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Elezioni anticipate

di Anna Segre

 


A marzo si vota. Quali saranno i temi in discussione? Un tempo si parlava esplicitamente di destra e sinistra, si discuteva accanitamente sull’identità di Israele e sul suo futuro, sul conflitto israelo-palestinese, si distingueva nettamente chi era a favore del principio “due popoli, due stati” da chi lo avversava. Poi poco a poco questi discorsi sono passati di moda e abbiamo iniziato a discutere su un ebraismo più o meno inclusivo, sul ruolo della donna, sulle conversioni. Intorno a questi temi negli ultimi anni si sono create alleanze e maggioranze e si sono marcate le divisioni. Probabilmente questa volta non sarà più così.

Sto parlando delle elezioni israeliane o di quelle comunitarie torinesi? In realtà mi riferivo a entrambe. Ci sono analogie così forti ed evidenti? Probabilmente no, se non per il fatto che in questo numero di Ha Keillah ci occuperemo di entrambe: in Israele il governo è caduto in seguito a una proposta di legge che a detta di molti, compreso lo stesso Presidente della Repubblica Reuven Rivlin, discriminerebbe di fatto i cittadini israeliani non ebrei, mettendo in discussione l’identità stessa di Israele come stato democratico. La Comunità di Torino fortunatamente non si trova davanti a conflitti così laceranti. Tuttavia anche lei sta andando a elezioni (quasi) anticipate, in seguito al disagio espresso da alcuni Consiglieri (non tutti di minoranza) sul modo in cui sono stati gestiti i lavori di ristrutturazione della casa di riposo, e in particolare per il mancato o non sufficiente coinvolgimento dell’intero Consiglio in decisioni ritenute cruciali per il futuro della Comunità.

Due situazioni del tutto diverse, quindi. Tuttavia non possiamo fare a meno di notare come spesso negli ultimi anni i dibattiti nostrani siano stati influenzati da quello israeliano. Se in Israele si litigava tra i sostenitori e gli oppositori di uno stato palestinese, anche le Comunità della diaspora litigavano sull’opportunità di uno stato palestinese. Se in Israele si discuteva di donne e conversioni, nella diaspora si discuteva di donne e conversioni. Forse non sempre ci siamo resi conto che negli ultimi anni si è potuto parlar d’altro non perché i “vecchi” temi di discussione avessero perso la loro importanza (e ovviamente non perché i problemi fossero stati risolti), ma perché più o meno si era creato un consenso generale di fondo intorno ad alcuni principi che sembravano ovvi per tutti: Israele come Stato ebraico e democratico, la convinzione che prima o poi la nascita di uno stato palestinese sarebbe stata inevitabile e tutto sommato auspicabile. Senza questa tacita condivisione di alcune idee di base le alleanze insolite (l’ultimo governo israeliano e molte maggioranze comunitarie torinesi) avrebbero avuto maggiori difficoltà a funzionare e i problemi messi da parte non sarebbero parsi così remoti.

Per alcuni anni abbiamo forse coltivato l’illusione che le divergenze ideologiche sul futuro dello stato ebraico si stessero smussando: quando in Israele anche i leader di destra (Sharon, Olmert, e lo stesso Netanyahu) non negavano per principio la necessità di uno stato palestinese le nostre Comunità non avevano problemi a orientare le proprie dichiarazioni pubbliche su questa linea. Il voto israeliano di marzo sarà di nuovo di quelli che chiedono agli elettori di fare una scelta netta sul futuro e sull’identità del proprio Paese. Questo avrà delle conseguenze anche da noi? Non è detto, ma forse vale la pena porsi il problema.

È vero che non spetta agli ebrei della diaspora prendere decisioni sul futuro di Israele, ma una Comunità ebraica si trova spesso nella necessità di parlare di Israele di fronte al mondo esterno, per difenderlo o per farlo conoscere meglio, e soprattutto per partecipare a iniziative comuni con altri enti e istituzioni, all’interno e all’esterno del mondo ebraico. Non spetterà certo al prossimo Consiglio risolvere i problemi dello Stato di Israele, ma senz’altro sarà necessario ragionare molto attentamente sulle forme e sulle modalità della comunicazione pubblica su Israele: se le opinioni degli iscritti alla Comunità dovessero diventare più variegate e più distanti tra loro, la scelta delle modalità opportune per esprimerci su Israele richiederebbe molta più attenzione.

La Comunità ebraica di Torino ha una lunga tradizione (che non è mai venuta meno, nonostante i nostri litigi interni) di ottimi rapporti con le istituzioni, di cogestione di iniziative ed eventi culturali. Una rete di rapporti a cui siamo così abituati da darla per scontata e non renderci conto di quanto potrebbe essere fragile e delicata se non fosse sostenuta (come finora per fortuna è sempre stato, anche quando il clima interno era rovente) da Consigli che condividono valori comuni o che sono comunque attenti a parlare al mondo esterno con un linguaggio in cui tutti gli ebrei torinesi possano ritrovarsi.

Non possiamo che augurarci che questo continui, e che anche rispetto ai problemi interni il prossimo Consiglio sappia ricreare la capacità di lavorare tutti insieme intorno a un progetto condiviso senza che nessun Consigliere possa sentirsi tagliato fuori da decisioni rilevanti per il futuro della Comunità. Una capacità che ha ancora recentemente dato ottimi risultati con la scelta unanime del Rabbino Capo. Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere da solo i problemi della Comunità ma il lavoro di squadra e il rispetto reciproco tra tutti i Consiglieri e tutti gli iscritti sarebbero già un ottimo punto di partenza.
 

Anna Segre