Israele

 

Turismo d’occupazione

Tra West-Bank e Israele, il divisorio:
arte, politica di resistenza e dimenticanze nei trattati di pace

 di Livia Tagliacozzo

 

Livia Tagliacozzo, ebrea romana e studentessa di Studi Medio-Orientali e Filosofia all’Università di Tel-Aviv, recentemente è stata a Nablus, Betlemme, Hebron, nel campo rifugiati di Aida e in altre parti della West Bank. L’articolo nasce da questa esperienza.

 

La chiave è il vero simbolo dei palestinesi

Perdono la casa ma tengono la chiave. All’entrata del campo rifugiati di Aida un’enorme chiave cattura l’attenzione. Di queste chiavi se ne trovano molte sui muri. Perdono o lasciano la casa ma tengono la chiave i palestinesi. La chiave, simbolo di ritorno prossimo, simbolo di speranza di ritrovare un giorno i propri muri di casa.

Il muro

Lo si può chiamare come si vuole, ma ogni nome ha il suo significato e rappresenta un particolare punto di vista: muro di divisione, barriera di sicurezza, barriera di separazione, muro Apartheid, barriera anti-terrorismo e via dicendo. La costruzione del muro, in realtà al 90% recinto, è iniziata dopo la Seconda Intifada, con lo scopo di monitorare l’entrata di palestinesi nei territori israeliani. Ed in effetti tre anni prima della costruzione del muro, kamikaze palestinesi hanno ucciso 293 cittadini israeliani, e nei tre anni successivi alla costruzione il numero è sceso a 64.

Niente di nuovo per quanto riguarda il muro divisorio: esiste già tra USA e Messico, Spagna e Marocco, India e Pakistan, Arabia Saudita e Yemen, e chi più ne ha più ne metta. Sì, decisamente oggi la direzione del muro sottintende una annessione de facto di circa il 9% di territorio palestinese, dato che il muro viene costruito in modo da inglobare dal lato israeliano vari insediamenti illegali; eppure, a differenza degli altri muri divisori, questo non delinea un confine. E, a differenza degli altri muri divisori nel mondo, è anche il più discusso.

Il muro chiama l’arte

Dall’inizio della costruzione del muro a oggi una serie innumerevole di graffiti ha coperto le pareti di cemento del muro divisorio. Grandi street-artists internazionali sono stati invitati appositamente per lasciare un’impronta ‘internazionale’ sul muro, un messaggio di pace o di speranza. Oggi con internet esiste anche la possibilità di inviare un messaggio e una minima quantità di soldi in modo da vederlo apparire.

L’occupazione chiama il turismo

Chi in pellegrinaggio a Betlemme non si ferma a osservare l’inquietante muro? E chi sfugge alla tentazione di farsi una bella foto ricordo accanto ad uno stencil di Banksy? Passeggiando tra il muro inquietante e la strada il mio sguardo era combattuto. Alla mia destra una trattoria italiana, un ristorante cinese, un negozio di souvenir, alla mia sinistra un muro alto 8 metri colmo di messaggi e bei graffiti. Poi il culmine del materialismo moderno: un proiettore puntato al muro pubblicizza hamburger.

Banksy ha chiamato il muro di Betlemme “la vacanza per eccellenza, la destinazione ultima per graffitari”. A Banksy un palestinese ha detto che un suo dipinto faceva sembrare il muro bellissimo, e quando Banksy lo ha ringraziato il palestinese ha risposto “Noi non vogliamo che il muro sia bello. Noi odiamo questo muro. Vattene a casa.”

E dunque l’arte, che dovrebbe essere un mezzo di comunicazione, un segno di solidarietà è diventata forse un simbolo di abbellimento dell’occupazione? Ed è corretto rendere il muro un luogo di turismo culturale solo a livello di arte?

La chiave è il vero simbolo dei palestinesi.

La chiave, simbolo di ritorno prossimo, simbolo di speranza di ritrovare un giorno i propri muri di casa. Quando si parla di pace spesso si parla dei muri colmi di chiavi. Ma mai si parla dei milioni di chiavi degli ebrei cacciati dall’Egitto, dalla Siria, dal Marocco, Giordania, dall’Afghanistan (dove oggi risiede un solo ebreo), dalla Libia, dall’Iraq o dall’Iran. Le loro chiavi sono ormai arrugginite, e le loro case ormai da dimenticare.

 

Livia Tagliacozzo

   

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