Torino

 

Sportello sociale a Torino
Intervista alla D.ssa Alice Gamba

 

Abbiamo incontrato Alice Gamba, che da circa un anno ricopre il ruolo di operatrice sociale per il settore nord-ovest (Piemonte e Liguria) nell'ambito del progetto di Servizio Sociale Territoriale istituito dall'UCEI con i fondi extra gettito dell'8x1000, per rivolgerle alcune domande circa la sua attività e l'esperienza maturata nel corso di questi mesi, con particolare riferimento alla comunità di Torino.

 

 

Alice, per prima cosa ti chiederei di presentarti ai lettori di HaKeillah dicendo brevemente quali sono le tue esperienze di formazione e lavorative nel campo dell'assistenza precedenti o collaterali a quella che stai conducendo per il progetto UCEI.

Sono un'assistente sociale specializzata in tecniche di sviluppo di comunità, ho maturato esperienza con i minori disagiati, ho lavorato presso un istituto della Val Pellice che ospita disabili gravi, ho seguito casi di affidamento a famiglie anche dal punto di vista dei genitori a cui era stata revocata la potestà. Attualmente lavoro su più fronti, con minori e con anziani. Per il progetto UCEI sono impegnata tre giorni alla settimana, due a Torino ed uno a Genova.

Come sei venuta a conoscenza di questo progetto?

Il bando mi era stato a suo tempo segnalato da un'amica che lo aveva visto pubblicato sul portale Moked.

Ci puoi dire brevemente come è strutturato il progetto?

A partire dallo scorso anno l'UCEI ha voluto attivare uno sportello sociale per le comunità di tutta Italia, con esclusione di Roma e di Milano, dove questo esisteva già, allo scopo di venire incontro ai bisogni assistenziali degli iscritti. Sono state individuate quattro macro-aree, nord-ovest, nord-est, centro e centro-sud; io mi occupo del nord-ovest che include le comunità di Torino, Vercelli, Casale Monferrato e Genova.

Il progetto non si sostituisce ai servizi sociali territoriali ma ha lo scopo di integrarli creando un raccordo con le Istituzioni e mettendo a disposizione risorse aggiuntive, anche in termini economici. L'attività si articola in modi diversi: monitoraggio della popolazione anziana, servizi domiciliari, sostegno economico o "psicologico", a seconda dei bisogni. Oltre a questo mi occupo delle pratiche relative alle richieste di accesso al fondo "Articolo 2" gestito dalla Jewish Claims Conference, a beneficio dei perseguitati ebrei sopravvissuti alla Shoah.

Quali strumenti ti sono stati messi a disposizione per poter avviare l'attività?

Sia a Torino che a Genova, pur con le differenze esistenti tra le due realtà, ho avuto il massimo sostegno e mi è stato messo a disposizione un locale ed una linea telefonica oltre al supporto amministrativo degli uffici della Comunità. A Torino sono inoltre affiancata da Alda Guastalla e da Franca Mortara, referenti del progetto, dal Presidente, Beppe Segre, e dal nuovo rabbino capo, rav Ariel Di Porto.

A Genova, comunità che conta all'incirca 400 iscritti sparsi su un ampio territorio stiamo ancora lavorando sull'informazione. In questa fase, dove è necessario recarsi a casa delle persone per una prima presa di contatto, sono affiancata dal rabbino capo, rav Giuseppe Momigliano.

Hai incontrato delle difficoltà?

In generale posso dire di non aver rilevato difficoltà particolari se non quelle che normalmente si incontrano all'inizio di qualsiasi esperienza in cui si richiede la disponibilità ad imparare cose nuove e ad intessere nuove relazioni personali in un ambiente di lavoro che si deve ancora conoscere.

Puoi tracciare un breve bilancio del lavoro svolto nel corso del primo anno a Torino?

Nei primi due mesi di attività si è proceduto ad un'analisi dei bisogni da cui è emersa la presenza di un elevato numero di iscritti anziani, molti dei quali, anche se in situazioni di relativo benessere economico, mostrano problemi di solitudine per mancanza di legami famigliari o relazionali. Compito dell'assistente sociale in questi casi è la creazione o l'integrazione di una rete di contatti. A questo scopo abbiamo istituito la "Banca del Tempo" basata sul volontariato. È importante che ci sia qualcuno che ogni tanto possa fare una telefonata o portare la spesa a casa di una persona sola. L'iniziativa si chiama, appunto, "Mai più soli". Inoltre con la domiciliarità, a cui partecipano alcuni giovani studenti in medicina israeliani, un'educatrice ed altre figure qualificate, si è attivata una rete di sostegno ai bisogni di tipo socio-sanitario erogati a domicilio. Si tratta di una cosa molto importante perché consente alle persone di ottenere una serie di servizi assistenziali a casa propria. In questo modo si evita il trauma di un ricovero in casa di riposo, che nella maggior parte dei casi comporta pesanti ripercussioni di tipo psicologico ed economico.

Potresti quantificare gli interventi svolti nell’area torinese specificando la tipologia delle richieste ed i provvedimenti adottati?

Attualmente i casi seguiti dal servizio sociale nelle comunità di Torino, Vercelli e Casale Monferrato sono circa una trentina: oltre agli anziani soli, che costituiscono la tipologia prevalente, vi sono anche persone in difficoltà per indigenza o per la perdita del lavoro ed alcuni soggetti con disagio psichico. Per coloro che versano in stato di disoccupazione, conseguenza della crisi economica che stiamo attraversando, vi sono tre tipi di intervento: inserimento in corsi di riqualificazione professionale, ricollocamento attraverso borse lavoro e sostegno al reddito per fare fonte alle necessità più urgenti come il pagamento delle bollette di luce, gas, riscaldamento. ecc. Per i soggetti con disagi psichici invece viene attivato un raccordo con i Centri di Salute Mentale del Servizio Sanitario.

Un breve confronto tra le comunità del Piemonte e Genova?

Per quanto riguarda Genova la presenza ebraica è più dispersa sul territorio e questo comporta un approccio diverso per riuscire ad entrare in contatto con le persone. Sostanzialmente direi che i casi in carico finora sono circa un terzo di quelli del Piemonte e sono grosso modo riconducibili alle stesse tipologie. Per entrambe le realtà i numeri citati si riferiscono al presente, mentre per un bilancio generale occorre sommare anche i casi conclusi di cui mi sono occupata nei mesi scorsi.

Quali sono le prospettive per il futuro?

Il progetto messo in piedi dall'UCEI ha una durata prevista di tre anni e a me fa molto piacere immaginare di poter proseguire questa esperienza anche nei prossimi due. Oltre alle attività che ho descritto in precedenza si pensa, per esempio, di proseguire e di consolidare la partecipazione al tavolo di coordinamento delle nuove povertà della Città di Torino ed anche la collaborazione con il Centro Relazioni e Famiglie, con le ASL e con i presidi ospedalieri. Il servizio sociale della Comunità ebraica potrà così costituire sempre di più un punto di riferimento per le Istituzioni. Nostro compito è quello di creare una rete di supporto intorno alle persone e cercare di ricostruire legami famigliari che si sono interrotti per varie ragioni, anche nell'ottica di sollecitare una presa di responsabilità verso situazioni di difficoltà che riguardano parenti lontani o "dimenticati".

Si sta inoltre lavorando ad un progetto di "housing sociale", cioè ad una collaborazione con la Città di Torino, che consiste nell'offrire in affitto a famiglie in difficoltà alloggi sfitti di cui la Comunità è proprietaria.

Attraverso questo lavoro sei venuta in contatto per la prima volta con l’ambiente ebraico?

Esatto. Non avevo nessuna conoscenza diretta del mondo ebraico. Ciò che sapevo era limitato alla storia delle persecuzioni razziali acquisita attraverso gli studi scolastici, la lettura di libri di Primo Levi e di Hannah Arendt, la visione di film e di documentari sulla Shoah o alla storia attuale del conflitto israelo-palestinese. Ero comunque consapevole che della Comunità ebraica di Torino hanno fatto parte figure prestigiose, Primo Levi, appunto, ma anche Emanuele Artom, Rita Levi Montalcini e molti altri personaggi illustri.

Hai maturato il bisogno di saperne di più?

Sì, certo. Devo dire che ero e continuo ad essere molto curiosa. Spesso pongo delle domande, senza venire meno agli obblighi di discrezione che il mio ruolo mi impone. Mi interessa sia conoscere il vissuto di chi ha subito le persecuzioni razziali, sia approfondire alcune peculiarità dell'identità ebraica come, ad esempio, le festività ed il loro significato, la kasherut, ed altri aspetti che in molti casi impattano anche sulle abitudini delle persone che sono i destinatari del mio lavoro. Cerco quindi di colmare questa mia esigenza partecipando ad alcune iniziative della Comunità o attraverso la lettura di libri. Ho perfino comprato il libro L'ebraismo per principianti, spero di capirci quanto basta per essere promossa e passare così a letture più "complicate" (lo dice ridendo).

Grazie per il tempo che ci hai messo a disposizione per realizzare questa intervista. Vorresti aggiungere qualcosa a quanto ci siamo detti finora?

Sì. Voglio ringraziare la redazione di Ha Keillah che ha deciso di dedicarmi questo spazio per presentarmi ai propri lettori e per far conoscere loro il lavoro che sto svolgendo. Mi auguro di riuscire a mantenere lo stesso entusiasmo che mi ha accompagnato finora anche per i mesi e gli anni che seguiranno e colgo quindi l'occasione per informare i lettori di questo giornale che chiunque intenda mettersi in contatto con lo sportello sociale a Torino per un appuntamento potrà farlo telefonando al n. 334 2539892 nei giorni di mercoledì dalle 10 alle 12,30, e giovedì dalle 16 alle 18. Il giorno di apertura dello sportello è il giovedì dalle 9,30 alle 17,30. Io sarò a loro disposizione per ascoltare e per cercare di affrontare insieme i problemi che intenderanno sottoporre alla mia attenzione.

 

Intervista a cura di Sergio Franzese

   

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