Storie di ebrei torinesi

 

I giovani e la Comunità

In questo numero di Ha Keillah che esce poco prima delle elezioni comunitarie torinesi abbiamo incontrato due giovani iscritti, una studentessa liceale e uno studente universitario, che voteranno per la prima volta.

 

 

Simone Santoro
 

Diciannove anni, studente del primo anno del Politecnico di Torino, Simone intende approfondire il campo dell’ingegneria gestionale e della produzione, perché ha interessi multidisciplinari: matematica, storia, lettere, filosofia e scienze politiche.

 

 

È peccato che non ci possiamo incontrare nel bar ristorante kasher Alef, dice Simone, perché è stato chiuso: sarebbe stato il luogo più adatto, a quest’ora che gli uffici della Comunità sono chiusi. Un ristorante kasher con la cucina ebraica da tutto il mondo, in questo quartiere San Salvario, multietnico e luogo di movida serale, qui sarebbe stato il massimo! Ecco, a Torino, dalla nostra Comunità, nascono spesso buone idee che poi non trovano attuazione o continuità, per un motivo o per l’altro. Alef, nonostante la simpatia e la gentilezza dei suoi gestori, non è riuscito a sopravvivere. Roba comunque di cui dovrò occuparmi anche nel mio corso di studi in ingegneria gestionale...

A proposito di kasherut, tu sei religioso?

In casa siamo religiosi al 99%, ma individualmente con sfumature diverse: io per esempio, fuori casa, mangio anche il formaggio fatto col caglio animale o bevo anche il vino non kasher, però mai pane con strutto. Questo per ragioni di identità, non di fede, perché, pur non essendo ateo, mi posso definire agnostico, ora come ora.

Inoltre sono l’unico della famiglia che non è shomer Shabbat (= guardiano del Sabato), ed anche sotto questo aspetto vigono un rispetto reciproco ed un’armonia di cui vado molto orgoglioso. Mia madre e mia sorella Giulia, che ha quasi 15 anni, sono più osservanti di me, il secondo marito di mia madre, Tommy Schwarcz…

Tommy Schwarcz è quel personaggio che sembra un violinista sul tetto uscito da un quadro di Chagall?

Sì, lui è il più religioso di tutti noi, ma in famiglia, come già detto, c’è il massimo rispetto delle scelte individuali, e questo è molto bello. Con lui ho un rapporto di sincera amicizia, ma mio padre è mio padre, e l’amo come amo mia madre e mia sorella, i miei più cari, e Tommy saggiamente non ha mai svolto un ruolo prettamente paterno.

Hai frequentato tutti i gradi della scuola ebraica?

Sia io che mia sorella abbiamo frequentato l’asilo, le elementari e le medie al Talmud Torà di Torino, ma se ci fosse stato un liceo ebraico penso che non l’avrei frequentato, perché secondo me nella golà bisogna frequentare anche i goyim. I miei amici d’infanzia sono ebrei, ma i più intimi non lo sono, e la loro esistenza per me è stata ed è tuttora vitale proprio per definire la mia identità ebraica.

Associazioni ebraiche giovanili?

Sono stato per anni rosh senif (= capo filiale) del Benè Akìva di Torino, ho frequentato i gruppi di Yerushalaim, di Roma e di Milano ed ho potuto constatare la grossa differenza, nel bene e nel male, tra l’essere ebrei nelle grosse comunità ed in quelle piccole: nel mio giro, qui a Torino, ci sono molti meno ebrei di quelli che frequenterei stando in una grossa comunità. Ora faccio parte dell’UGEI, l’Unione Giovani Ebrei d’Italia, il cui congresso annuale (il mio primo congresso) si è concluso il 3 dicembre, a Firenze, senza nominare il nuovo direttivo, in assenza di candidati. Il vecchio Consiglio è rimasto in carica per l’ordinaria amministrazione e per organizzare, assieme ad un comitato di transizione appositamente eletto, un congresso straordinario per febbraio-marzo. Non ho intenzione di presentare la mia candidatura, a causa dei miei impegni al Poli e perché vorrei vivere l’UGEI da “semplice” partecipante, almeno inizialmente. Penso però che questo rinvio possa essere positivo per rinnovare una associazione di livello nazionale più che mai importante oggi, in un periodo difficile per gli ebrei d’Europa. Ho intenzione di impegnarmi perché da Torino vengano al congresso straordinario più giovani possibile.

Come mai all’UGEI ci sono pochi giovani di Roma e Milano?

La Comunità Ebraica di Roma, la più grande d’Italia, ha l’Ufficio Giovani Delet (= Porta) che organizza eventi ed attività interessanti per i ragazzi. Sia a Roma che a Milano i giovani non hanno alcun interesse a frequentare le iniziative nazionali dell’UGEI, perché, in qualche modo si considerano “autosufficienti”. Io invece ritengo che sia importante l’ambiente UGEI proprio perché ti consente di uscire dal tuo gruppo più o meno ristretto e scambiare esperienze con ebrei di diversa provenienza e diversa opinione.

Parli l’ebraico?                                                     

Sì, me la cavo a leggere, scrivere e a fare conversazioni semplici. Mediamente vado in Israele una volta l’anno, anche a trovare metà della mia famiglia, zii e cugini, che stanno a Gerusalemme. Con loro parlo italiano, in giro tento l’ebraico e all’emergenza mi salvo con l’inglese.

Cosa pensi della situazione attuale di Israele?

Per rispondere a questa domanda avrei bisogno di ore ed ore, che non abbiamo, e la mia risposta sarà necessariamente parziale. Io sono decisamente sionista, perché per me Eretz Israel è parte della mia identità ebraica. La situazione attuale di Israele è pessima, come è pessima la situazione degli ebrei in Europa. Come giustamente ha scritto Martin Luther King ad un amico, l’antisionismo è una velata forma di antisemitismo. È noto che gli ebrei morti fanno pena, ma quelli vivi sono tutti bastardi. Ma ora gli ebrei d’Europa hanno una casa. Se i social network e gli stessi media sono pieni di falsità sugli ebrei e su Israele, se in Ungheria gli ebrei vengono cacciati da un governo nazista, se a Parigi la folla grida Dehors les juifs de la France, se a Roma vengono inviate teste di porco all’ambasciata israeliana, se in Belgio si fa strage nel Museo Ebraico, se in Olanda le manifestazioni antisioniste … noi comunque abbiamo una casa, e questa è Israele. Con tutti i torti e le ragioni delle parti in conflitto, io credo fortemente che la maggior parte della popolazione israeliana, per la quale la vita è un valore prioritario - e la vicenda di Ghilat Shalit lo ha dimostrato - ha in mano la via della pace. Non la medesima cosa, purtroppo, si può dire per i nostri nemici, che non hanno lo stesso amore per la vita propria ed altrui.

Quali sono secondo te i problemi principali della Comunità di Torino, e quali soluzioni proponi per risolverli, specie in prospettiva delle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio?

La Comunità di Torino, con le sue stanze e i suoi corridoi, è in certo senso la mia seconda casa. Io ed i miei amici coetanei abbiamo vissuto con l’amaro in bocca la vicenda del conflitto interno che l’ha dilaniata, con il succedersi di diversi rabbini. Speriamo che il nuovo Rabbino Capo Di Porto, che è stato accolto con stima concorde, riesca ad appianare la dolorosa spaccatura degli anni scorsi. È emblematica la lieta rivoluzione miracolosa che si è vissuta al Tempio durante l’ultima festa di Simchat Torà: le bambine, le ragazze, le donne di tutte le età d’improvviso si sono messe a ballare cantando di gioia tra loro, alternandosi ai canti degli uomini che danzavano coi Sefarim in braccio. Tutto è avvenuto senza rompere la tradizione, senza alcuna provocazione o volgarità. Questo è il senso che si deve dare, secondo me, alle nostre feste ed alla vita comunitaria tutta, che devono essere fonte di gioia, laddove in passato respingevano con la loro cappa di tristezza e di piattezza piemontesi.

Ma bastano iniezioni di gioia per risolvere il problema maggiore, che è l’assimilazione?

L’assimilazione come perdita di identità (da non confondere con la progressiva laicizzazione) non è un problema del solo ebraismo italiano, ma di tutta la diaspora. Certo Eretz Israel è la password, la parola magica per combattere l’assimilazione. Ma in questi ultimi anni in Italia meridionale si sono visti rifiorire interessi inaspettati per l’origine ebraica da parte di antichi marrani di secoli fa. Certo non possiamo dimenticare le crudeli persecuzioni che abbiamo subìto, specie nel secolo scorso, ma le persone che emanano allegria e vitalità sono respinte da una comunità musona e conflittuale, come è stata quella di Torino di alcuni anni fa. Non senza rimpianto quando ero al liceo ho preferito frequentare le lezioni del sabato invece di venire al tempio ed in Comunità, per sfuggire alla sua atmosfera poco accogliente. Se in diaspora vivessimo con gioia e condivisione la nostra identità diversa il problema dell’assimilazione sarebbe assai meno grave.

Quale è la chiave per appianare i conflitti?

Non voglio fare il saccente: rispondo quello che mi ha insegnato mio padre. Avere una visione della realtà a 360 gradi, guardare al di là del proprio naso, smettere di giudicare il prossimo e mettersi nei suoi panni.

Hai dei nomi da proporre per il nuovo consiglio?

No, la domanda è inaspettata, e al momento non mi sento di rispondere. Premesso che personalmente non mi candiderei perché la precedenza ce l’hanno i miei studi e perché sono troppo giovane ed inesperto, mi limito a manifestare un desiderio: che si trasformi la Comunità di Torino in un luogo lieto ed attraente, che meriti di essere frequentata dagli ebrei di tutte le età e provenienze: in fondo, siamo tutti accomunati da un’unica identità, che vorrei tanto divenisse sinonimo di fratellanza.

 

Intervista a cura di David Terracini

   

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