Germania

 

Un paese normale

 di Brunello Mantelli

 

Per proseguire il dibattito sulla Germania di oggi aperto dall’articolo di Arne Kellermann pubblicato sul numero scorso di Ha Keillah abbiamo chiesto un’opinione allo storico Brunello Mantelli (Università di Torino e Università della Calabria).

 

La Germania è un paese normale. Dove c’è una destra e una sinistra, un ceto possidente ed una classe operaia. Si parta da qui.

Per chi, come me, conosca bene la Germania di oggi ed abbia suo tempo a lungo soggiornato nella “vecchia” Repubblica federale e nella ormai da tempo defunta DDR, imparando nel tempo a conoscere ed a fare amicizia con tedeschi e tedesche di diverse età, origine, professione e storia, l’intervento di Arne Kellermann non può non suscitare una reazione composita, che mette assieme un sorriso (di simpatia per la capacità, tipicamente germanica, di essere impietosi con se stessi), ed uno scrollar di spalle (di dubbio radicale sulle tesi che nel pezzo vengono sostenute). Mi spiego: nella cultura e nella tradizione tedesca il luteranesimo ha scavato a fondo, ed in particolare si sono profondamente radicate nell’animus germanico le sue tesi cruciali: l’essere umano è irrimediabilmente connotato dal peccato originale (il “legno storto” di Immanuel Kant), e solo la fede può salvare (“sola fides”), ma la salvezza è una decisione imperscrutabile dell’Eterno, di cui si può unicamente avere speranza, non certezza. Non viene lasciato spazio alcuno a rituali assolutori quale la confessione dei cattolici. Il dubbio, l’angoscia, diventano perciò dato esistenziale. Questa visione ha inciso ed incide anche in chi luterano non sia, ma sia cattolico, riformato non augustano (calvinista, ma non solo), od anche tranquillamente ateo, ma sia pur tuttavia nato in terra germanica.

Senza questa considerazione preliminare non si potrebbero capire (noi italiani non potremmo assolutamente capire, meno che mai di questi tempi) né l’asprezza del giudizio del Kellermann, né l’approccio di natura etico-generalizzante intrinseco alle sue tesi, approccio che può certamente suscitare simpatie per la sua radicalità che ricorda quella di alcuni scritti degli evocati Karl Marx, Max Horkheimer e Theodor Wiesegrund Adorno, ma che non regge in alcun modo ad una disamina appena appena ravvicinata. Prima di tutto: esistono i “tedeschi”? Esiste una categoria tanto cogente ed onnicomprensiva da poter ricomprendere in sé Angela Merkel, cancelliera federale e capo della CDU; Oskar Lafontaine, dirigente della Linke; Detlef Wetzel, presidente del sindacato metalmeccanico IG Metall; Ulrich Grillo (si chiama così, non è una facezia), presidente della Confindustria germanica (BDI) e cosi via fino a racchiudere sotto una cappa d’acciaio gli oltre 83 milioni di cittadini della BRD, compreso quel 19% di loro che è di diversa origine (turca, italiana, serba, greca, croata, polacca e così via), i più che 200.000 ebrei ecc. ecc.? E poi, ha senso mettere insieme fenomeni tanto diversi quali il movimento del Sessantotto (che, con i suoi chiaroscuri rappresentò comunque un momento di presa di coscienza collettiva verso il passato tedesco, preceduto come fu dai grandi processi di Ulm e Francoforte contro le guardie SS di sterminio), la successiva campagna contro gli euromissili, l’assorbimento della DDR nella più grande Berliner Republik (come dimenticare le manifestazioni di massa della popolazione tedesco-orientale, da Lipsia a Dresda a Berlino ed il rapido trasformarsi degli slogan, dal democratico “Wir sind das Volk” [noi siamo IL popolo] all’unitario “Wir sind ein Volk” [noi siamo UN popolo]”? Non fu la machiavellica volontà di quell’Helmut Kohl che solo pochi mesi prima del collasso di Berlino Est aveva dichiarato che l’unificazione tedesca avrebbe richiesto non meno di vent’anni, salvo poi ritrovarsela a portata di mano come una pera matura, a dare il colpo di grazia al regime della SED, quanto l’incapacità di quel regime stesso a garantire ai suoi cittadini e beni di consumo che andassero oltre la sopravvivenza materiale, e agibilità politica (birra di cattiva qualità - in Germania! - e giornali illeggibili perché infarciti di propaganda, lo posso testimoniare di persona), e la costruzione di una zoppicante Unione Europea dotata di una moneta e di una banca centrale comune?

Si dovrebbe però essere consci che la creazione dell’euro fu una precisa richiesta francese, avanzata da François Mitterand, allora all’Eliseo, come contropartita per l’unificazione tedesca. Parigi aveva al tempo pensato la moneta comune quale camicia di Nesso per una più grande Bundesrepublik, la cui élite dirigente aveva invece nei confronto del futuribile euro non poche perplessità e remore. Altro che strumento del “nazionalismo tedesco” che “agi[rebbe] da anni […] per mezzo della catastrofica costruzione dell’euro”… Tralasciamo quanto queste considerazioni del giovane Kellermann vadano sciaguratamente a collimare con tesi ben note (e ben più preoccupanti!) enunciate dai vari Berlusconi, Marine Le Pen, Grillo (Beppe, non Ulrich!), e limitiamoci invece a considerare come l’attuale politica tedesca, certamente discutibile e criticabile, sia riconducibile non ad un astratto “genius populi”, ma ad una precisa costellazione sociale e politica, in cui ci sono stati e ci sono gruppi sociali che conquistano potere e denaro e altri che invece perdono dell’uno e dell’altro.

Partiti e coalizioni

Caratteristica della Germania è la presenza di un tessuto industriale e produttivo di prim’ordine, il cui ruolo centrale non è stato inficiato seriamente dalla finanziarizzazione del capitalismo intervenuta sul piano mondiale negli ultimi quarant’anni (dalla Nixonomics del 1971, con lo sganciamento del dollaro dall’oro e la fine di Bretton Woods), e che ha permesso al paese di assorbire le regioni orientali ex DDR in brevissimo tempo grazie alla combinazione di una bilancia commerciale in attivo (cagionata dal prevalere dell’export sull’import, il cosiddetto “mercantilismo” tedesco di cui blaterano le gazzette) con una relativa compressione salariale (sia pur in presenza di salari mediamente più alti di quelli italiani), resa sopportabile dall’alto livello di prestazioni sociali. Ad un simile quadro economico è corrisposta un’evoluzione del sistema politico che ha visto il progressivo assestarsi di un sistema a cinque partiti (e mezzo, si potrebbe dire): l’alleanza democristiana (Union, composta da Christliche Demokratische Union, CDU, presente in tutti i Länder tranne la Baviera, e Christiche Soziale Union, CSU, partito bavarese che è ben lungi dall’essere la “costola bavarese” della CDU, come ce la vendono i presunti corrispondenti dei nostri giornali), la socialdemocratica SPD, la liberale FDP, i Verdi (Grünen) ed il partito socialista “Die Linke” (che non è affatto l’erede “postcomunista” della SED orientale, come ci raccontano i gazzettieri sopracitati). Abbiamo quindi due partiti di sinistra, un partito - con due teste - di centro, ed infine due partiti liberali, Verdi ed FDP, molto simili per base sociale (si calcola che l’elettore medio dei Grünen abbia un reddito medio di 3.000 euro al mese) ma assai differenti per prospettive ideali: liberali di sinistra i Verdi, liberalconservatore l’FDP. È quindi tornata a riproporsi, dagli anni Ottanta, con l’installarsi stabile dei Verdi nel sistema politico e con la parallela sterzata a destra della FDP, che si profilò come partito di raccolta dei possidenti e dei benestanti, la dicotomia tra sinistra liberale e nazionaliberali che trasse origine dalla spaccatura della prussiana Fortschrittspartei (partito progressista) tra il 1866 ed il 1867, cagionata dall’iniziativa politica prorompente di Otto von Bismarck, e si protrasse senza interruzione fino al 1933. Negli anni appena trascorsi fu proprio la FDP di Guido Westerwelle (erede politico di Hans-Dietrich Genscher, l’artefice della conversione del partito in “rappresentanza politica del ceto possidente”) la forza che si fece alfiere di un “interesse nazionale” venato di egoismo e di risentimenti verso le “cicale del Sud-Europa”, ma anche di un liberismo che metteva oggettivamente in discussione lo Stato sociale, punto forte del “Modell Deutschland”, attraverso una politica di riduzione delle tasse (equivalente nei fatti ad uno sgravio fiscale per i ceti possidenti) che giungeva fino al vagheggiamento di una Flat-Tax (una tassa fissa in percentuale sul reddito, cioè qualcosa di analogo al marchingegno proposto alcuni eoni fa dalla coppia comica Berlusconi - Tremonti che comportava due sole aliquote, rispettivamente del 23 e del 33%) ed alla proposta di privatizzare le assicurazioni sociali, che in Germania si basano su di un complesso sistema lavorista e corporatista supportato dallo Stato.

Proprio la questione fiscale e la messa in discussione del Sozialstaat furono alla base delle complesse trattative che avrebbero portato, nel 2009, alla formazione dei governi gialloneri (rispettivamente, cioè, Union + FDP e CSU + FDP. In Germania il nero è il colore dei partiti cristiani, dalle tonache dei preti cattolici e dei tradizionali vestiti scuri dei pastori evangelici, mentre il giallo è la tinta dei liberali) nel Bund ed in Baviera. Una volta presentato, cinque anni fa, il programma dell’allora coalizione Merkel - Westerwelle fu pesantemente criticato, proprio sulla questione dei tagli alle tasse che prevedeva, dall’importante quotidiano conservatore “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, simpatetico con la maggioranza “borghese” (nella Bundesrepublik non esistono “centrodestra” e “centrosinistra”, ma “destra” e “sinistra”, forze politiche “borghesi” e forze politiche “operaie”. Ovviamente nessuno si scandalizza. Anzi!) ma non disposto ad avvallare ciò che giudicava un inganno per i cittadini, cioè una promessa che riteneva ad un tempo inattuabile praticamente ed indesiderabile socialmente. La “FAZ” avrebbe avuto ragione: le riduzioni fiscali non sarebbero mai state messe in pratica.

Ancora più problematica si sarebbe mostrata la convivenza in Baviera, là dove il partito di maggioranza relativa, la CSU (formazione che si vuole cristiana ma per nulla riconducibile al solo cattolicesimo, posto che nel Land meridionale i cattolici sono sì maggioranza, ma con la risicatissima percentuale del 53,7%, seguiti dagli evangelici con il 20%, da agnostici ed atei: 19,2%, dai musulmani, pari al 2%, e dagli ebrei, oltre 120.000 organizzati in tredici comunità urbane), unisce in una complessa miscela uno spiccato attaccamento ai simboli della tradizione, quali il crocifisso nelle aule scolastiche, con la sottolineatura costante della “S” (= Sozial) che compare nel proprio acronimo. A Monaco e dintorni l’alleanza cristianosociale-liberale si sarebbe tradotta in un continuo batti e ribatti polemico tra i partner. Da questo punto di vista il risultato più significativo delle elezioni federali del 22 settembre scorso è stato il crollo della FDP, cioè della forza politica che più si era fatta interprete dell’“egoismo dei possidenti” sia nei confronti dei tedeschi più poveri, sia delle “cicale” del Sud Europa, scesa dal 14,6% del 2009 al 4,8% dei suffragi e perciò esclusa dalla ripartizione dei seggi al Bundestag non avendo né superato la soglia del 5% su scala nazionale, né ottenuto l’elezione di deputati nei collegi uninominali (ne servono almeno tre per partecipare alla ripartizione dei resti se non si supera lo sbarramento nazionale). Una catastrofe per i liberali, rimasti fuori per la prima volta dal 1949 dalla camera elettiva! Nel Bund la debâcle del “partito dei benestanti” avrebbe aperto la strada a coalizioni diverse, sia pur guidate dall’Union, confermatasi forza di maggioranza con il 41,5% dei voti, tanto un’alleanza “neroverde” tra Union e Grünen (numericamente possibile e politicamente non impensabile), quanto un’intesa “rossonera” tra Union ed SPD (la strada che poi è stata intrapresa) avrebbero comunque portato (e stanno attualmente portando) ad una diversa politica; l’accordo che si va profilando per il salario minimo da introdurre per via legislativa porta verso una ripresa della domanda interna tedesca, e perciò verso una riduzione dell’attivo della sua bilancia commerciale, esattamente quello che i membri sudeuropei dell’Unione da tempo chiedevano; in Baviera il successo della CSU, risalita oltre il 50% nella tornata regionale di poco precedente, le avrebbe permesso di sbarazzarsi dello scomodo alleato liberale, ricacciato all’opposizione assieme al suo liberismo proprietario nonostante il suo 20% di consensi.

Il fallimento del partito neopopulista, antieuropeo ed antieuro Aktion für Deutschland, schiantatosi a livello federale contro lo sbarramento del 5% con appena il 4,7% dei consensi, è un’ulteriore conferma della poca presa del richiamo all’egoismo proprietario sull’elettorato tedesco. Avessero pure da noi i populisti di ogni risma percentuali del genere! Da annoverare tra i segni positivi, inoltre, l’apertura da parte dei vertici della SPD verso la Linke, riconosciuta quale partito “koalitionsfähig” (con cui ci si può alleare) non solo sul piano regionale ma anche, almeno in prospettiva, a livello federale. Certamente motivata anche da considerazioni realpolitisch (allo stato solo un’opzione “rossorossoverde”, cioè una coalizione SPD-Linke-Grünen avrebbe la possibilità di mandare l’Union all’opposizione) l’opzione costituisce una vera e propria svolta nella politica socialdemocratica, finora segnata da una conventio ad excludendum verso la Linke, in cui pure sono confluiti, oltre alle componenti socialiste critiche d’origine DDR, settori non trascurabili della sinistra socialdemocratica occidentale e numerosi quadri sindacali, in particolare dell’IG Metall.

Coalizione rossonera?

Avevo già concluso queste righe quando si è appreso della conclusione positiva del dialogo tra i vertici dell’Union e della SPD, finalizzate alla costruzione di una terza “große Koalition” (grande coalizione) rossonera, dopo quelle del 1966-1969 (cancelliere il democristiano Kurt Georg Kiesinger, ministro degli esteri il socialdemocratico Willy Brandt, ministro delle finanze il cristianosociale Franz Josef Strauß) e del 2005-2009 (cancelliere Angela Merkel, ministro degli esteri il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier); sebbene parecchio l’Union abbia concesso alla SPD sul piano della politica economica interna (salario minimo di 8,50 euro fissato per legge; limiti severi ai contratti di lavoro a tempo determinato; possibilità di andare in pensione a 63 anni avendo 45 anni di contributi; integrazione a favore dei pensionati a basso reddito; sostanziale blocco degli affitti nelle zone ad alta densità abitativa, maggiori finanziamenti agli enti locali per investimenti nell’istruzione, dagli asili nido alle università; ecc., misure tutte che contribuiranno al rilancio della domanda interna e conseguentemente dell’import) e dei diritti civili (allargamento della possibilità di ottenere la doppia cittadinanza per i figli di stranieri nati nella Bundesrepublik), pur mantenendosi rigida per quanto riguarda la politica economia europea (non presa in considerazione allo stato dell’ipotesi di emissione di Europabonds da parte della BCE), tuttavia la parola conclusiva di questa complessa trattativa (si è votato il 22 settembre scorso, se tutto filerà liscio il gabinetto rossonero di insedierà poco prima di Natale, cioè quasi tre mesi dopo! Con buona pace delle anime belle - o quasi - convinte che democrazia voglia dire sapere subito dopo il voto chi governerà…) spetterà agli iscritti alla SPD, tra cui non mancano i malumori, che saranno chiamati ad un referendum con valore deliberativo il prossimo 12 dicembre. Essendo la SPD un partito (dove tra l’altro ci si definisce ancora, naturalmente, “Genossen” - cioè compagni), va da sé che a ad avere diritto di voto siano i soli militanti con tessera in tasca.

Brunello Mantelli

 

   

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