Storie di ebrei torinesi

 

I giovani e la Comunità

In questo numero di Ha Keillah che esce poco prima delle elezioni comunitarie torinesi abbiamo incontrato due giovani iscritti, una studentessa liceale e uno studente universitario, che voteranno per la prima volta.

 

 

Susanna Disegni

 

 

Un sorriso che parla, questo è Susanna. Ciò che emerge in modo netto nella nostra conversazione è l’equilibrio di una ragazza circondata da molti affetti: i genitori, il fratello, i cinque cugini. Non resisto alla tentazione di raccontarle alcuni episodi della mia infanzia con suo papà e gli zii, miei lontani cugini per parte di madre: per esempio quando da piccoli si giocava insieme agli indiani a Sauze d’Oulx ed io ero una piccola squaw ideale con le mie treccine nere ed una volta venni legata ad un albero con relativa minaccia di abbandono nel bosco! E pensare che adesso sono i pilastri della Comunità!

Diciottenne, studentessa dell’ultimo anno di liceo classico, Susanna ha i suoi sogni nel cassetto. Uno di questi è l’iscrizione all’Università, facoltà di lettere antiche: ma è consapevole della scarsità di prospettive che comporta la sua scelta e ha pronta la riserva, psicologia, magari da studiare in Israele.

 

Come ti è venuta questa idea?

L’anno scorso ho superato l’esame psicometrico (un test cui ci si può sottoporre in Italia per l’ammissione alle università israeliane) e ho cominciato a pensare in quest’ottica.

Non ti spaventa la situazione israeliana?

No, perché la realtà che descrivono gli amici che vivono là è molto diversa da quello che si legge sui giornali: assicurano che la loro vita è tranquilla e che si trovano molto bene.

E i tuoi genitori  cosa ne pensano?

Sono consapevoli che in Italia attualmente non ci sono prospettive e, soprattutto mio padre, sarebbe favorevole alla mia Alià; mia madre invece, anche se razionalmente d’accordo, sarebbe più dispiaciuta.

La tua famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nell’ebraismo torinese: il tuo bisnonno era il famoso Rabbino Disegni; come ha influito questa appartenenza sulla tua formazione?

Naturalmente ho avuto un’educazione ebraica molto forte, nel rispetto delle regole alakhiche, ma non è stata una presenza opprimente. Ho frequentato la scuola ebraica fino alla terza media per cui mi è stato facile conciliare le abitudini familiari con l’ambiente esterno. Andando al liceo qualcosa è cambiato, ho dovuto rinunciare al rispetto di alcune regole per esigenze di studio, ma al contempo si è rafforzata la mia identità ebraica nel confronto con altri che ben poco sanno dell’ebraismo.

Tuo padre è molto osservante, tua madre ha un atteggiamento più laico; come hai vissuto queste differenze?

In modo molto naturale, d’altra parte mia madre non ha mai ostacolato la religiosità di mio padre né lui ha mai forzato la laicità di mia madre. Piuttosto, ora che sono adulta vorrei vivere il mio ebraismo a modo mio, senza le pressioni paterne…

Essere ebrea ti ha creato difficoltà nel rapporto con i tuoi coetanei esterni alla comunità?

No, non ho mai avuto problemi; magari non capiscono perché io non esca il venerdì sera ma rispettano le mie scelte: ovviamente ci sono discussioni riguardo alla politica israeliana, a volte mi identificano con lo Stato di Israele  e devo spiegare che non è propriamente la stessa cosa, ma il tutto si limita a discussioni molto civili.

Quali opinioni hai sulla questione israelo-palestinese?

Cerco di informarmi, seguo un sito che si chiama Ynetnews: sono contraria agli insediamenti in Cisgiordania ma penso anche che Hamas sia un’organizzazione terroristica con cui è impossibile trattare. Sicuramente in una situazione di guerra ci sono enormi sofferenze da entrambe le parti.  Sono rimasta molto impressionata dai racconti di mio fratello Manuel che è stato nei territori occupati e mi ha descritto quello che ha visto personalmente.

Quanto frequenti la Comunità?

Più che altro frequento le organizzazioni giovanili: ho cominciato con il Bené Akivà, dove sono stata introdotta da Serena Tedeschi (figlia di Claudia De Benedetti), che è stata la mia guida negli anni della preadolescenza ed è stata una presenza formativa molto importante. In seguito l’UGN, Ufficio Giovani Nazionale, ha mandato ragazzi molto preparati per le piccole Comunità e ho continuato il mio percorso. Ma un ruolo fondamentale lo hanno avuto i miei cugini; con loro sono entrata nel GET, Giovani Ebrei Torinesi. Non ho mai frequentato i campeggi né i viaggi organizzati in Israele, dove sono stata solo con la mia famiglia.

In generale frequento poco la Comunità e solo se ci sono attività che mi interessano, come ad esempio il convegno su  “Scienza ed Ebraismo” che ho apprezzato molto. Non seguo volentieri le vicende interne e ancor meno mi interessano le situazioni conflittuali tra schieramenti. Ho saputo casualmente che ci saranno le elezioni per il rinnovo del Consiglio.

Non pensi che sarebbe necessario un maggiore impegno dei giovani per portare un vento nuovo e superare la rigidità degli attuali schieramenti? C’è qualcuno che vedresti bene come tuo rappresentante?

So che ci sono state vicende molto dolorose, che si sono rotte amicizie antiche e forse sarebbe la soluzione opportuna, ma non credo che si possa concretizzare: pensa che all’ultimo congresso dell’UGEI, Unione Giovani Ebrei Italiani, non c’erano candidati e non si è potuto eleggere il nuovo consiglio. Dovranno fare un congresso straordinario a marzo per risolvere la questione.

Personalmente sono molto contraria alle etichette generazionali, ma tu come ti spieghi questa apparente mancanza di volontà ad impegnarsi nella res publica?

Non saprei; mio cugino Simone Disegni è stato presidente dell’UGEI e si è speso moltissimo conciliando i vari impegni, anche lavorativi: è riuscito a promuovere molte iniziative interessanti. In generale però forse i giovani della mia generazione sono molto angosciati dalla mancanza di prospettive per il loro futuro e concentrati sulla ricerca di percorsi che possano offrire loro delle opportunità. L’ansia per il futuro favorisce il ritorno al privato.

Qual è il tuo ideale di Comunità?

Un luogo dove sentirsi accolti, a casa. Dove poter parlare senza dover sempre “spiegare” qualcosa.

 

Intervista a cura di Bruna Laudi

   

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