impressionanti sono i dilemmi bioetici imposti dalla fecondazione eterologa. Qui, di nuovo, Rav Steinberg ha affrontato con assoluta chiarezza le posizioni dell’halakhà corrente. Un esempio preminente è la questione se i nati dalla fecondazione eterologa siano o no ebrei. In questo caso, lo sono se l’ovulo proviene da una donna ebrea. Concetto halakhicamente ineccepibile ma certamente delicato ed inquietante. Mi si permetta una battuta: bollino K anche sugli embrioni congelati? Lo stesso problema compare nei contesti di “utero in affitto” dove una donna può portare a termine la gravidanza di un embrione che non ha concepito. Anche in questo caso, il figlio è ebreo solo se sono contemporaneamente ebree la mamma genetica e quella che in gergo tecnico viene definita madre surrogato. Interessante invece notare che la fecondazione eterologa non è da considerarsi adulterio perché, benché coinvolga elementi geneticamente estranei alla coppia, non si può considerare frutto di adulterio una nascita senza atto sessuale.

Molto significativo è stato infine il chiarimento sulla liceità della sperimentazione animale: il Rav Steinberg ha specificato con limpidezza che la crudeltà verso gli animali è proibita ma che la sperimentazione con il fine di curare l’uomo è invece permessa. Questo segnale spiega il fiorire degli studi biomedici in Israele e ci pone il dubbio che anche l’etica “laica” attualmente dibattuta in questo paese non aiuti la ricerca scientifica e anzi la osteggi. Proprio in questi mesi il Parlamento Italiano si accinge a votare una legge che, sostanzialmente impedendo gli studi più avanzati, renderà l’Italia un paese dove non si partecipa più al progresso delle scienze biomediche. Come ha fatto notare Rav Somekh, la legge ebraica non ostacola il progredire della conoscenza, è piuttosto l’applicazione tecnologica che deve essere regolamentata dal filtro dell’halakhà. Questo processo porta l’etica ebraica a sviluppare una sua profonda specificità e autonomia. Come faceva notare il Maskil Ariel Finzi, i messi di Giacobbe mandati a ingraziarsi Esaù sono istruiti a rispondere a solo due di tre domande. Alla domanda “dove vai? (Vaishlach, Genesi, 32, 19)” non è data risposta perché dove va il popolo ebraico (in senso ovviamente qui figurato) è affare solo del popolo ebraico. Mi si permetta, però, ancora un’ultima battuta: spiegare al mio vicino non ebreo che sono libero di scegliere le caratteristiche genetiche dei figli ma che non posso accendere la luce il Sabato non sarà uno scherzo. Forse, per fortuna, in un mondo sempre più complesso e sfuggente non è detto che queste spiegazioni siano realmente dovute.

Emilio Hirsch

   

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