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L'argenteria di famiglia dei tedeschi
Sull'attuale antisemitismo in Germania

 di Janina Reichmann

 

Quella del 2014 va ricordata come un'estate eccezionale per questo paese. Non tanto perché la nazionale di calcio ha vinto i mondiali, cosicché mezza Germania ha potuto bearsi di quel che è apparso un motivo finalmente legittimo di orgoglio nazionale. E nemmeno perché un nuovo partito politico conservatore, Alternative für Deutschland (AfD), presentatosi per la prima volta alle elezioni amministrative con un programma di ultra destra, ha ottenuto più del 10% dei consensi in due Bundesländer. Questi fatti, che già di per sé raccontano di uno sviluppo sociale preoccupante, sono passati in secondo piano rispetto ad avvenimenti ben più gravi. L'estate del 2014 ha rappresentato un'eccezione in questo paese perché ha visto verificarsi gli atti antisemiti più gravi che si ricordino dopo il nazionalsocialismo. Detto così suona terrificante, e lo è davvero. E non si tratta affatto di un'esagerazione.

Si può certamente indicare nel conflitto di Gaza di quest'anno l'occasione, la scintilla di tali avvenimenti. Avvenimenti i quali, però, devono essere compresi come l'acutizzazione di una tendenza nient'affatto occasionale.

Per consentire una stima della situazione in Germania riassumiamo alcuni degli episodi dei mesi trascorsi. Questo non consentirà di restituire completamente l'entità e i retroscena di quanto accaduto, ma almeno di avanzare alcune congetture.

A partire dall' 8 luglio, dall'inizio del conflitto fra la striscia di Gaza e Israele sono state indette manifestazioni di solidarietà nei confronti della popolazione di Gaza in tutte le grandi città da parte di associazioni e gruppi islamici afferenti al cosiddetto movimento pacifista. Tali azioni di solidarietà sono tuttavia degenerate in dimostrazioni di odio sfrenato nei confronti dello Stato d'Israele. Ci sono state manifestazioni a Essen, Dortmund, Bochum, Amburgo, Brema, Stoccarda, Hannover, Gottinga, Francoforte, Monaco e molte altre città, che per lo più hanno contato diverse migliaia di partecipanti. Sono stati scanditi slogan quali “Kindermörder Israel”, (Israele infanticida), “Jude, Jude, feiges Schwein, komm heraus und kämpf allein”, (Ebreo, ebreo, porco vigliacco, vieni fuori e combatti da solo), “Tod, Tod Israel” (Morte, morte a Israele) e “Hamas, Hamas, Juden ins Gas” (Hamas, Hamas, ebrei al gas).

La polizia è sembrata sottovalutare la situazione: in tutte queste manifestazioni, era molto impreparata e numericamente insufficiente. Alla manifestazione di Gottinga vi erano appena cinque poliziotti. A Francoforte, “nella speranza di calmare le acque”, la polizia ha imprestato ai manifestanti un cellulare con altoparlanti. Questi, in tal modo, hanno potuto amplificare le loro invettive di odio e guadagnare un vasto uditorio. In generale, il numero minimo di arresti e denunce porta a chiedersi se la polizia non sia stata all'altezza del suo compito o se soltanto l'abbia ritenuto di scarsa importanza. Spesso non ha potuto fare nulla più che trattenere a fatica i manifestanti dal passare alle aggressioni fisiche; in alcuni casi nemmeno questo. Per esempio a Berlino una coppia israeliana è stata aggredita dai partecipanti a una manifestazione; a Dortmud, Wuppertal e Brema sono stati attaccati alcuni giornalisti e cittadini filoisraeliani; a Essen sono stati feriti diversi partecipanti a una manifestazione di solidarietà con Israele.

Anche privati cittadini ebrei, nei mesi trascorsi, non sono stati più sicuri per le strade tedesche. A Berlino, in luglio, un pensionato è stato pestato perché indossava una kippà con la stella di Davide. Successivamente vi sono state numerose altre aggressioni nei confronti di ebrei che esponevano segni visibili della loro fede religiosa. A Düsseldorf sono state recapitate a ebrei cartoline antisemite anonime, sinagoghe e memoriali sono stati fatti oggetti di atti di violenza. È stata imbrattata la Baumweg-Synagoge di Francoforte, così come quella di Essen; sulla sinagoga di Dresda alcuni anonimi hanno scritto con lo spray “Stop killing people”, e a quella di Gelsenkirchen sono state frantumate le finestre. In diversi luoghi in Germania sono stati profanati cimiteri ebraici e memoriali dei campi di concentramento. La comunità ebraica di Kassel ha dovuto disdire il corso della scuola talmudica per paura di subire aggressioni. In tutta la Germania gli ebrei hanno dovuto constatare con sconcerto che non si sentono più sicuri.

In seguito a questi episodi il Zentralrat der Juden in Deutschland [l'organizzazione ombrello delle comunità ebraiche tedesche, n.d.t.] ha percepito la necessità di agire e ha convocato una grande manifestazione di fronte alla Porta di Brandeburgo. Sui volantini della manifestazione figuravano, come sostenitori, tutti i partiti dell'arco parlamentare, le loro fondazioni, organizzazioni ecclesiastiche e civili. Il 14 settembre, di fronte a una gremita Pariser-Platz, hanno parlato la Bundeskanzlerin, i rappresentanti delle maggiori chiese cristiane Nikolaus Schneider, presidente della Chiesa evangelica tedesca (EKD) e il cardinale Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca (DBK), il sindaco di Berlino in carica Klaus Wowereit, il presidente del Zentralrat der Juden Dieter Graumann e rappresentanti di organizzazioni ebraiche internazionali.

Sembrerebbe dunque trattarsi di un grande successo. A un'attenta considerazione, tuttavia, la manifestazione offre motivi di stupore e di ferma critica.

Mentre gli oratori ebrei si sono appellati con disperata urgenza alla solidarietà dei loro concittadini e hanno affermato la volontà della comunità ebraica di non indietreggiare di fronte all'odio crescente, i discorsi di quelli non ebrei sono apparsi nulla più che dichiarazioni compassionevoli e non vincolanti. Rispetto a ciò hanno fatto eccezione la parole nette di Angela Merkel: “Con questa manifestazione vogliamo chiarire inequivocabilmente che la vita ebraica è parte di noi, è un pezzo della nostra identità e civiltà”. La Cancelliera ha ribadito che la lotta all'antisemitismo è un dovere civile e statale e, forse la cosa più importante, che gli antisemiti hanno perso il diritto alla libertà di opinione. In particolare i rappresentanti ecclesiastici non hanno voluto rinunciare a far riferimento al “diritto di criticare Israele” - diritto intorno al quale, per altro, non sussistono grandi dubbi, e che anzi in Germania è esercitato fino all'eccesso.

Notevoli, inoltre, i molti messaggi ambigui, talvolta anche smaccatamente antisemiti, che sono stati diffusi dai soggetti più diversi in riferimento alla manifestazione. Gruppi di fondamentalisti cristiani hanno mostrato cartelli evangelizzanti del tipo “Fatti salvare, vieni da Gesù”; gruppi sedicenti filorussi hanno bollato come “guerrafondai” il governo tedesco e Israele sventolando bandiere russe con su scritto Free-Palestine; giovani arabi hanno protestato con bandiere palestinesi e l'associazione degli ebrei antisionisti ha esposto striscioni che richiamavano l'attenzione sulla “pericolosità del sionismo”. Ora, che ai margini delle grandi manifestazioni si radunino diversi gruppi con l'intento di propagare la loro visione del mondo è un fatto usuale. Ciò rientra nella libertà di opinione e di riunione e non può essere impedito. Ma che in una manifestazione convocata specialmente contro l'antisemitismo vi siano così tante voci contrarie e laterali mostra, da una parte, quanto sia importante attualmente in Germania intervenire contro l'antisemitismo. Che gli oratori sul palco non abbiano apostrofato queste voci contrarie ma le abbiano piuttosto ignorate segnala come la portata dell'antisemitismo non sia stata ancora compresa da molte persone e dagli stessi governanti di questo paese.

Ciò che era stato pensato e pianificato come un forte segnale contro l'antisemitismo ha rivelato, invece, che c'è poco da illudersi: che oggi è diventato assai difficile mobilitare molte persone quando si tratta di esprimere solidarietà agli ebrei. Dopo che, nel 2000, la sinagoga di Düsseldorf era stata oggetto di un attentato incendiario, il governo allora in carica aveva lanciato un appello per un “Aufstand der Anständigen” (sollevazione degli onesti). Con questo motto fu indetta una manifestazione a Berlino, la cui lista di interventi era molto simile a quella di quest'anno - anche allora parlarono importanti esponenti della politica, delle religioni e della società civile. Nessuna somiglianza è invece da riscontrare per quanto riguarda l'uditorio: nel 2000 gli oratori si rivolgevano a una piazza di 200 mila persone, nel 2014 ve n'erano appena 5 mila.

Che i cosiddetti moderati in occasione di questo appuntamento importante avessero in larga parte di meglio da fare che dimostrare solidarietà agli ebrei è già di per sé motivo di preoccupazione. La fascia moderata della società tedesca è pero anche quella da cui, da dieci anni a questa parte, proviene un antisemitismo attivo e aggressivo in misura crescente. Questo dato - per citare un esempio - appare con sconcertante chiarezza nel libro di Monika Schwarz-Friesel e Jehuda Reinharz del 2013 Die Sprache der Judenfeindschaft im 21. Jahrhudenrt (Il linguaggio dell'antigiudaismo nel XXI secolo). La linguista tedesca e lo storico americano hanno condotto un'ampia ricerca intorno a modelli linguistici e argomentativi antisemiti su decine di migliaia di testi, fra cui anche 14 mila lettere indirizzate al Zentralrat der Juden in Deutschland e all'ambasciata israeliana a Berlino. La gran parte di queste lettere era di stampo fortemente antisemita - e non proveniva da membri dell'estrema destra. Messaggi come “Hitler avrebbe dovuto terminare il suo lavoro”, “Il popolo ebraico è perfido, malvagio, e dev'essere annientato” sono stati inviati da professori, dottori, avvocati, studenti e insegnanti, e spesso con l'indicazione di nome e indirizzo. I mittenti evidentemente non hanno provato vergogna per le loro invettive d'odio, anzi, spesso le hanno introdotte o concluse con la precisazione: “io non sono antisemita!”. Questa frase, come una formula magica, dovrebbe svincolarli dalle loro stesse affermazioni - come se il mero fatto di negarlo bastasse a dimostrare che non si è antisemiti.

Gli autori di questo studio sottolineano in particolare due fatti notevoli: il primo, è che si accumulano generalizzazioni. I mittenti di lettere d'odio antisemita reclamano spesso l'intenzione individuale di criticare esclusivamente “il governo israeliano” o “l'IDF”, ma le loro imputazioni sono quasi sempre rivolte agli “ebrei” come collettività; il che risulta già dal fatto che le lettere sono indirizzate al Zentralrat der Juden in Deutschland. Il secondo fatto riscontrato da Schwarz-Friesel e Reinharz particolarmente in Germania consiste nel cosiddetto “antisemitismo di discolpa” (Entlastungsantisemitismus) che vive oggi una periodo di fioritura. La possibilità di contrassegnare lo Stato d'Israele e le sue azioni come “disumani”, di paragonare la striscia di Gaza a un “lager” e cose di tal genere sono un metodo, per molti tedeschi, di scrollarsi finalmente di dosso il peso della colpa dei propri genitori o nonni.

 

 

L'antisemitismo in Germania è una condizione permanente. È l'argenteria di famiglia dei tedeschi; per lo più non si vede perché è riposta in un cassetto giù in fondo, così non la trova nessuno. Questo però non vuol dire che non possa essere tirata fuori in ogni momento; e se è anche è divenuta un po' opaca, essa non ha perso il suo significato sociale.

Se l'antisemitismo è stato un tabù nei primi anni del dopoguerra, almeno nel discorso pubblico (nel frattempo gli antisemiti 'del fare' prestavano tranquillamente servizio nelle più alte cariche pubbliche con nuove camicie immacolate), esso è stato riammesso nei salotti anche quelli degli strati più colti della popolazione. Ciò accadde al più tardi nel '67 e principalmente in riferimento a Israele. Fra la fine degli anni '80 e '90 il problema è stato meno evidente; a partire grosso modo dall'anno 2000 si è manifestato nuovamente e con forza. Le ragioni sono numerose e complesse e andrebbero considerate nel loro insieme per comprendere meglio il fenomeno. Non è in alcun modo sufficiente additare nei giovani musulmani i responsabili del nuovo antisemitismo, come è in voga fare oggi in Germania. Senza dubbio gruppi di giovani musulmani hanno avuto un ruolo di spicco negli episodi di violenza dell'estate scorsa, e il pericolo dell'indottrinamento islamista non deve essere sottostimato. Prevenirlo, tuttavia, è compito del sistema educativo tedesco. Con la dovuta attenzione per questo problema, non si dovrebbe nemmeno sopravvalutare il ruolo dei giovani musulmani. L'antisemitismo tedesco è pur sempre un prodotto autoctono, e si trova fra persone “biologicamente” tedesche almeno tanto quanto fra i migranti; sussiste nelle fasce marginali della popolazione, ma in pari misura nella classe media; si manifesta in parte in riferimento a Israele, in parte del tutto schiettamente, e si fonda su diversi sviluppi problematici nella società tedesca.

Un fattore rilevante, per quanto riguarda l'antisemitismo riferito a Israele, sono i media tedeschi. La cronaca si occupa ossessivamente di Israele, assai più che di tutte le altre aree di conflitto del mondo. Non appena in Israele si verifica la minima irregolarità viene immediatamente riportata dai media tedeschi. Le azioni del governo israeliano giudicate sbagliate vengono estesamente commentate e criticate aspramente. Nella maggior parte dei casi tuttavia mancano del tutto contestualizzazione e ricostruzione dei retroscena. Talvolta si giunge a stravolgere i fatti tanto che, per esempio, un'azione difensiva di IDF, diventa, nel titolo del giornale, “offensiva israeliana”. In questo modo in Germania viene trasmessa in maniera subliminale ma costante l'immagine di Israele come uno stato autoritario.

Un altro fattore dell'antisemitismo crescente è la scomparsa dell'ultima generazione della guerra. Il confronto con il passato perde l'immediatezza quando non può più contare su testimoni diretti; le giovani generazioni non si curano della storia e non si sentono più responsabili dell'elaborazione del passato. Non sentirsi più responsabili di ciò però significa smarrire la volontà di riflettere sul passato, e quindi, in sostanza, fare strada all'irrazionalità dell'antisemitismo.

Infine vi è un ulteriore fatto problematico, forse il più sorprendente: la Germania viene considerata in sede internazionale quanto in patria come il campione mondiale di “superamento del passato” (Vergangenheitsbewältigung). Il mondo intero, Germania compresa, crede che i tedeschi abbiano fatto tutto il possibile per sviscerare le cause e le condizioni che hanno reso possibile la Shoah, che abbiano fatto penitenza, che abbiano lanciato innovativi programmi formativi e che abbiano profondamente fatto i conti con la loro colpa. La trionfale sicurezza in se stessi a questo proposito, però, è pericolosa. Poiché l'idea che “non può essere ciò che non dovrebbe essere” fa sì precisamente che nel paese in cui non dovrebbe più esserci alcun antisemitismo ogni indizio del suo risorgere viene fatto sparire in tutta fretta sotto il tappeto. La credenza in un superamento del passato riuscito con successo apre uno spazio per il nuovo antisemitismo.

Janina Reichmann

(trad. dal tedesco di Manuel Disegni)

 

Janina Reichmann, studentessa e giornalista, dirige HUCH, giornale degli studenti della Humboldt Universität di Berlino.

 

   

 

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