Storie di ebrei torinesi

 

Questa volta la nostra rubrica non ha un filo conduttore unitario: Ornella Sierra ed Elena Ottolenghi hanno in comune solo il fatto di essere state molto attive nella nostra comunità e di essere madri e nonne di persone molto attive nella nostra comunità. L’intervista a Elena Ottolenghi, che ci racconta la sua esperienza giovanile nel movimento He-Halutz, da Torino al kibbutz, si lega a quelle sull’Hashomer Hatzair pubblicate nel numero scorso. Quella a Ornella Sierra si può invece idealmente affiancare alle altre due interviste presenti su questo numero - a rabbini - permettendoci di riflettere sul ruolo importantissimo e non sempre adeguatamente riconosciuto di moglie del Rabbino Capo, ruolo che Ornella ha svolto per molti anni nel modo esemplare che molti ebrei torinesi ricordano con affetto.

 


 

Elena Ottolenghi

 

Elena Ottolenghi

 

“Che schifo, che schifo, che schifo!” mormoravo da sola nel frutteto del kibbutz Alonim tutte le volte che dovevo schiacciare tra due pietre il verme estratto con un gancetto dal tronco del melo. Io, laureata in agraria, sapevo che invece si sarebbe dovuto mettere un granello di un sale particolare nel buco e il verme moriva lì, ma quella era la tecnica che si usava in kibbutz, forse bio ante litteram. Ogni tanto arrivava ai piedi della scala uno sciacallo che mi guardava fisso coi suoi occhi gialli e io avevo molta paura. “Buh!” gli gridavo. Quello si spostava di un metro e poi ritornava sotto la scala.

Volevamo fare ad Elena un’intervista in occasione del centenario di fondazione del l’Hashomer Hatzair, ma Elena, classe 1929, ci ha detto che lei all’Hashomer aveva aderito solo sentimentalmente perché faceva parte dell’Hechalutz. Le abbiamo chiesto di spiegarci la differenza tra i due movimenti e di raccontarci la sua esperienza. Non ci sono state altre domande, in questa intervista, perchè la narrazione di Elena è una specie di sceneggiatura teatrale, che ci ha lasciati senza parole.

Il movimento Hechalutz era sionista socialista, ma “apartitico”, comprendeva cioè chaverim di varie ideologie, religiosi o no, e aveva come unico riferimento l’Histadrut, cioè il sindacato lavoratori che a quei tempi si può dire fosse la forza propulsiva dell’intero paese. L’Hashomer Hatzair si collocava tra i movimenti di sinistra nell’interno di Hechalutz.

Per raccontare la mia esperienza occorre fare un passo indietro, ai tempi immediatamente successivi alla Liberazione. Uscivo dalla clandestinità, non avevamo casa, avevo perso due anni di scuola, aspettavo piena di speranza chi non sarebbe più tornato dalla deportazione. Non ricordo perché, un giorno dell’estate 1945 mi sono trovata con mia mamma in un salone dalle parti di corso Vittorio. Vi era una grande animazione di giovani, sia ebrei torinesi riemersi dalla guerra sia di soldati della Brigata Palestinese che io incontravo per la prima volta: una vera emozione vedere soldati (mi sono parsi tutti belli e giovani e poi ebrei!) con il Maghen David sulla divisa! Lì la mamma ha bevuto il suo primo caffè vero del dopoguerra e non ha dormito per una settimana.... Nel disprezzo più totale delle regole militari, questi soldati il sabato e la domenica portavano noi ragazzi coi camion britannici ai laghi di Avigliana o sul lago d’Orta e ci parlavano di cose per noi nuove e interessanti. Un giorno, in gita, mi incaricano di tagliare le grosse forme di pane bianco (rarità nel dopoguerra) per tutti, mi vengono le bolle alle mani ma non ho il coraggio di dirlo. Questo è stato il mio primo approccio al movimento Hechalutz. Qui sono nati i primi amori e alcuni di noi hanno fatto l’alià. Per me il migliore dei soldati, come intelligenza, abilità e comunicativa era Izhak Weitzentreger purtroppo era ammalato ai reni. Noi andavamo sotto la finestra dell’ospedale militare dove era ricoverato e gli cantavamo canzoni ebraico-arabe (allora ce n’erano). Un giorno un ufficiale americano ebreo viene a visitare l’ospedale militare, vede sul pigiama di Izhak il Maghen David della Brigata Palestinse, gli domanda se ha bisogno di qualcosa e lui chiede di poter ricevere dei civili. Il pass era per una sola persona. Lui scrive Elena. Così potevamo entrare sia io che Elena Passigli. Quando entravo io, unica donna in una immensa camerata di ragazzi bellissimi, lui mi dava lezione di ebraico. Distribuivano la merenda con fette di panettone che davano anche a me e mi pareva un sogno! Poi Izhak è rientrato in Israele, dove dopo pochi anni è morto. Aveva moglie e una figlia.

Ma il vero madrich per noi è stato un altro della Brigata: Avraham Psishuska. Lui ha formato il primo gruppo Hechalutz di Torino e per noi è stato un grande educatore. Ci parlava delle terre salate del deserto, ci insegnava i principi della vita collettiva, cantava canzoni appassionate sul Kinneret e sui beduini. Dopo aver sposato una ragazza del nostro gruppo, rientra in Palestina e noi proseguiamo l’attività con campeggi, conferenze, dibattiti. Nel nostro gruppo c’erano Ada Luzzati (che poi avrebbe sposato Silvio Ortona), Delia Luzzati e suo fratello Massimo, Sergio Jona, Sergio-Ghershon e Gadi Valabrega, Giuseppe Tedesco, Laura e Eloisa Ravenna, Aldo e Roberto Zargani. Quando bisognava lucidare i pavimenti della nostra sede in via Morosini, Roberto si sedeva per terra e Aldo lo tirava e così facevano la “galera” col sedere. Aldo ha raccontato dei campeggi, delle gite e delle avventure nel libro Certe promesse d’amore.

Compare un giorno alla porta della nostra sede un giovane bellissimo che si offre come madrich. Noi entusiasti. Silica fa parte di un gruppo di studenti rumeni, molto preparati culturalmente e ideologicamente, che vivono ad Avigliana in attesa di compiere l’alià (alià bet, cioè clandestina perché la Palestina è ancora sotto mandato inglese). Silica e i suoi compagni sono dell’Hashomer Hatzair e attraverso di loro noi abbiamo conosciuto questo movimento... e ne siamo stati così entusiasti che siamo stati soprannominati “i silicati”. Con loro svolgiamo attività varie: ricordo una gita sul Musinè sotto un sole implacabile per imparare a montare le tende in pochi minuti... ed ero sfinita! Pochi mesi più tardi il gruppo di Silica compie l’alià proprio appena proclamato lo Stato di Israele e appena scoppiata la guerra del 1948: Silica muore nella battaglia per Gerusalemme lasciando una figlia non ancora nata.

Non è vero, a ben vedere, che non ho partecipato alla vita dell’Hashomer Hatzair: nel 1948 - anno della mia maturità - arriva a casa mia il giovane Sergio-Ytzchak Minerbi (poi diventato ambasciatore d’Israele) e mi propone di andare a Montmorency vicino a Parigi per un seminario dell’Hashomer. Io gli dico che sicuramente i miei non mi avrebbero lasciata e lui se ne riparte per Roma. Racconto alla mamma, che in cucina stava pelando la verdura, la proposta di Sergio e lei mi dice “Perchè no?” (Probabilmente cercava di allontanarmi da due amici... troppo cari tra i quali io oscillavo). Mi precipito giù per le scale per inseguire Sergio, ma non lo trovo più. Lo raggiungo in seguito per telefono, e così parto per Parigi.

A Montmorency il seminario, forse addirittura per tutto luglio, è stata un’esperienza entusiasmante, anche se durissima. Corsi di ebraico, di storia del movimento operaio mondiale e in Palestina, marxismo e allenamenti di autodifesa, judo compreso. Nella silente calura estiva correvamo in fila con gli scarponi chiodati attraverso villaggi asserragliati dietro le persiane sbarrate. Forse i paesani hanno pensato fosse tornata la guerra. Il nostro madrich urlava ordini come un ossesso. Percorrere correndo in equilibrio il parapetto di un viadotto era uno degli esercizi. Una ragazza per poco non perde l’equilibrio. Lui attentissimo l’afferra e la salva. Allontana con uno spintone un ragazzo che mi tiene per mano per darmi forza durante una corsa. Si era creata tra noi una bella atmosfera di amicizia: durante il mio turno di pulizia gabinetti luridi, un altro ragazzo di Strasburgo, avendomi vista pallida e nauseata, mi sostituisce nel lavoro....

Dopo la laurea, ho sposato Emilio e, secondo il nostro progetto, avremmo dovuto fare l’alià. Invece io non mi sono sentita di lasciare i miei genitori e abbiamo deciso di fare solo un’esperienza temporanea. Siamo quindi andati nel kibbutz di Alonim dove vivevano dei parenti di Emilio. Lui lavorava come elettricista in cima ai pali della luce e, anche se soffriva di vertigini, era soddisfatto e ha poi rimpianto quel lavoro, una volta tornati in Italia: diceva “Preferivo piantare un chiodo in Israele che fare un grosso impianto di illuminazione pubblica qui”. Io invece, dopo un mese di lavoro nel frutteto, sono rimasta incinta e allora mi hanno messa a stirare, seduta, in lavanderia. Lì le compagne, tutte più vecchie di me, spettegolavano in jddisch. Io capivo poco, ma abbastanza per venire a conoscenza di chi quella notte era stato in camera di quella o quell’altra... Nella doccia comune delle donne non osavo guardare le compagne con le gambe e le pance gonfie, molte col numero tatuato sul braccio.

È certo stato un errore non fare prima dell’alià un periodo di preparazione in haksharà e partire da soli invece che con il movimento Hechalutz e di questo ci è stato fatto rimprovero dai nostri chaverim, quasi li avessimo traditi.

Rientrati in Italia, la vita di lavoro e di famiglia ci ha assorbiti. Certo Emilio è stato quello che ha sofferto di più per aver lasciato Israele, ma non mi ha mai rinfacciato la decisione presa. La nostra attività in campo ebraico si è poi svolta in seno alla Comunità di Torino dove Emilio è stato consigliere e io addirittura presidente delle Opere Pie, con enormi responsabilità amministrative per la Casa di Riposo, la scuola, il personale. Ero impreparata ma ho cercato di adeguarmi. Eravamo attivi anche nelle riunioni per la pace in Medio Oriente e siamo stati, con nostra figlia, i creatori del gruppo per la sicurezza delle attività comunitarie negli anni del terrorismo.

Che cosa posso ancora raccontare di me? Soltanto che Emilio se ne è andato troppo presto (22 anni fa!) e che oggi io mi sento circondata dall’affetto della mia famiglia e dei tanti veri amici... tra cui voi che mi leggete!

Intervista a cura di
David Terracini

 

   

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