Libri

 

Ancora su Sand

 di Michele Rosemberg

 

A proposito del libro Come ho smesso di essere ebreo di Shlomo Sand, recensito sul numero scorso di Ha Keillah da Gavriel Segre, ci è giunta un’opinione alternativa e meno critica, che riteniamo interessante pubblicare per offrire ai nostri lettori un quadro più completo delle impressioni che il libro di Sand può suscitare.

 

Sicuramente a Shlomo Sand piace épater les bourgeois con tesi provocanti giocando sul terreno dell’assodato e riproponendo agli ebrei quelle domande che hanno dimenticato, ma che certamente si son posti quando erano ancora bambini.

L’ultimo libro di Sand rappresenta, con tutti i limiti di un pamphlet di carattere non scientifico infarcito di argomentazioni di scarso rilievo, uno schiaffo in faccia a quanti - spesso nevroticamente - osannano la propria ebraicità non religiosa nel nome della “cultura” o “tradizione” ebraica. Allo stesso tempo questo testo, forse inconsapevolmente, propone la ripresa di un discorso e di una riflessione di importanza capitale per l’ebraismo laico - in particolare europeo. Cosa significa essere ebrei ed allo stesso tempo atei? La domanda non è affatto banale e tanto meno trascurabile e sono convinto che per quanta antipatia si possa provare per la troppo facile posizione di uno storico scandalistico “ebreo” israeliano ed antisionista la questione non possa essere semplicemente tralasciata in quanto frutto di una boutade di uno studioso che può essere ritenuto non serio e non rigoroso.

L’incipit del libro, e punto di partenza della riflessione di Sand, riporta un episodio della vita dell’autore che - credo - quasi tutti noi, “ebrei” atei, abbiamo vissuto e che riassume in maniera esemplare la questione che il libro intende - forse con scarso successo - affrontare. Nel 2001, a Parigi, l’autore si trova a discorrere con la moglie di un suo amico di questioni identitarie e si vede rivolto la seguente domanda: “Dimmi, Shlomo, perché mio marito che non mette mai piede in una sinagoga, che non celebra le ricorrenze ebraiche, che non accende le candele il giorno di shabbat, e che non crede in Dio è definito come ebreo, mentre io, che non vado in chiesa da decenni, che sono totalmente laica non sono definita da nessuno come cristiana o cattolica?”. A quel punto l’autore, forte della sua posizione di storico ed ebreo, propone quella classica serie di vaghe risposte che aleggiano nel sostrato culturale ebraico e che comportano l’accettazione della particolare ed eterodiretta condizione dell’ebraicità come razza/religione/cultura/tradizione che caratterizza il “popolo” ebraico. “Contrariamente all’identità cristiana, l’identità ebraica non risiede solamente sulla credenza e venerazione di Dio. Le grinfie della storia hanno segnato l’ebreo e imposto sul suo volto dei segni che superano la tradizione del culto. [...]”.

La problematicità della questione e l’inconsistenza di una risposta come quella data da Sand implicano la necessità di una riflessione che permetta all’ebreo ateo di decidere egli stesso, in libertà, della propria condizione di uomo tra gli altri uomini, rinunciando ad etichette che affondano le proprie radici in un contesto storico che ha visto prima la religione e poi il concetto di nazione definire ed inquadrare la dimensione di appartenenza di tutti gli esseri umani.

Questo libro ha il merito di portare alla luce un discorso sopito sul problema dell’intrinsecità dell’identità ebraica a prescindere dal ruolo di Dio (ovvero - per dirla con Sand - “un ebreo non potrà mai rinunciare alla sua essenza”), nonché sulla problematicità della relazione tra l’esclusività del popolo ebraico in termini di linea di discendenza e la (corretta) negazione della vulgata della razza ebraica. L’insieme di contraddizioni che caratterizzano il latente dibattito è tanto più sbalorditivo quanto più è profonda la cultura delle figure di spicco che della “cultura laica ebraica” si fanno esponenti. Ciò che trovo non raccapricciante, ma davvero deprimente, è il nevrotico accanimento con cui si lascia che la paura dell’antisemitismo prenda il sopravvento sulla riflessione giungendo a travisare concetti espressi con intenzioni tutt’altro che malevole.

Riprendendo l’affermazione di Sartre secondo cui è l’antisemitismo che crea l’ebreo laico, la vera domanda che viene posta in questo libro, e che permane senza risposta, riguarda quali siano le caratteristiche che fanno (o non fanno) di un ebreo ateo un ebreo e come possa e debba essere intesa la relazione tra l’eredità del passato e la scelta del proprio futuro nel contesto della definizione della propria personalità data l’onnipresenza culturale dell’“alterità ebraica”.

Michele Rosemberg

    

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