Storie di ebrei torinesi

 

Questa volta la nostra rubrica non ha un filo conduttore unitario: Ornella Sierra ed Elena Ottolenghi hanno in comune solo il fatto di essere state molto attive nella nostra comunità e di essere madri e nonne di persone molto attive nella nostra comunità. L’intervista a Elena Ottolenghi, che ci racconta la sua esperienza giovanile nel movimento He-Halutz, da Torino al kibbutz, si lega a quelle sull’Hashomer Hatzair pubblicate nel numero scorso. Quella a Ornella Sierra si può invece idealmente affiancare alle altre due interviste presenti su questo numero - a rabbini - permettendoci di riflettere sul ruolo importantissimo e non sempre adeguatamente riconosciuto di moglie del Rabbino Capo, ruolo che Ornella ha svolto per molti anni nel modo esemplare che molti ebrei torinesi ricordano con affetto.

 

 

Ornella Sierra

 

Ornella Sierra, dopo la morte del marito, Rav Sergio Sierra, ha lasciato la sua casa di Gerusalemme ed è tornata a Torino. La incontro nella sua camera presso la Casa di Riposo a novembre, a un anno dal suo arrivo. Avevamo concordato l’appuntamento, e si è fatta trovare pronta, con fotografie e documenti a portata di mano accanto alla sua poltrona.

Quale è stata la tua vita di moglie di un rabbino? Con te noi torinesi abbiamo incontrato la prima rabbanit che collabora con il rav a disposizione della Comunità (la moglie di rav Disegni era molto riservata e appartata, viveva nel cono d’ombra del marito, quasi non la conoscevamo).

A guidare le mie scelte è stata innanzitutto l’influenza della mia famiglia di origine, una famiglia ebraica impegnata nel politico e nel sociale; mio padre sotto il fascismo è stato arrestato ed ha trascorso due anni in carcere in quanto considerato comunista; mia madre, psicoanalista (che non poté esercitare la professione non avendo conseguito la laurea in medicina, come richiesto per legge), scriveva poesie in occasione di ricorrenze ebraiche e contemporaneamente mozioni per le società operaie. La mia educazione è stata piuttosto rigida, casa, scuola, bet ha-keneset; ho conosciuto il mio futuro marito perché durante gli studi universitari lui frequentava la nostra casa come amico dei miei fratelli; mio padre era geloso di me, e ha consentito che ci fidanzassimo soltanto dopo che durante un’estate Sergio Sierra e io ci siamo visti frequentemente perché ero stata rimandata in greco e lui mi dava ripetizioni per l’esame di riparazione. Io avevo sedici anni; dopo tre anni (intanto lui aveva conseguito la laurea in lettere e la laurea rabbinica) ci siamo sposati.

E siete andati a Bologna.

Dopo la laurea rabbinica avevano proposto a mio marito di fermarsi a Roma, ma lui voleva iniziare lavorando in una piccola Comunità, dove avrebbe potuto creare e coltivare meglio i rapporti personali con gli iscritti e svolgere un’attività rabbinica in ogni settore; così nel 1949 gli è stata assegnato l’incarico a Bologna. La vita, in quegli anni del primo dopo-guerra, non era facile, mancava tutto, anche i locali (la Sinagoga era stata distrutta) e la vita comunitaria era da riorganizzare in ogni campo. Abbiamo cominciato prendendo entrambi contatti personali con gli ebrei bolognesi, e ben presto nella nostra casa è iniziato un via vai continuo, sia di bolognesi sia di persone che transitavano per Bologna; sovente si fermavano a pranzo (invitati da noi, a volte auto-invitati: io disponevo allora soltanto di un fornelletto elettrico, mancavano i tubi del gas, distrutti dai bombardamenti, ma riuscivo ad arrangiarmi anche all’ultimo momento); la mia collaborazione era quindi scontata. Ho dovuto scegliere se proseguire gli studi o seguire l’attività di mio marito: sentivo connaturale e insita la vita rabbinica, così, anche perché nel frattempo erano nate due figlie, ho interrotto al terzo anno gli studi universitari di filosofia. Studiavo ebraismo con mio marito e poi trasmettevo ciò che avevo imparato nei miei contatti con i ragazzi, con le signore dell’Adei.

Siamo rimasti a Bologna fino alla fine del 1959, dieci anni e mezzo, durante i quali l’insegnamento ebraico e sionista di mio marito (e anche i rapporti personali che insieme siamo riusciti a creare: nei giorni precedenti la partenza dovevo lasciare la porta aperta per le continue visite di commiato) hanno dato dei frutti: dodici ragazzi sono andati in Israele, vivono e operano in ogni settore.

Poi nel 1960 siete venuti a Torino.

Stavamo bene a Bologna, ma mio marito è stato contattato da rav Dario Disegni, che cercava un successore nella sua cattedra; così ci siamo trasferiti a Torino.

Qui mio marito, che voleva trasmettere i valori dell’ebraismo a tutti, ha allargato i contatti alle famiglie miste e ai valdesi di cui molti figli frequentavano la scuola di Via Sant’Anselmo. E a Torino ho continuato - e ampliato - la mia attività: studiavo con mio marito, affrontavo e discutevo con lui ogni argomento di interesse ebraico, poi mi alternavo con lui e con Giorgina Arian Levi per andare a parlare di ebraismo e attualità ebraica nelle scuole statali; ricordo di essere stata una volta a Pianezza con un prete, per parlare io della Pasqua ebraica e lui della Pasqua cristiana. Sempre sotto la guida di mio marito ho insegnato ebraismo nelle scuole della Comunità, sottolineandone l’attualità, e mi piaceva lasciare al termine della lezione il tempo per aprire un dialogo rispondendo alle domande dei ragazzi.

Mi occupavo anche dei ragazzi che frequentavano la Scuola Rabbinica e vivevano nei locali del Collegio: andavamo insieme a fare le compere, con la mia FIAT 500 li accompagnavo alle visite mediche, tenevo i contatti con i professori delle scuole pubbliche, raccoglievo le loro richieste, controllavo che si nutrissero (ricordo un ragazzo che non mangiava perché trovava i cibi insipidi per la mancanza di peperoncino: sono andata in Piazza Madama Cristina e gli ho comprato dei peperoncini per uso personale). Ricordo ancora i nomi di tutti i ragazzi, ricordo i contatti con le loro famiglie: per esempio con la mamma di Chaim Magrizos che veniva a trovare il figlio non avevamo una lingua comune, ma siamo riuscite - non so come - a intenderci. Ho seguito due falashà: con uno, che è rabbino capo in Israele, ho avuto un rapporto particolare: doveva operarsi di appendicite e l’idea dell’anestesia lo terrorizzava, era convinto di “perdere l’anima”; lo rassicuravo ma era in terribile ansia. Così la mattina dell’operazione alle 6,30 mi sono trovata all’Ospedale Valdese e gli ho tenuto la mano finché non lo hanno addormentato; quando si è risvegliato mi ha trovato lì con i suoi compagni di collegio. È poi andato a finire gli studi in Israele dove aveva una sorella: da allora mi ha sempre chiamato “Mamma Ornella”.

Il mercoledì era dedicato alla Casa di Riposo, che oggi è diventata la mia casa; quando era stata ventilata l’idea di trasferirla in una villa in collina avevo espresso con forza il mio parere contrario: ero - e sono - convinta che gli anziani non debbano essere isolati, ma debbano continuare a vivere tra la gente, mantenere rapporti con le persone e i luoghi che avevano frequentato, poter partecipare alle iniziative della Comunità. Cosa che oggi io posso fare, e faccio.

Come è stata la tua esperienza di vita in Israele?

Dopo ventisette anni volevamo andare in pensione e andare a vivere a Gerusalemme, a coronamento di una vita dedicata all’ebraismo e al sionismo: sono stati, tra Bologna e Torino, quasi quaranta anni di vita rabbinica che ho trascorso in simbiosi con mio marito per dimostrare l’esistenza di un ebraismo vivo, attuale. Il rapporto con Torino però non si è mai interrotto, anche grazie alle visite che ci facevano i torinesi di passaggio. In Israele ci siamo trovati molto bene; mio marito continuava a dedicarsi agli studi e all’insegnamento, teneva lezioni e conferenze in italiano, attività che oggi è proseguita a Gerusalemme dal “Gruppo di studi Sergio Sierra z.l.” (Ornella mi mostra il programma delle attività del gruppo dello scorso febbraio 2013). A Gerusalemme mio marito ha celebrato dei matrimoni di ebrei italiani.

E la tua famiglia?

Io ho tre figli: Tamar, che è un tesoro, vive in Israele da quarant’anni; ha tre figli e nove nipoti (Ornella mi mostra la fotografia scattata a Gerusalemme della bisnonna con otto nipotini: il nono è nato da pochi mesi); sono ovviamente tutti datim; mio genero, nato in Marocco, non voleva che tornassi in Italia. Ori è una figlia impagabile, come Tamar, e mio genero Raffaele Lampronti è premuroso come Moshè di Gerusalemme; qui i loro figli, Shmuel e Baruch con la loro intelligente, affettuosa presenza, mi alleviano la nostalgia dei meravigliosi nipoti (Myriam, Rachel e Joseph) che ho lasciato a Gerusalemme. Poi c’è Jonathan, che è la luce dei miei occhi; sento molto la nostalgia di lui, della sua famiglia, dei suoi magnifici affettuosi figli, Michael e Gabriel: anche lui vive in Israele dove si è laureato e opera con intelligenza.

E ora sei tornata da noi a Torino, e abbiamo visto con quanta cordialità e affetto sei stata accolta, proprio per quello che hai fatto, grazie anche al tuo carattere aperto e solare. Come ti sei trovata dopo tanti anni?

Nel 2005 mio marito è stato colpito da paresi, e nei tre anni e mezzo della sua malattia ho potuto contare sull’aiuto dei figli e di tanti amici: sono stati tutti magnifici. Mio marito non poteva nutrirsi, ma aveva mantenuto la parola, e il nostro dialogo, durato per i sessanta anni di matrimonio, più i tre e mezzo di fidanzamento, non si è mai interrotto.

Dopo la morte di mio marito ho sentito il peso della solitudine, non volevo gravare sui figli, che hanno i loro impegni e la loro vita: purtroppo non ho autonomia a stare in piedi più di dieci, dodici minuti; dopo ho dolori fortissimi e devo sedermi o sdraiarmi. Ho quindi pensato che la Casa di Riposo di Torino poteva diventare la mia nuova casa. L’accoglienza è stata commovente. Qui ho trovato molto migliorato l’ambiente, e tutti mi vogliono bene. Quando ero a Torino - mea sponte - per ventitre anni sono venuta ogni mercoledì dalle 15 alle 18 a visitare la Casa di Riposo. Allora gli ospiti erano cinquanta. Facevo parte del “Patronato” e ero quindi ricevuta “in pompa magna”, ma io volevo il contatto con gli ospiti, e ad ognuno, secondo il carattere, la cultura, cercavo di dare quello che desiderava. Devo dire - non per fare un esame comparativo negativo per allora perché i dirigenti lavoravano con tanto amore e passione - ma il personale era diverso, diversa la mentalità: parlo di tanti anni fa. Ora ho trovato tutto migliorato: il personale è qualificato, con molta educazione e preparazione, ogni giorno c’è un’attività diversa. È come stare in albergo.

Frequento le attività organizzate per gli ospiti e quelle pubbliche che si svolgono nei locali della Comunità: stare sempre in camera mi intristisce; devo affrontare le difficoltà della vecchiaia. Penso sovente alla mia vita a Gerusalemme, ma anche qui mi trovo in famiglia: il 17 settembre scorso mi hanno festeggiato in occasione del mio compleanno. (Ornella mi mostra la dichiarazione di affetto e di augurio che le hanno consegnato. La trascrivo: “Sorridi e la vita ti sorriderà, ti ricompenserà e ti ringrazierà per aver reso migliore l’esistenza di tutti quelli hanno avuto la fortuna di incontrarti. Gli auguri sono per i tuoi 85 anni, cara Ornella”).

 

Le due ore che Ornella mi ha dedicato sono passate in un attimo; è quasi mezzogiorno e stanno per servire il pranzo. Ornella prima di avviarsi al 5° piano mi dona una copia del volume di studi dedicato a Rav Sierra in occasione del suo settantacinquesimo compleanno. Ci lasciamo con un abbraccio.

Intervista a cura di
Paola De Benedetti

Ornella Sierra con i nipotini

   

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