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Wir sind so weit...
(Noi siamo così lontani...)

di Emilio Jona

 

Menachem Mendel Selinger era un ebreo galiziano, ma di madrelingua tedesca, nato a Tarnow nel 1897 e vissuto prima a Lipsia e poi a Cracovia e a Bochnia, di professione commerciante di pellicce, che ebbe la sorte di vivere in prima persona come vittima, e di sopravvivere come testimone, gli anni della guerra, dell’invasione tedesca della Polonia e della soluzione finale.

Selinger che era una persona intelligente e di buona cultura, capì immediatamente quale era il destino che il Reich tedesco riservava agli ebrei e sentì come suo compito e dovere morale testimoniare e documentare giorno per giorno ciò che andava accadendo, perché ve ne fosse memoria e monito.

Così tra il 1939 e il 1945 egli seguì passo passo il tragico destino della sua famiglia e delle comunità ebraiche dell’Europa Orientale e lo tradusse in un diario in lingua tedesca di vaste proporzioni, oltre 700 pagine, che rimase manoscritto per tanti anni e che vede finalmente oggi la luce in tre volumi di pregevole fattura (Wir sind so weit… Storia di una famiglia ebraica nell’Europa nazista, Ricordi e riflessioni dal 1939 al 1945) per l’encomiabile ostinazione della nipote Tanja Beilin, figlia di Ruth Selinger, che quel nonno non aveva mai conosciuto (era morto nel 1953), ma che quel manoscritto possedeva per esserle stato trasmesso dalla madre.

“Il titolo Wir sind so weit...” dice Tanja Beilin “lo abbiamo volutamente lasciato in tedesco in quanto ci è sembrato che la traduzione in italiano non arrivasse a rendere con il medesimo pathos, con lo stesso significato, la drammaticità di quelle parole.

Questa frase infatti venne recapitata a mia nonna scritta su di una cartolina che sua sorella Hania aveva gettato dal vagone che la stava deportando a Belzec.

Wir sind so weit… in quel contesta voleva quindi dire “purtroppo è arrivato il nostro momento, ci siamo”.

Primo Levi scriveva in I sommersi e i salvati che le testimonianze dei sopravvissuti dei lager vanno lette con occhio critico, perché il lager non era di solito un buon osservatorio. Il lager era un enorme e indecifrabile edificio di violenza e minacce, e la storia dei lager è stata scritta da chi non ne ha toccato il fondo, cioè dai privilegiati che ne sono sopravvissuti.

Diceva anche che esisteva una tragica analogia tra vittime e oppressori, perché entrambi erano nella stessa trappola, ma che bisognava ricordare che era l’oppressore che l’aveva approntata e l’aveva fatta scattare e che chi ne soffriva insanabilmente era la vittima. Pertanto la vittima e l’oppressore non erano intercambiabili.

Queste due avvertenze, come al solito pertinenti e acute, vanno tenute a mente nel leggere questo diario che è l’immensa, minuziosa, alle volte farraginosa, testimonianza della vita in un ghetto polacco, in quegli anni (e delle innumerevoli atroci morti che l’hanno circondata) di uno che ha avuto la fortuna e la capacità di sopravvivere e ciò, come si vedrà, senza compromettersi con l’oppressore.

Va inoltre considerato che si tratta di una testimonianza dal ghetto e non dal lager, perché Selinger, con un’astuzia rara e con fortuna eccezionale, riesce sempre a preservare sé, sua moglie e le sue due figliolette dalle continue deportazioni.

Mano a mano che il ghetto si svuotava per le fucilazioni di massa prima e per le deportazioni poi, restringendosi negli spazi e perdendo i suoi abitanti, Selinger riusciva a schivare morti e deportazione per sé e i suoi famigliari sino alla fuga nel 1943 in Slovacchia prima e in Ungheria poi, salvando sé e i suoi famigliari anche dallo sterminio che ebbe a subire la maggior parte della comunità ungherese.

Egli deve la sopravvivenza alla sua intelligenza, alla furbizia, alla preveggenza e alla mancanza di illusione sulla sorte degli ebrei, alla sua capacità di arrangiarsi e di trafficare con ogni sorta di mercanzia, dalle pellicce alle pietre preziose, ma anche al suo far parte del servizio d’ordine del ghetto di Bochnia.

Ora ciò che racconta Selinger sulla vita nei ghetti di Cracovia e di Bochnia è di grande interesse per conoscere la trappola posta in essere dai nazi a danno degli ebrei. Quel nesso, quell’analogia tra vittima e oppressore, di cui parlava Levi, appare qui ancora più forte e palese rispetto a quello del lager, perché ciò che i nazisti riescono a costruire e a imporre nei ghetti con perfidia e crudeltà diaboliche è di rendere gli ebrei complici e artefici della loro distruzione. Ciò avviene mediante l’imposizione e la creazione degli Judenrat, cioè dei consigli ebraici, e di un servizio d’ordine alle loro dipendenze, che regge la vita dei ghetti, ne garantisce il funzionamento e risponde direttamente alla Gestapo del rigoroso rispetto delle regole, sovente assurde e sempre vessatorie e mortificanti, a cui l’ebreo doveva attenersi.

Lo Judenrat doveva poi redigere le liste delle persone che la Gestapo adibiva altrove a particolari funzioni o lavori gratuiti presso determinate aziende, e infine predisporre le liste dei soggetti destinati alla deportazione nei campi di sterminio, mentre il servizio d’ordine provvedeva con il manganello a mantenere l’ordine e a consegnare ai nazisti fuggiaschi, clandestini e renitenti.

Quella zona grigia, che Primo Levi ha descritto con tanto rigore e sofferenza nella prima parte de I sommersi e i salvati, è dunque presente in sommo grado nei ghetti, con la creazione di una categoria di ebrei, momentaneamente privilegiati, provvisti di cibo, di un determinato potere e di un certo benessere. Ne seguiva il più delle volte la caduta della solidarietà verso i compagni di sventura, la degradazione della vittima a complice del suo carnefice, e a funzionario della propria distruzione. Nella condizione di miseria fisica e morale in cui si viveva nel ghetto i nazisti ottenevano così di spegnere ogni dignità della persona a favore di una sua cieca lotta per la sopravvivenza.

Le vicende dei Judenrat sono largamente note; esemplare nella sua ambiguità quella del ghetto di Lodz dove Chaim Rumkowski, già piccolo industriale fallito ne diventa il potente presidente, schiavo dei nazisti ma, in un certo senso, monarca assoluto di quel ghetto. Egli batte moneta, stampa francobolli con la sua effige e, coperto di un manto regale, attorniato da adulatori e sicari, amministra l’ordine e la giustizia con una sua polizia fatta di “600 guardie armate di un bastone e di un numero imprecisato di spie” su una massa di persone, vestite di stracci, distrutte dalla fame, dalle malattie e dalle periodiche decimazioni e deportazioni.

Ciò non gli eviterà di morire, come tutti i suoi “sudditi”, nei forni crematori di Auschwitz.

Selinger descrive, con minuziosa precisione di nomi e di fatti, la vita del ghetto negli anni 1939/43 le persone, le istituzioni e le funzioni che lo compongono. Ci sono i Kapuscie cioè le spie e i traditori, “per lo più tutti giovani e religiosi fanatici”, vi pullulano i Machers, cioè i faccendieri, i trafficanti, gli intermediari.

Ciascun judenlager, scrive “aveva il proprio judenrat, il servizio d’ordine e i propri Kapuscie. Coloro che facevano parte del consiglio ebraico o del gruppo del OD (servizio d’ordine) godevano di una posizione di privilegio di cui troppe volte abusavano nei confronti dei loro fratelli”.

Selinger riconosce che l’impresa dei judenrat di obbedire agli ordini dei tedeschi evitando ogni conflittualità e salvaguardando l’interesse degli ebrei era un’impresa praticamente impossibile. Tuttavia sostiene che il servizio d’ordine a Bochnia, a differenza di come accadeva altrove “non divenne il flagello e il terrore della comunità. A Bochnia non accadde mai che un clandestino venisse consegnato alla Gestapo”.

E la cosa particolarmente interessante è che Selinger riconosce di aver fatto parte di quel servizio d’ordine, ma afferma di non essersi mai macchiato di soprusi e nefandezze e anzi di essersi sempre prodigato per realizzare quell’impresa impossibile, tant’è che, finita la guerra, processato per questa sua appartenenza, era stato assolto di ogni addebito e riammesso nella comunità per le unanimi favorevoli testimonianze di altri sopravvissuti.

Dunque quella che Selinger ci trasmette è un’immagine terribile, la vita del ghetto è dominata dall’odio e dalla ferocia antisemita dei nazi, e pure dei polacchi e degli ucraini, ma anche dal comportamento degli ebrei divenuti complici dei nazi.

Gli ebrei “non erano più persone normali, - scrive Selinger (467) - erano diventate bestie feroci”.

Gli ebrei avrebbero dovuto difendersi, e piuttosto morire uccidendo i loro nemici, ma non l’hanno fatto, se non nella rivolta del ghetto di Varsavia.

Gli ebrei - dice - “vivevano come in trance, erano già distrutti ancora prima che la mano assassina dei tedeschi si avventasse su di loro”.

In questa nostra grande tragedia hanno fallito anche i rabbini. Nessuno di loro ha avuto la forza di prendere in mano la situazione e divenire capo spirituale della comunità. Sapevano solo pregare, fare bei discorsi e, nel migliore dei casi, consolare. “Dio aiuterà”. Ma loro non hanno aiutato nessuno, eccezion fatta che se stessi”.

Mentre “i giovani, per la maggior parte orfani, egli scrive, vivevano ancora una vita senza più regole; molte erano le convivenze, molti anche gli aborti. Donne, uomini rimasti vedovi trovavano consolazione molto in fretta. Come si possono biasimare costoro? Tutti erano consapevoli di essere niente più che “cadaveri in vacanza”.

Wir sind so weit… è dunque una testimonianza, sicuramente rilevante, appassionata, lucida e come tale va letta, verificandone la veridicità e confrontandola con altre memorie e con documenti.

Ad una prima lettura appare sincera e attendibile e un utile tassello per la ricostruzione storica di come è stata realizzata la distruzione della quasi totalità dell’ebraismo polacco.

Essa appare particolarmente severa e preoccupante nel rappresentare “la zona grigia” e poco ottimista nella valutazione dei comportamenti umani e purtroppo non solo quelli degli oppressori. Ma va riconosciuto che le condizioni estreme di chi viveva nei ghetti, e la loro degradazione a esseri miserabili, denutriti e pidocchiosi, destinati a combattere una disperata, solitaria e inutile lotta per la sopravvivenza, è stata l’opera perfida e ignobile dei loro persecutori, e che su di essi ricade la responsabilità di quella degradazione, e anche l’inestinguibile senso di colpa dei perseguitati.

Emilio Jona

 

Wir sind so weit… Storia di una famiglia ebraica nell’Europa nazista, Ricordi e riflessioni dal 1939 al 1945 - Edizione Il Faggio - Milano - 2013 - € 50

 

    

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