Scienza

 

Antipasto della sapienza

di Anna Segre

 

Della cerimonia ufficiale di insediamento di Rav Ariel Di Porto come Rabbino Capo di Torino lo scorso 16 novembre e dei discorsi tenuti in quella circostanza hanno già dato conto ampiamente Moked e Pagine ebraiche, oltre allo stesso notiziario comunitario torinese. Più difficile riferire della giornata di studio in onore del Rav su Torah e Scienza che si era svolta durante la mattinata, davanti a un pubblico foltissimo, intervenuto da ogni parte d’Italia nonostante le avverse condizioni meteorologiche.

Quanta importanza attribuisce l’ebraismo alla scienza? Secondo il Presidente della Comunità Beppe Segre si cita sempre la frase dei Pirké Avot secondo cui l’astronomia e la geometria sono ornamenti della sapienza, ma il termine ornamento può anche essere tradotto come antipasto o aperitivo, e comunque anche ornamento non è un termine necessariamente dispregiativo, perché definisce un abbellimento che accresce il valore di un oggetto.

Il tema della giornata si prestava molto bene come esempio della molteplicità di possibili approcci e stili espositivi dei rabbini italiani. L’intervento iniziale di Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, conferma in pieno la tesi di Lewis Simon Feuer citata nell’articolo di Emanuele Azzità pubblicato qui a fianco sulla maggiore concretezza dei rabbini nel corso della storia dovuta in parte anche alla loro vita non ascetica e al loro frequente mestiere di medici. Rav Di Segni, anche lui medico, è partito da un caso recente di cronaca per analizzare come i decisori di alakhà di oggi utilizzino le fonti tradizionali per trattare un problema inedito, cioè se debba essere considerata madre del bambino colei che ha donato l’ovulo o colei che ha portato avanti la gravidanza. L’aspetto interessante non sono tanto le conclusioni (su cui comunque non c’è unanimità) quanto il metodo utilizzato per arrivarci: quali casi menzionati dalle fonti tradizionali possono essere in qualche modo ritenuti analoghi? È stato citato un midrash secondo cui i feti di Yosef e Dinà sarebbero stati miracolosamente scambiati dal grembo delle rispettive madri, Leà e Rachel, per permettere a quest’ultima di avere un figlio maschio; però non è corretto trarre l’alakhà da un’aggadà (racconto, che non ha valore normativo). Oppure è stata citata un’alluvione che sposta un albero nel campo di un altro proprietario, con il conseguente dubbio su chi abbia diritto alla frutta (la risposta non è univoca: dipende se l’albero si trova o no in Eretz Israel). Ma è lecito - si chiedono altri - applicare la casistica vegetale a quella animale e a quella umana?

Il Rabbino Capo di Milano Alfonso Arbib ha trattato il tema del pikuach nefesh, cioè il principio secondo cui è permesso trasgredire un precetto nel caso in cui osservarlo comporti pericolo di vita. Pur non astenendosi dall’analisi dei casi concreti e degli eventuali problemi pratici Rav Arbib ha sviluppato il suo discorso anche intorno ai fondamenti teorici di questo principio, sottolineando come la violazione del precetto si configuri non come un permesso ma come un vero e proprio dovere; di conseguenza un rabbino considerato estremamente rigoroso può apparire estremamente lassista (attribuendo valore, per esempio, alle percezioni soggettive del malato anche quando non confermate dal medico), mentre in realtà è appunto rigoroso nell’osservanza del pikuach nefesh.

Più legato a una minuta casistica di problemi pratici, e interessante proprio per la varietà delle tematiche proposte, l’intervento di Rav Alberto Moshe Somekh, Direttore del Collegio Rabbinico Margulies-Disegni, concentrato in particolare sui temi dell’orthotanasia (prendendo spunto dal testo Imparare a dirsi addio di Eliana Segre Adler) e sul comportamento da tenere con i malati. Vale la pena ricordare che Rav Somekh ha aperto il suo intervento con una berakhà speciale a Rav Di Porto per l'impegno che si è preso nella Comunità di Torino.

Decisamente teorico, invece, l’approccio di Rav Giuseppe Momigliano, Rabbino Capo di Genova e Presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana, sul rapporto tra Torà e scienza. Prima di analizzare le diverse risposte offerte nel corso del tempo ai casi in cui le scoperte scientifiche sembrano contraddire il testo biblico, Rav Momigliano ha sottolineato come in generale l’atteggiamento ebraico verso la scienza sia positivo, per vari motivi: la sapienza come fonte di onore davanti ai popoli; la conoscenza come strumento necessario per osservare adeguatamente molti precetti; l’amore per il Creatore accresciuto dallo stupore di fronte agli aspetti meravigliosi della natura; la conoscenza come dono divino. L’ebraismo, insomma, non pare percepire un netto contrasto tra religione e scienza, tra ragione e fede.

Infine il festeggiato, Rav Ariel Di Porto, ha discusso il problema dell’aborto, anche in relazione alle malattie genetiche. Anche il suo intervento ha spaziato tra i casi pratici e le questioni teoriche (per esempio ricordando che per l’ebraismo l’aborto, pur proibito se non per casi specifici, non è mai comunque considerato un omicidio). Al di là delle questioni discusse mi pare interessante citare qui la parte conclusiva, in cui ha toccato un problema fondamentale che si pone davanti ai rabbini di oggi: fino a che punto è necessario tener conto dell’opinione della maggioranza? Sappiamo che il principio della decisione a maggioranza è sacro quando c’è un gruppo di rabbini materialmente presenti insieme a discutere nella stessa stanza; fino a che punto si può applicarlo al singolo rabbino che deve decidere su una situazione concreta diversa da tutte le altre? È più facile proibire - ha concluso Rav Di Porto - ma l'opinione più rigorosa non è sempre la migliore.

 

Anna Segre

   

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