Ebraismi

 

Intervista a Rav Fuchs

Le differenze non sono un problema

 

Rav Stephen Lewis Fuchs

 

Rav Stephen Lewis Fuchs è stato Presidente dal giugno 2011 all’ottobre 2012 della World Union for Progressive Judaism, che con le sue 1200 comunità sparse in 45 Paesi in tutti i continenti, che contano in tutto poco meno di due milioni di iscritti, si autodefinisce (con ragione, a meno di non considerare l’intero mondo ortodosso come una cosa unica) la più grande organizzazione ebraica del mondo. La WUJP è nata a Londra nel 1927 e riunisce ebrei reform, liberal e reconstructionist. Prima di questo incarico Rav Fuchs è stato rabbino delle comunità Ohabai Shalom a Nashville, Tennessee, Temple Isaiah, Columbia, Maryland e Beth Israel a West Hartford Connecticut.

Rav Fuchs è stato invitato a guidare per alcuni mesi (fino al prossimo dicembre) la comunità riformata Beth Shalom di Milano; l’occasione di conoscerlo si presenta il 30 ottobre quando viene in visita alla piccola comunità Beth Israel di Torino. L’idea di incontrare una rabbino che ha avuto una presidenza a livello mondiale mi incuriosisce molto. Se immagino una sorta di papa dell’ebraismo riformato, però, vado fuori strada, mi spiega Rav Fuchs.

 

Cosa significa in pratica essere Presidente della WUPJ?

I compiti del Presidente sono sostanzialmente due:

- Rappresentare l’ebraismo progressive, incoraggiarlo e rafforzarne la legittimazione, soprattutto in quei luoghi in cui l’ebraismo ortodosso è l’unico ufficialmente accettato (purtroppo gli ortodossi non ci riconoscono come parte di am Israel, del popolo di Israele)

- Raccogliere fondi

Sono molto fiero dei risultati che ho ottenuto nel primo di questi due compiti; purtroppo a causa della crisi sono stato meno efficace nel secondo.

Come cambia la prospettiva dal ruolo di rabbino comunitario a quello di Presidente di un’organizzazione diffusa in tutto il mondo?

Ho fatto il rabbino di Comunità per quarant’anni. Dopo il mio pensionamento quando mi hanno offerto la presidenza ho accettato con gioia perché credo fortemente nell’ebraismo progressive e ho considerato i quarant’anni precedenti come una preparazione per questo compito. All’inizio, quando ero giovane, non ero ancora sicuro sulla via da seguire, poi i miei ideali si sono man mano rafforzati e desidero portarli in giro per il mondo: sono molto soddisfatto di come sono stato accolto. Esiste una divisione fortissima tra gli ebrei: da una parte c’è chi crede che la Torà sia di origine divina e sia da seguire parola per parola, dall’altra chi la rifiuta completamente. Io credo sia possibile pensare che la Torà sia un testo da prendere estremamente sul serio, di ispirazione divina, ma scritto da autori diversi in epoche diverse.

L’uomo è l’unica creatura che può fare cose meravigliose (edificare palazzi, creare opere d’arte, scoprire nuovi mezzi per curare le malattie, ecc.), ma può anche fare cose terribili. Dobbiamo essere consci del nostro potere e usarlo per rendere il mondo migliore. Dobbiamo capire cosa significa la Torà per noi oggi e ricostruire l’ebraismo progressive in Europa dopo la distruzione a causa della Shoà.

Mi rendo conto che è difficile chiarire esattamente la differenza tra liberal, reform e recontructionist: Rav Fuchs lo definisce come lo spettro dei colori, un continuum di infinite tonalità. Viceversa la differenza rispetto agli ortodossi dal suo punto di vista appare più chiara e non consiste tanto nella prassi (che in molti casi può essere assai simile) quanto nella diversa opinione sull’origine della Torà: per gli ortodossi è stata scritta direttamente da Dio, per i progressive è un documento scritto da uomini in epoche diverse.

Qual è la sua impressione sull’Italia? E sull’ebraismo italiano?

L’Italia è molto bella. A Milano ci è stato fornito un appartamento molto comodo, in centro, con le istruzioni lasciate dai rabbini che ci hanno preceduto e dalle loro mogli. Stare in Italia è un piacere, camminare per le vie di Milano è una gioia.

Quanto al mondo ebraico, ho visto a Milano la stessa cosa che ho visto a Praga, Budapest, Vienna, Berlino: piccole comunità progressive che litigano tra loro. È accaduto per esempio a Budapest, dove ho cercato di fare in modo che i due gruppi facessero attività insieme. Mi hanno risposto che è difficile e ho replicato che a questo mondo molte cose sono difficili e tuttavia si devono fare. Ho detto loro: “Fatelo per me”. Lo stesso accade a Milano con i due gruppi Lev Chadash e Bet Shalom, che appena ora stanno iniziando a organizzare attività in comune. Secondo me più i progressive riescono a unire le forze e lavorare insieme meglio è. Non possiamo permetterci due comunità con piccoli numeri.

Proprio per questo in Italia c’è la tradizione di avere un’unica comunità formalmente ortodossa che comprende tutti.

Ho visto la funzione al bet ha-keneset ortodosso a Kippur: era evidente che l’80 % delle persone presenti non capiva cosa stesse succedendo e cosa si stesse dicendo; per me è una vergogna: così manca il senso di ciò che si fa, l’ebraismo deve essere capito.

Da quando è a Milano ha avuto contatti con l’ebraismo istituzionale, con l’UCEI?

No. Sarei molto felice di poter conoscere qualcuno dell’UCEI, lavorare e studiare insieme. Purtroppo invece non ci riconoscono. Alcuni anni fa in Sudafrica a un rabbino reform è stata negata la possibilità di andare a sefer in occasione del bar mitzvà di suo nipote perché gli è stato detto che non è una persona che rispetta le mitzvot. Per me questo è un hillul HaShem, una profanazione del Nome.

Tutta la storia ebraica è fatta di discussioni, anche aspre. L’ebraismo nel corso della storia è sempre cambiato. Per esempio, la Torà scritta parla sostanzialmente di un ripudio, mentre nel corso dei secoli è stata introdotta a tutela della donna la Ketubà, il contratto matrimoniale, per cui l’uomo non può divorziare dalla donna senza versarle una somma di denaro. E la Mishnà prescrive che possa essere la donna stessa a chiedere il divorzio e in molti casi abbia comunque diritto alla somma di denaro.

Anche nell’ebraismo ortodosso molte cose stanno cambiando, in particolare nell’ambito dell’ebraismo modern orthodox.

È vero, ho un amico rabbino modern orthodox e siamo arrivati a organizzare un Simchat Torà insieme. Ma ci vuole rispetto reciproco: io non penso che il mio ebraismo sia meno forte, meno autentico, meno nulla. Lei, per esempio, oggi indossa un golf viola, io un golf nero, ma è sempre un golf. Così l’ebraismo nelle sue diverse denominazioni è sempre ebraismo.

Parliamo del futuro: pensa che le divisioni all’interno del mondo ebraico potranno essere superate?

Io sono fiero del mio ebraismo ma non penso che tutti debbano diventare progressive. La diversità è un valore, le differenze sono un bene per il mondo. Si possono fare attività insieme, ma non vedo le differenze come un problema. Vedo il futuro degli ebrei molto nero, ma sono convinto che in qualche modo supereremo le sfide di questa generazione come abbiamo fatto per migliaia di anni. Abbiamo un ruolo nella storia: Dio vuole che continuiamo ad esistere. Io lo spero, e la storia è dalla mia parte: l’ebraismo supererà i problemi di oggi e cambierà, come è sempre cambiato nel corso della storia.

Concordo pienamente sull’importanza delle differenze, ma, proprio per questo, non sarebbe meglio se i diversi modi di vivere l’ebraismo potessero convivere all’interno della medesima comunità territoriale?

Certo, anche io penso che un’unica comunità sarebbe molto meglio, ma siamo fatti così: pensiamo alla barzelletta dei due naufraghi ebrei su un’isola deserta che costruiscono tre sinagoghe, quella dove va a pregare il primo, quella dove va a pregare il secondo e quella in cui nessuno dei due si sognerebbe mai di mettere piede. Ci vorrebbe una comunità in cui tutti siano rispettati, ma finché non succede dobbiamo fare i conti con la realtà della natura umana. Le divisioni non sono sempre un male. Per esempio, nel 1991 a Nashville ho tenuto un discorso sui matrimoni misti, in cui dicevo che certamente i partner non ebrei sono accettati e benvenuti, ma i matrimoni ebraici sono preferibili. Alcuni si sono sentiti offesi personalmente, ne sono nate discussioni e la comunità si è divisa. Per me allora è stata una grande sofferenza, mi sentivo responsabile. Oggi, 22 anni dopo, vedo due comunità forti, ciascuna a suo modo, in buoni rapporti tra loro. Tutto sommato quella divisione non è stata un danno, ha permesso a ciascuna delle due componenti della comunità di sviluppare il proprio ebraismo.

Spesso nel mondo ortodosso si afferma che a causa dell’alto numero di matrimoni misti e della forte assimilazione le proporzioni tra ebrei ortodossi e progressive stanno cambiando a favore degli ortodossi. Qual è la sua risposta?

È vero, non lo nego. Negli Stati Uniti siamo maggioritari e abbiamo molto peso (circa 35 membri del Congresso), ma non si può negare che in questo momento nel mondo progressive ci sia un maggiore numero di matrimoni misti, dei quali molti finiscono con i figli non ebrei, e un tasso di natalità inferiore rispetto al mondo ortodosso. Le cose stanno così, ma i numeri possono cambiare: una generazione fa era l’ebraismo ortodosso ad essere debole e in crisi mentre noi eravamo più forti. Oggi siamo ancora numerosi e abbiamo una nuova generazione di rabbini preparati e determinati. Le cose potrebbero cambiare ulteriormente nei prossimi decenni. Comunque sia, io vorrei vedere l’ebraismo crescere ed essere forte in tutte le sue componenti.

Come va l’ebraismo progressive in Israele?

Durante la mia presidenza della WUPJ ho avuto occasione di visitare le nostre comunità in Israele e in un discorso che ho tenuto lì ho affermato che siamo sulla riva del Mar Rosso: bisogna avere il coraggio di entrare [secondo il midrash le acque si sono aperte solo dopo che alcuni ebrei avevano iniziato a entrare nel mare]. In Israele oggi abbiamo 35 comunità, non solo a Haifa o Tel Aviv ma anche piccole città come Modi’in o Rosh Ha’ayin. Abbiamo una lunga strada da fare ma ci stiamo avviando. Rabbì Tarfon diceva: “non sta a te completare l’opera ma non sei libero di sottrartene”.

Intervista a cura di Anna Segre

   

 

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