Israele

 

Non finirà finché non ci parliamo

di Alessandro Treves

 

Shulamit Treves, quindicenne triestina trasferitasi a Tel Aviv coi genitori Alessandro Treves e Giordana Tagliacozzo, quest’estate ha avuto l’opportunità di partecipare al campo estivo per i ragazzi del Forum delle famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso un loro caro nel conflitto.

 

L’interno del teatro arabo-ebraico di Jaffa ha un aspetto vagamente cavernoso, con le pareti pitturate di nero e le assi un po’ sconnesse dei gradoni, sui quali sono sistemate le seggiole per il pubblico. Pubblico che, quando arriviamo Giordana ed io, proprio non c’è, ma poi cominciano a venire, alla spicciolata, 2, 3, 7 alla fine saranno una ventina, israeliani in maglietta e ciabatte, come te li aspetti in un teatro off-off, solo più seri, gentili ma seri. Un uomo dalla camicia a quadri sembra essere un arabo, ma mi chiedo se io non stia applicando uno dei pregiudizi da cui mi credo immune. Si aspetta. Alcuni parlottano a gruppetti, altri al telefonino. Sentiamo dire “gli uomini non hanno avuto il permesso” e poi “hanno lasciato l’Ayalon e sono entrati a Tel Aviv”. Dopo una mezz’ora arrivano. Quasi tutte con la testa coperta dall’hijab, sono le madri dei ragazzi palestinesi del campo estivo. Con loro alcuni dei fratelli e sorelle più piccoli. I padri non hanno avuto il permesso di entrare in Israele dai Territori. Ci sono in realtà due uomini. Verremo a capire dopo che sono palestinesi di Gerusalemme Est, che non hanno bisogno di chiedere il permesso, in quanto residenti della Capitale. Unificata.

I nuovi arrivati si siedono, chi nel teatro chi nel sedicente foyer, e ricomincia l’attesa. Adesso non è chiaro per cosa, visto che è prevista un’attività, prima dell’arrivo dei ragazzi dal campo. Faccio due timidi tentativi di cominciare una conversazione. Un ragazzino sorride, mi stringe la mano e tace. Una donna molto vestita si volta dall’altra parte. Finalmente, come ad un segnale convenuto, ma senza fretta, tutti entrano nel teatro. Sul palcoscenico, l’uomo con la camicia a quadri, Ahmed, e un israeliano, Yuval.

Yuval comincia a presentarsi, per spiegare perché si trova sul palcoscenico. Parla in ebraico, e dopo di lui Ahmed traduce in arabo. Yuval viene da un moshav del nord, da una famiglia di pionieri. Da parte di madre sono la settima generazione in Israele. Due suoi zii sono caduti nella guerra del 1948. Paradigma di sabra, combattenti e legati alla terra. Negli anni dopo gli accordi di Oslo, il fatto. Un suo fratello, alla fine di un periodo di miluim (nella riserva dell’esercito) ha fatto l’autostop ed ha preso un passaggio da quattro ebrei religiosi. Erano in realtà uomini di Hamas, da Gaza, che l’hanno ucciso. Yuval non commenta, non cerca di argomentare se sia stata proprio quella morte non sul campo di battaglia ma in una trappola odiosa a far scattare un bisogno di capire, che forse fino ad allora non aveva trovato espressione. Sia come sia, alla fine degli anni novanta entra in contatto col Forum delle Famiglie, allora in via di aggregazione. Con lo scoppio della seconda intifada gli incontri del Forum vengono sospesi, poi riprendono, ma non più con le famiglie palestinesi di Gaza, bensì con quelle della Riva Occidentale.

Quando è la volta di Ahmed di raccontare, Yuval non è in grado di tradurlo, ma è Ahmed stesso, che parla un ebraico perfetto, a raccontarsi due volte, in ebraico e in arabo, per i presenti che condividono sì i gradoni del teatro arabo-ebraico ma non hanno - quasi nessuno - una lingua in comune. Ahmed ha circa quarant’anni, è nato dopo la Guerra dei Sei Giorni, ed è cresciuto in un campo profughi. Il suo “fatto” succede quando ha dieci anni, ad uno zio prigioniero in un carcere israeliano, che con molti altri detenuti ha intrapreso uno sciopero della fame. Vengono sottoposti ad alimentazione forzata. Qualcosa va storto, un’intubazione viene forzata dove non deve, allo zio entra del liquido nei polmoni e muore. Per Ahmed gli anni successivi sono morsi dal desiderio di vendicare lo zio. Comincia a entrare in prigione a dodici anni, esce e rientra più volte. Per lui “Israele”, racconta, è un’unica gigantesca base militare dalla quale partono le jeep dei soldati per le operazioni nei Territori. Ma in prigione, ragazzino, vuole capire cosa dicono i carcerieri, e decide di imparare l’ebraico. Il tempo non gli manca, può avere dei libri, e a poco a poco oltre ad imparare benissimo la lingua scopre tutto quello che è Israele, dietro la base militare. La sua storia, la sua cultura, la sua società complessa.

La possibilità di studiare in prigione incuriosisce qualcuno degli israeliani, e quando Ahmed cita il nome del vecchio testo di ebraico elementare che è stato la chiave di volta della sua adolescenza, viene fuori che l’autore era il nonno di Yuval.

La fase di prima familiarizzazione si è conclusa, e nel foyer ci sono contenitori con cibo disposti alla meglio sul bancone, e piatti di plastica. Nell’attesa che arrivi il pullman con i ragazzi, si va a mangiare. Non mi è chiaro quali delle famiglie abbiano portato cosa: il cibo sembra essere patrimonio condiviso, molto più della lingua e dell’abbigliamento. Esco fuori. Finalmente arriva il pullman, che deve fermarsi parecchio più su. Nel frattempo sono usciti quasi tutti, nello spiazzo davanti al teatro. Nella luce infuocata di agosto i ragazzi scendono in piccoli gruppetti verso il teatro, scrutati dalle rispettive famiglie, venute fuori ad accoglierli. Ciascuno si ferma con la propria. Si percepisce, in contrasto con altri momenti della loro vita di quindicenni, un forte bisogno di stare ognuno con la propria famiglia.

Lascio la parola a Shulamit, che è tornata dal campo estivo.

Il loro sito web è http://theparentscircle.com/

Alessandro Treves

   

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