Israele

 

Blocknotes

di Reuven Ravenna

 

Crisi

Nei primi anni novanta ero in preda ad una ottimistica euforia. La Perestroika, e le conseguenze geopolitiche nel mondo e nella regione a me vicina. Un susseguirsi di eventi che, nonostante conflitti e terrorismi, ci facevano sperare in un trend positivo. Venti anni dopo, seguendo al quotidiano le vicende del mondo sono, lo confesso, in uno stato di sempre crescente inquietudine. Mi attendo, ogni istante, annunci di attentati, di crisi politiche, di atti di reciproche violenze, esternate con crescente, virulenta intensità, nei social network, lo strumento mediatico che più ci coinvolge. Una fase di estrema fluidità, di incertezza anche sul futuro immediato, una continua modifica di valutazioni nelle analisi.

 

Identità

Fin dall'inizio la costruzione di una società ebraica in Erez Israel è stata sottoposta a sfide esterne, a sempre maggiori atti di opposizione da parte della popolazione preesistente, sfociati in conflitti a ciclo periodico a livello locale, regionale e internazionale. Ciononostante la collettività ebraica ha creato forme di aggregazione sociale, per anni, modelli di originalità, ha riportato alla rinascita della lingua dei padri, producendo una cultura d'alto livello in tutti campi, nell'accezione più ampia del termine. A dispetto dell'incessante condizionamento della geopolitica, e delle innegabili deficienze, lo Stato di Israele ha mantenuto un clima democratico in un Medio Oriente dispotico, cruento e estremista. Le cronache di questi ultimi mesi ci preoccupano per una escalation di intolleranza a tutti i livelli, dalla proposta di leggi che potrebbero portarci ad una sorta di democrazia etnica nei confronti delle minoranze, all'accentuazione della conflittualità religiosa, soprattutto a Gerusalemme al raffreddamento da parte di vaste fasce dell'opinione pubblica internazionale, anche quella finora simpatizzante, verso Israele, in toto, e non solamente al riguardo di determinate politiche del suo Governo. Con riflessi, non occorre sottolineare, sulla condizione ebraica nel mondo.

 

Mattutino

Dopo aver ascoltato, al risveglio, alla radio delle cinque a.m. la rassegna della stampa e i primi notiziari che riportano, spesso, news non sempre simpatiche, esco per recarmi al Bet Hakeneset (sinagoga) per la preghiera del mattino. Nel tragitto, non troppo lungo, incontro persone che attendono alla fermata l'autobus, la vecchia signora che torna a casa dal jogging, in una giornata che si preannunzia serena, assolata. Più tardi nel parco di fronte al Rabbinato, incrocio nonne o badanti con pargoli di verde età scorazzanti o pensionati sulla loro abituale panchina che si scambiano opinioni o riflessioni sulla loro quotidianità. Tocco con mano l’aspirazione alla normalità della gente di questo Paese in costante tensione, quasi a rimuovere, per quanto possibile, gli assilli e tormenti della propria esistenza.

2 dicembre 10 Kislev

 

C.V.D. - Come volevasi dimostrare

Il 17 marzo gli israeliani andranno a votare, a meno di due anni dalle precedent elezioni. Il terzo governo di Bibi ė stato fin dal primo momento la cartina di tornasole della società, senza un forza politica dominante, come ai "bei tempi" del Mapai storico e, in parte, del primo Likud beginiano. Attorno al premier si sono scontrati, quasi senza soste, partiti medi, o, meglio, "prime donne", come nel caso dei due "fratelli" (Bennet, l'ultra nazionalista, e l'astro televisivo, centrista, Lapid), che all'inizio, nonostante le opposte ideologie, impersonavano l'aspirazione di larghe fasce dell'elettorato ad un ringiovanimento della classe dirigente. I problemi economici, sociali e, in primis, la geopolitica in ebollizione sono stati affrontati spesso con prassi contraddittorie o, semplicemente, dilatorie. La guerra estiva è stata una pausa che ha visto una quasi unanimità dell'opinione pubblica nell'appoggio al modus operandi di Netanyahu, prudente, senza inasprimenti del conflitto.

Cessato il fuoco al Sud, permanendo insoluto il problema della Striscia di Gaza, devastata e sempre dominata dall'estremismo islamico, arenatesi le "trattative di pace", con i palestinesi, per mancanza di una reale volontà di giungere a risultati concreti da entrambe le parti, abbiamo assistito ad una escalation del terrorismo, soprattutto a Gerusalemme, con una inquietante tendenza al conflitto religioso attorno al Monte del Tempio, l'occhio del ciclone del conflitto ebraico-palestinese o meglio islamico, e una radicalizzazione nei rapporti con la minoranza araba israeliana.

Pur attendendo, per inveterata esperienza, atti traumatici, prese di posizione in un contesto nazionale e internazionale in continua ebollizione, potremo individuare un trend sempre più netto nella scena di Israele. Uno spostamento verso un estremismo fondamentalista che limita l'influenza dei settori liberal. Una tendenza che è impersonata dai più di trecentomila residenti ebrei della Cisgiordania e dagli ottocentomila ultra ortodossi, esclusi dal governo uscente. In un preoccupante contesto di riconoscimento delle aspirazioni palestinesi dei governi e dei parlamenti europei e da folate antisemitiche nel mondo.

9 dicembre, 17 kislev

Reuven Ravenna

 

Dani Karavan, Piazza Bianca a Tel Aviv

 

   

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