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Morte per acqua

di Francesco Ciafaloni

 

Fleba il Fenicio, morto da quindici giorni

dimenticò il grido dei gabbiani e il flutto profondo del mare,

e il guadagno e la perdita.

Una corrente sottomarina

gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava ed affondava

traversò gli stadi della maturità e della gioventù

entrando nei gorghi.

Gentile o Giudeo,

 o tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento,

pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari di te.


T.S. Eliot, La terra desolata (Traduzione di Mario Praz)

 

Si muore da sempre nel Mediterraneo. Ciò che rende scandalose le morti davanti a Malta, a Pachino, a Lampedusa, è che non si tratta di uomini di mare travolti dalla tempesta, o di uomini di guerra sconfitti in una battaglia cercata o accettata. Non sono bravi marinai, con buone barche, vittime della forza degli elementi. Sono morti su un percorso reso volutamente mortale dagli Stati europei. Sono morti sotto le mura della Fortezza Europa; morti in mare per caso, perché non sono morti prima, nelle guerre civili, nel deserto, nelle prigioni. La causa immediata è che le barche che li trasportano non devono valere nulla: farli vivere non serve a chi li trasporta, che è pagato in anticipo. Sono morti di sete perché non c’è spazio per l’acqua. Affogati a dieci metri dalla riva perché per chi li trasporta è più importante scappare in fretta che lasciarli scendere a terra.

Non è una congiura: c’è una mano invisibile per cui ciascuno, perseguendo il proprio fine, produce la morte altrui. Gli Stati vogliono impedire gli ingressi. I traghettatori vogliono i soldi e usano barche disfatte perché devono buttarle via dopo l’ultimo viaggio. I parenti che sono già in Europa vogliono salvare la vita ai loro congiunti e anticipano i soldi. I profughi, o migranti, non hanno scelta.

Oggi, in una giornata serena, come sono quelle in cui le bare galleggianti si muovono, coi satelliti, dal cielo credo si possano leggere anche i nomi delle barche che non abbiano avuto cura di cancellarli. Se si vuole, si possono contare le teste che affollano la coperta, tanto da aver indotto i traghettatori più avveduti ad usare barche a vela per fingersi turisti. Lo scopo della sorveglianza non è soccorrere ma respingere. Non sono esagerazioni. I governi d’Europa hanno costituito tre barriere: le coste dei paesi della sponda Nord, dove bisogna impedire gli sbarchi o arrestare i migranti indesiderati; le coste dei paesi della sponda Sud, dove bisogna impedire le partenze; i confini verso il deserto, dove bisogna impedire l’arrivo dei potenziali naviganti. Per restare a Torino, Fieri (di cui è utile consultare il sito) ha raccolto e pubblicato le norme scritte per impedire l’accesso dei migranti indesiderati in Europa, e le testimonianze sulla loro applicazione. Il sistema, con molte perdite, funziona.

C’è stato anche di peggio. Nel ’97 come Alessandro Leogrande ha documentato in Il naufragio. Morte nel Mediterraneo, la Kater i Rades, motovedetta con a bordo 170 albanesi che fuggivano dal collasso del loro paese, fu affondata, per eccesso di zelo, da una nave della Marina militare italiana, il cui comandante aveva interpretato in modo troppo stringente la direttiva del Governo di scoraggiare l’arrivo di imbarcazioni con migranti indesiderati (e fu processato e condannato). Durante l’accordo tra il Governo italiano e quello libico, regnanti Berlusconi e Gheddafi, è probabile che contro i migranti sia stato aperto il fuoco. Ci sono testimoni che raccontano di cadaveri con ferite di arma da fuoco. Durante la guerra di Libia uomini armati caricavano i lavoratori migranti sulle barche e li spingevano verso l’Italia per vendicarsi della rottura del patto.

Non si tratta di indifferenza degli uomini di mare o di ferocia indisciplinata degli uomini di guerra ma di esplicite scelte politiche. Ferruccio Pastore, direttore di Fieri, e Valeria Ferraris, che ha fatto le interviste a Lampedusa, durante la guerra in Libia, hanno trovato un solo profugo che lamentasse di essere stato trattato male dai pescatori che lo avevano raccolto. Tutti gli altri ringraziavano per la solidarietà e il soccorso. Le discriminazioni cominciavano a terra dove i centri sono quelli che tutti abbiamo visto in televisione e ogni nuovo arrivo sembra inatteso.

Cosa si potrebbe fare invece?

Lo hanno detto con chiarezza e con parole appena diverse Luigi Manconi e Gad Lerner: mettere robusti ed economici traghetti dalle aree di crisi verso l’Europa. Distribuire i profughi, si può aggiungere, sull’Europa intera; non bloccarli nei soli Stati costieri. Certo: i tedeschi hanno retto quasi da soli la pressione da est quando si è disfatta l’Unione Sovietica ed ora che si disfa il Medio Oriente pretendono che i paesi di confine si arrangino. Ma non sono cose da ripicca.

È il caso di prendere in considerazione qualche dato di fatto, notissimo e dimenticato, e trarne qualche suggerimento razionale, in una situazione in cui tutti chiudono gli occhi e mandano la propria razionalità in vacanza.

Bisogna distinguere la migrazione economica da quella di sopravvivenza, per sfuggire alla guerra o alla oppressione. La migrazione economica è necessaria all’Italia almeno quanto lo è ai migranti. Come risulta dalla elaborazione dei dati dell’ultimo censimento, da più di cinque anni la popolazione di cittadini italiani residenti in Italia diminuisce di mezzo punto percentuale all’anno perché i cittadini italiani morti sono più dei cittadini italiani nati. I residenti restano più o meno stabili perché il decremento naturale è compensato dalle nascite da genitori stranieri e da nuovi arrivi. Il dato è sottostimato perché sono numerosi i cittadini italiani emigrati all’estero che non rinunciano alla cittadinanza e non cancellano la residenza e che al censimento vengono registrati da familiari. Al Sud al saldo naturale negativo si somma l’emigrazione al Nord e all’estero. Anche al Nord, nelle province dove l’immigrazione è minore della media, come a Biella, la popolazione residente totale diminuisce, mentre aumenta leggermente nelle province, come Cuneo, in cui l’economia - alimentare, agricoltura, edilizia, meccanica - va meglio. Gli stranieri in provincia di Torino rappresentano il 12% delle forze di lavoro e degli iscritti alle scuole, perché sono più giovani ed hanno un più alto tasso di attività. Se, nella crisi, la disoccupazione colpisce anche gli stranieri - più che proporzionalmente - i migranti si spostano verso altri paesi. A Torino i bambini stranieri nati fino a giugno scorso sono diminuiti rispetto allo stesso periodo del 2012, per la prima volta dopo decenni di crescita: i genitori potenziali si sono trasferiti; o hanno rimandato. Cosa esattamente abbiano fatto lo si saprà tra un paio d’anni, quando ci saranno i dati Istat.

Non è uno sviluppo positivo perché ci saranno meno giovani cresciuti ed educati in Italia a sostituire i vecchi, ma esclude che si corra il pericolo di venire sommersi da disoccupati non cittadini. La migrazione economica si autoregola, in una certa misura.

 

Morte per guerra

I profughi invece non possono che scappare nel primo posto dove non li ammazzano: subito al di là del confine; o al di là dal mare, se hanno qualche soldo e un appoggio nel luogo di arrivo. Le cause che li spingono a partire sono molto più forti del guadagno e della perdita. Rischiare la vita per loro non è una scelta ma un fatto. Bisognerebbe soccorrerli sempre, come gli uomini di mare soccorrono chi rischia di soccombere in mare. E bisognerebbe essere generosi nei criteri perché è difficile che chi rischia la vita così lo faccia senza una ragione sufficiente. Al di là delle tendenze demografiche, dovremmo essere solidali; ricordare le nostre tragedie e comprendere quelle altrui.

Ma abbiamo dimenticato le nostre guerre micidiali; le nostre guerre civili; le stragi perpetrate e subite. Abbiamo dimenticato la Guerra di Spagna, che allora aveva gli abitanti della Siria di oggi, ed ebbe, nel conteggio più cauto, almeno 300.000 morti. Abbiamo dimenticato i 14 milioni di morti per cause non direttamente riconducibili alla guerra, tra la Vistola e il Don, di cui Timothy Snyder racconta in Bloodlands. Abbiamo dimenticato le deportazioni, i campi di sterminio, i massacri, le violenze, i bombardamenti, nucleari e non. Abbiamo dimenticato la nostra miseria. Abbiamo dimenticato il nostro impero nel Corno d’Africa, da cui provengono molti dei profughi. Ci siamo convinti che l’Europa è terra della pace; il Medio Oriente è terra della guerra. Bisogna tenerli fuori quelli lì.

Ma in realtà non sappiamo chi sarà sommerso e chi sarà salvato. Chi dimentica è condannato a ripetere.

 

Francesco Ciafaloni

   

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