Ebraismi

 

Intervista a Rav Piha

Un Lubavich tra noi

 

Rav levi Piha

 

Levi Piha è sposato, ha un bimbo di 16 mesi e sua moglie ne aspetta un altro. Il suo bambino si è messo in testa il grande cappello del papà, con cui gira per casa. Levi mi chiede di mettermi la kippàh prima di iniziare l’intervista, non ho problemi.

 

 

Come mai sei a Torino?

A Milano (dove sono nato) e a Roma ci sono tanti ebrei e tanti rabbini. Nella Comunità di Torino, bella ed ospitale, c’è molto da fare nel campo dello studio della Toràh e della Alachàh. Già mio padre Meir nei campeggi estivi aveva conosciuto diversi

Perché hai l’accento straniero?

Sono stato molti anni fuori dall’Italia: fino alle medie ho studiato materie religiose e secolari nelle scuole del Merkoz di Milano, quindi ho proseguito gli studi in Yeshivà: tre anni a Bne Brak in Israele, due anni a Londra, uno a Montreal. A vent’anni mi hanno mandato a Melbourne in Australia per un biennio, per istruire i più giovani in una Yeshivà Chabad. Dai ventidue ai ventitre anni e mezzo sono stato alla Rabanuth di New York, dopo di che mi sono sposato a Vancouver, in Canada, la città di mia moglie. Tornati per sei mesi a New York, e cinque a Vancouver, all’età di venticinque anni sono tornato a Milano con mia moglie, che nel frattempo aveva partorito. A Milano siamo stati un anno, e quindi siamo venuti a Torino.

Mamma mia quanti giri, sempre parlando ebraico?

Ebraico, inglese e yiddish, perché molti discorsi del Rebbe erano in quest’ultima lingua, e ho dovuto impararla.

Come si chiama tua moglie?

Shaina Sara Taoby, è di origine libanese.

Anche tu sei di origine sefardita, non è vero?

Sia da parte di padre sia da parte di madre: mio papà era di Alessandria d’Egitto, dove i suoi avi erano arrivati da Livorno conservando la cittadinanza italiana, dopo essere stati cacciati dalla Spagna alla fine del ’400. Nonostante questo i miei avi paterni parlavano francese. Mia mamma invece veniva da Tripoli, in Libia. Il trisnonno di mia mamma, il grande cabalista Shimon Labi, partito dalla Spagna per raggiungere la Terra d’Israele, dopo aver attraversato lo Stretto di Gibilterra e aver percorso l’Africa settentrionale, arrivato in una sinagoga in Libia un giorno di Shabat si accorge che leggono la Tefilàh dei giorni feriali. Fa notare ai presenti che di Shabat si legge un’altra Tefilàh. La comunità in affanno gli chiede di rimanere per assisterla, e così si ferma in Libia.

Tu ti puoi definire un chassid? E un chabad?

La nostra ambizione è di essere chassidim, cioè pii. Il termine chabad è formato da tre parole: chochmàh, binàh e daat, che sono i tre gradi crescenti di comprensione degli aspetti più nascosti della Torà e della Potenza Divina, anche tramite lo studio, assai complesso, della Cabbalà. La comunità chabad può essere considerata un ramo mistico dei chassidim, nato intorno al 1700.

È da allora che la tua famiglia si può considerare chabad?

No, è stato un avvicinamento graduale che ha avuto luogo negli ultimi 30 anni, sia da parte di mio padre che di mia madre.

I tuoi genitori si sono sposati grazie l’intervento di un sensale?

No, si sono conosciuti nei campeggi e nei Shabathon giovanili di Camaiore.

Che mestiere fai?

La supervisione della casherut dei prodotti alimentari industriali, in giro per l’Italia, o il controllo della casherut in occasione di feste o matrimoni per la Comunità di Milano.

Come hai conosciuto tua moglie?

Sai che nelle Yeshivot si studia in coppia. Il mio compagno di studi a New York mi ha presentato, tra i suoi parenti, la mia futura moglie. Lei ed io siamo usciti sette o otto volte e abbiamo deciso di sposarci. L’amore tra noi non è come tra i laici, che magari si frequentano per anni prima di sposarsi. Per noi religiosi il passaggio improvviso dalla vita in Yeshivàh (dove non si vede una donna che da lontano) alla vita coniugale è molto difficile, e i nostri maestri non dedicano abbastanza tempo ad assistere gli allievi gradualmente prima e durante questo passo che può essere traumatico. E anche le donne avrebbero bisogno di maggiore assistenza durante il passaggio di stato da nubile a coniugata e a madre di famiglia.

Tu ti proponi di aprire una Yeshivàh a Torino?

Non esageriamo. L’intento è di avvicinare gradualmente i giovani alla Toràh, con lo studio in coppia, come si fa in Yeshivàh. Col tempo si vedrà.

Quali sono i tuoi rapporti con i rabbini di Torino?

Ottimi! Rav Somekh e sua moglie fin dal nostro arrivo ci hanno dato un grosso aiuto, siamo spesso a casa loro. Conoscono i miei genitori da molti anni, e anche con loro ci sono ottimi rapporti. Anche con rav De Wolf siamo in ottime relazioni, anche se con Somekh è diverso, per la antica amicizia di famiglia. Ho conosciuto anche rav Birnbaum, ma quando sono venuto ad abitare a Torino lui aveva finito il contratto.

Ti faccio una domanda imbarazzante: non è che tu sei arrivato a Torino con la speranza di diventare rabbino capo?

No. La posizione di rabbino capo in una comunità è molto scomoda, perché bisogna soddisfare tutti e c’è sempre qualcuno insoddisfatto. Preferisco rimanere senza stipendio, ma in una posizione indipendente.

Io frequento poco il Bet Ha-Kenesset, ma sul Dochan non ti ho mai visto…

Spesso sono stato chiamato per l’aliàh (la salita) a Sefer.

Ma non per la conduzione del culto…

Non ho queste ambizioni. Preferisco stare in posizione defilata. Se hanno bisogno di me dandomi degli incarichi, sono pronto a dare il mio aiuto. Non perché tema la conflittualità della Comunità di Torino, che non è minore che in altre comunità. Secondo me i conflitti interni sulla questione del rabbinato sono stati gonfiati in modo artificioso. Certo ognuno ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma se si decide di declassare un rabbino capo, non è il caso di buttarlo fuori facendone un caso internazionale: gli si può dare incarichi di dayyan o di assistenza a chi ha bisogno, secondo le sue inclinazioni personali.

Tra gli ebrei religiosi ci sono tre doveri (mitzvot) fondamentali: pregare, studiare e fare la tzedakàh, cioè la beneficenza.

Ci sono due forme di tzedakàh: quella materiale, che consiste nella donazione, possibilmente anonima, ai poveri (ce ne sono in Israele, come a Torino, a Milano ecc.), e la tzedakàh spirituale, che consiste nell’avvicinare gli ebrei alla Torah e alle mitzvot, se ne sono lontani. Noi cerchiamo di adempiere ad entrambi i doveri.

A proposito della tzedakà spirituale, tra gli ebrei laici a Torino, ma anche in Israele e in altre parti del mondo c’è chi sostiene che i Lubavich sono dei rompiballe, perché fanno un proselitismo quasi persecutorio…

Il Rebbe Schneerson paragona la galut, cioè la diaspora, ad un periodo di sonno, di torpore, distratti come siamo da lavoro, soldi e divertimenti. Per lui l’assimilazione è come un incendio, che minaccia la vita di ogni ebreo. Di fronte al pericolo del fuoco è nostro dovere svegliare chi dorme. Io aggiungo: il pericolo dell’assimilazione non c’è solo nella diaspora, ma anche in Israele, dove si è dimenticata l’origine ebraica di ciascuno. L’avvicinamento all’ebraismo deve avvenire in modo soft, non con violenza, ma con amore, come ci hanno insegnato i nostri maestri.

Ti definisci sionista?

L’ambasciatore Yehuda Avner ha definito il Rebbe di Lubavich un grande sionista, perché amava il popolo ebraico. La terra d’Israele è la terra del popolo ebraico, ma io aggiungo: fare l’aliàh solo per andare in uno stato come tutti gli altri non è il nostro scopo. Il nostro scopo è quello di fare l’aliàh per seguire in Terra d’Israele la Toràh e le mitzvot.

Cosa pensi del movimento Naturei Karta?

Hanno fatto fare una pessima figura agli ebrei religiosi, andando ad omaggiare Ahmadinejad in Iran e parteggiando per il movimento palestinese antisionista e antisemita. Uno delle mizvot è proprio quella di evitare le brutte figure per il popolo ebraico.

Negli ultimi anni, dopo la Shoàh, alcuni del movimento di Lubavich, di cui tu fai parte, tendono a considerare il Rebbe Menachem Mendel Schneerson, morto nel 1994, come un mashiach, cioè un messia. Tu sei d’accordo?

Il Mashiach, come definito dal Rambam, avrà doti di grande comunicatore di valori religiosi. Sicuramente il Rebbe ha avuto queste doti, ma io evito di pronunciarmi sul fatto che fosse o non fosse il Mashiach, argomento che dà luogo a conflitti. È stato un grand’uomo, e per me basta.

Cosa pensi dei movimenti femministi che un po’ per volta (con 150 anni di ritardo) si stanno diffondendo anche in ambiente religioso?

In ambito chabad ci sono donne che danno lezioni, anche tramite i media on line oppure in sinagoga, ma non per un pubblico maschile. Un dovere fondamentale per le donne è lo tzniuth, cioè il pudore. Le donne in ambito ebraico hanno ruoli diversi rispetto agli uomini. Non hanno doveri religiosi di peso paragonabile ai doveri maschili, ma hanno doveri domestici e di allevamento della prole.

Non tutte le donne riescono a sposarsi ed avere dei figli, e questo è un fatto naturale, come lo è mettere su famiglia. È quanto meno discutibile, secondo me, che il ruolo delle donne sia prestabilito senza scampo, in funzione solo riproduttiva. Altrettanto naturale, secondo i recenti orientamenti scientifici, è l’orientamento omosessuale di alcuni, mentre in campo ortodosso l’omosessualità viene ancora avversata come se si trattasse di un peccato volontario. Cosa ne pensi?

Nella Toràh ogni cosa ha uno scopo: per adempiere al comandamento “fruttificate e moltiplicatevi” l’uomo deve sposarsi con una donna, che deve amare. Non basta l’atto sessuale. Il matrimonio implica la kedushà, la santità del rapporto tra uomo e donna, e ad esso è paragonato il rapporto tra Kadosh Baruch-U e popolo ebraico.

Con un omosessuale si può avere un rapporto di amicizia, anzi il nostro dovere è di amarlo come si devono amare tutti, ma i rapporti fisici sono proibiti.

In seno all’ebraismo c’è una varietà infinita di orientamenti: ci sono gli askenaziti, i sefarditi, gli ortodossi, i chassidim, i Lubavich, i reform, i conservative… cosa ne pensi?

Il popolo ebraico è uno: è ebreo chi è figlio di madre ebrea. La differenza tra sefarditi e aschenaziti è dovuta ai climi ed ai costumi diversi dei paesi dove gli ebrei sono stati in esilio: a Djerba, in Tunisia, gli ebrei entrano in sinagoga scalzi. Certo una cosa del genere non accade in Europa del nord, dove il clima è più freddo. I nostri chachamim, i nostri maestri, ci hanno dato nei secoli l’orientamento di interpretazione corretta della Toràh, ma non è che da un momento all’altro si può decidere che non è più necessaria la separazione tra uomini e donne al Bet-ha-Keneseth o che le donne possono salire a Sefer! Comunque gli uomini sono dotati di libero arbitrio, e questo è loro dato perché il loro dovere è quello di salire verso la kedushàh, verso la santità. Sia i religiosi sia i laici hanno questo dovere e questa facoltà. Quello che conta è la quantità di gradini che si riescono a salire.

Intervista a cura di
David Terracini

    

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